“Laico” e “laicista”: una (pseudo)distinzione verbale

Sempre più spesso si sente tirar fuori, ora con l’aria di fare una distinzione acuta, decisiva e anche dotta, ora con la naturalezza di chi si rifà al già noto e “passato in giudicato”, la solfa del “laico” e del “laicista”. Quest’ultimo personaggio non avrebbe, per carità, nulla a che vedere col primo, rappresentandone una degenerazione rozza e impresentabile.

Per fare un esempio: un tal Rocco Buttiglione sibila sussiegoso la sua catechesi a proposito di crocifissi o di omosessualità e famiglia, o su quant’altro la gerarchia cattolica ritiene di avere la Verità da comunicare ai comuni mortali. Come fa a rendere invulnerabili le sue tesi? Semplice, le ripassa un po’ nella padella della distinzione laico/laicista. Sostiene dunque di essere, lui, un “vero” laico, mentre chi non è d’accordo con lui è – horribile dictu – un “laicista”. Oddio. Si chiami l’esorcista!

Passi per Rocco Buttiglione, si dirà. Cosa ci si dovrebbe aspettare di diverso da un “filosofo” la cui principale attività di studio è stata di approfondire il pensiero di Karol Wojtyla e che non riesce a parlare di politica se non pronunciando costantemente la parola “cattolico”? Niente di male, ci mancherebbe altro. E niente di nuovo. “Filosofo” era pur detto – ma è solo un altro esempio, eh! – tal Armando Carlini (nome che dirà qualcosa solo agli studiosi di storia della filosofia), autore di un fondamentale studio dal titolo Filosofia e religione nel pensiero di Mussolini. (E sia detto di passata: l’Armando era studioso ben più solido del Rocco…).

Passi per i cattolici di stretta osservanza, ripeto. Ma il fatto è che la sublime e dotta distinzione ricorre nelle teste peraltro vuote e poi sulle labbra di politici e intellettuali che a parole sono per la laicità dello Stato. Ma che quando si tratta di passare dalle parole ai fatti si bloccano: non vogliono diventare “laicisti”, dicono. E assumendo come significativa e pertinente la distinzione cadono nelle spire dell’avversario, del clericalismo.

Si può allora, a mio modo di vedere, scegliere di seguire una di queste due vie:

1) si accetta di essere “laicisti” rifiutando la connotazione negativa della parola. Si può chiedere al buttiglionico avversario: cosa sarebbe un “laicista”? Se significa “Sostenitore, a volte polemico, del laicismo”, e laicismo sta per “Atteggiamento che propugna la completa indipendenza e autonomia dello Stato nei confronti di qualsiasi confessione religiosa gerarchicamente organizzata” (traggo le definizioni dai lemmi “laicista” e “laicismo” del Devoto-Oli), a parte forse il riferimento alla saltuaria polemicità, si può tranquillamente, orgogliosamente direi, dichiararsi “laicisti”;

2) oppure si rigetta la distinzione come meramente verbale e costruita (e utilizzata) con intenti polemici. Questa scelta sarebbe confortata dal fatto che la parola “laicista” è quasi un neologismo (il Sabatini-Coletti data la voce al 1937) e ancor più dalla considerazione che il modulo che individua un “falso” concetto di laicità da contrapporre a un “vero” concetto di laicità è di per sé sospetto. L’esperienza dovrebbe insegnare a dubitare di siffatte aggettivazioni: ogni volta che si è parlato di una “vera” libertà o di una “vera” democrazia etc. etc. si è finiti nelle dittature o nei totalitarismi.

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