L’Italia e la filosofia

Appena uscito il libro (ma poi, una raccolta di interviste a diversi individui, è propriamente un “libro”?) di cui si può leggere qui: http://www.einaudi.it/libri/libro/remo-bodei-roberta-de-monticelli-giovanni-reale-aldo-s-/che-cosa-vuol-dire-morire/978880620099. Non l’ho letto. Non so se lo farò (non credo, se non a tempo perso. Ma non ho poi tanto tempo da perdere, come nessuno sotto questo cielo). Colpisce quello che pare un sottotitolo (anche se non appare in copertina): Vito Mancuso, Giovanni Reale e compagnia vi sono definiti “grandi filosofi”. Superfluo ogni sarcasmo. A cagare. Tutti: Einaudi, le cattedre universitarie, i batraci di provincia che discettano della “fine dell’occidente”, l’anima nonché il suo destino. Sei interviste sulla morte. Alla faccia della deiezione, della chiacchiera e della filosofia come “strenge Wissenschaft”. Che, ovviamente, se mai fu ora non è più. Anche se, a quanto pare, abbiamo grandi filosofi, in numero di sei, tutti in Italia, tutti all’inizio del XXI secolo. A ritoccare drammaticamente all’insù la media di questa patria nostra, presente negli annali della filosofia del secolo scorso coi soli Dioscuri dell’idealismo rinnovellato, misero numero a petto della pletora di teoreti di Francia, Alemagna e Anglia, per tacer del Nuovo Mondo.

(dunque nell’esiguo numero di 2 , a petto della pletora di teoreti di Francia, Alemagna e Anglia, per tacer del Nuovo Mondo)
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