Un Dio geloso

Zu orientalisch. — Wie? Ein Gott, der die Menschen liebt, vorausgesetzt, dass sie an ihn glauben, und der fürchterliche Blicke und Drohungen gegen Den schleudert, der nicht an diese Liebe glaubt! Wie? eine verklausulierte Liebe als die Empfindung eines allmächtigen Gottes! Eine Liebe, die nicht einmal über das Gefühl der Ehre und der gereizten Rachsucht Herr geworden ist! Wie orientalisch ist das Alles! “Wenn ich dich liebe, was geht’s dich an?” ist schon eine ausreichende Kritik des ganzen Christentums.

F.Nietzsche, Die Fröhliche Wissenschaft, §141

Troppo orientale. – Come? Un dio che ama gli uomini a patto che questi credano in lui, e che scaglia le sue terribili occhiate e le sue minacce contro chi non creda in questo amore! Come? Un amore racchiuso nelle clausole sarebbe nel sentire di un dio onnipotente! Un amore che nemmeno ha saputo dominare il sentimento dell’onore e l’eccitata sete di vendetta! Come è orientale tutto ciò! “Se io ti amo, a te che importa?” è già una critica sufficiente di tutto il cristianesimo.

La frase racchiusa tra virgolette, “Se io ti amo, a te che importa?”, che Nietzsche in questo aforisma de La gaia scienza dice esprimere un pensiero bastevole a scuotere le basi stesse del cristianesimo, è una citazione. Anzi, in questa forma è una citazione di una (auto)citazione. La frase si trova infatti, con una piccola variante lessicale, nel capitolo nono del quarto libro dei Wilhelm Meisters Lehrjahre di Goethe, ed è stata da Goethe medesimo ripresa, proprio come la cita Nietzsche, nella sua autobiografia (Dichtung und Wahrheit, III, 14). Nel romanzo la frase è pronunciata da Philine rivolgendosi a Wilhelm: questi, ferito e assistito dalla donna, aveva espresso il suo timore di indebitarsi troppo verso di lei, e la prega di allontanarsi e di accettare, a titolo di ricompensa per quanto aveva fatto per lui, un orologio d’oro. Nell’autobiografia il poeta la collega alla sua lettura dell’Ethica di Spinoza:

Was mich aber besonders an ihn fesselte, war die grenzenlose Uneigennützigkeit, die aus jedem Satz hervorleuchtete. Jenes wunderliche Wort: „Wer Gott recht liebt, muss nicht verlangen, dass Gott ihn wieder liebe“, mit allen den Vordersätzen, worauf es ruht, mit allen den Folgen, die daraus entspringen, erfüllte mein ganzes Nachdenken. Uneigennützig zu sein in allem, am uneigennützigsten in Liebe und Freundschaft, war meine höchste Lust, meine Maxime, meine Ausübung, so dass jenes freche spätere Wort „Wenn ich dich liebe, was geht’s dich an?“ mir recht aus dem Herzen gesprochen ist.

Dichtung und Wahrheit, XIV, 9

Ma quel che particolarmente mi avvinceva a lui [i.e. a Spinoza] era l’illimitato disinteresse che riluceva da ogni proposizione. Quel detto meraviglioso: “Chi ama rettamente dio non deve desiderare che dio lo riami”, insieme a tutte le premesse sulle quali si fonda, insieme a tutte le conseguenze che ne derivano, nutriva tutto il mio meditare. In tutto essere disinteressato, esserlo al massimo grado nell’amore e nell’amicizia: fu il mio sommo piacere, la mia massima, il mio cimento, sicché, tempo dopo, quel detto sfrontato: “Se io ti amo, a te che importa?” mi è venuto direttamente dal cuore.

Nietzsche ricorre dunque, nella sua polemica contro il cristianesimo, allo spinozismo: un dio “interessato” è un dio che istituisce il dominio, che asservisce. Egli è un despota che (perché)  pretende di obbligare i suoi amati a riamarlo, che intende l’amore come presa di possesso dell’oggetto (è proprio il caso di usare questa parola) amato, spossessandolo della sua libertà. E questo è il dio cristiano, quello stesso che però si presenta come un liberatore, che scioglie dai vincoli della legge  per istituire il regno dell’amore: il detto di Spinoza-Goethe-Philine mette a nudo dunque  l’autocontraddittorietà della concezione cristiana di dio.

Ethica, V, Prop. XIX: Qui Deum amat, conari non potest, ut Deus ipsum contra amet (Chi ama Dio, non può sforzarsi acché Dio lo riami). Questo il teorema che appagò il pensiero e il sentire di Goethe. Nella riformulazione che ne dà il poeta nel brano citato sopra, rimane l’ambiguità di quel “non deve”: “Chi ama rettamente dio non deve desiderare che dio lo riami”. Non si tratta di un’obbligazione, per così dire, “politica”, né di un dettame morale. Come si comprende chiaramente leggendo Spinoza, è un non potest geometrico, una necessità che consegue dalla natura stessa del necessitato (dalla natura dell’amante, dunque) e che ne esprime quindi l’autonomia.

Può a questo punto valer la pena esaminare un po’ più da vicino come Goethe abbia metabolizzato questo aspetto del pensiero di Spinoza. Egli stesso, peraltro, poche righe prima del brano citato di Dichtung und Wahrheit, parla della doppia direzione della lettura, che è un leggere da (herauslesen) e al tempo stesso un leggere in (hinauslesen).  E allora, la “mossa” di Goethe, di un lettore che si prende la libertà di modulare il testo sullo sfondo dei propri motivi di pensiero variandone conseguentemente il tema, consiste nel riferire la struttura del disinteresse al piano delle relazioni intersoggettive tout court: l’amore è possibile solo come “fatto proprio” (” Se io ti amo…”) che non solo non vincola, ma che non si sforza (conari è il verbo spinoziano) di vincolare l’altro. In caso contrario, l’altro diverrebbe un oggetto, si trasformerebbe in cosa, nel cadavere dell’altro. L’intuizione goethiana potrebbe forse essere espressa modificando la nota formula hobbesiana così: alter alteri deus.

Goethe accenna alle premesse del teorema spinoziano, anch’esse oggetto della sua ammirata meditazione. E in effetti è qui meritevole di essere richiamata, tra le premesse in questione, la Proposizione XIX della terza parte dell’Ethica: Qui id, quod amat, destrui imaginatur, contristabitur; si autem conservari, laetabitur (Chi immagina che sia distrutto ciò che egli ama, si rattristerà; se invece immagina che si conservi, si allieterà).

Un’altra relazione è possibile (ed effettivamente reale)  tra gli individui, ed è la relazione di uso, fondata sui bisogni. L’altro vi appare come strumento per il conseguimento di ciò di cui si è carenti; propriamente, l’altro non vi appare affatto. Ora, Goethe era colpito dal disinteresse come chiave dell’etica spinoziana, dalla prospettazione di una vita e di rapporti emancipati dai bisogni, dunque vissuta sul fondamento di relazioni diverse da quelle strumentali. Qui però bisogna prestare attenzione, perchè il passaggio è delicato. Bisogna evitare di cadere nell’errore di intendere Goethe come se vagheggiasse un’umanità spiritualizzata dimenticandone – se non disprezzandone – la dimensione corporea e pulsionale. La vita improntata sul disinteresse è infatti emancipata dai bisogni, non ne è priva: l’episodio del Wilhelm Meister coglie, infatti, il protagonista in un momento di grande debolezza e quindi di bisogno.

È difficile sottrarsi alla suggestione che Goethe attuasse questo suo vivente meditare dentro il quadro della distruzione delle relazioni tradizionali tra individui e ceti sociali sul declinare del Settecento, mentre era in atto la strutturazione economico-sociale fondata sullo scambio; che si muovesse, quindi, sullo sfondo dell’avvento della società borghese e del mercato. Ma questa annotazione storico-sociologica non è né è dotata di potere esplicativo né è in grado di offrire una comprensione intrinseca dei concetti qui in gioco. Certo, la monetizzazione dell’aiuto prestato da Philine tentata da Wilhelm con l’offerta dell’orologio (d’oro, si badi) allude a un rapporto di scambio già astratto e dunque in grado di sottrarre chi vi partecipa all’individualizzazione sua e dell’altro.  Ogni moneta è avvelenata, è la materializzazione di uno scambio che si è eretto a legge universale, che può assumere, falsamente,  la dignità, l’assiomaticità di un’idea adeguata (in senso spinoziano) e di una verità universale. Ma la denuncia di questa inadeguatezza non significa sostenere un’etica del sacrificio, né un ideale di parsimonia e di rinuncia. Anzi, proprio nel concetto e nella pratica del sacrificio si radica una concezione paneconomicista intrinsecamente servile.

Tornando all’aforisma nietzscheano, questo sembra operare un rovesciamento simmetrico del punto di vista di Goethe. Al centro dell’attenzione non è la pretesa di essere riamati (da dio), ma l’ingiunzione di dio a riamarlo. In realtà l’idea è la stessa: dio è il modello di un modo di pensare l’amore, nel caso cristiano quel modello che impone la “clausola” della gratitudine e della reciprocità.

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4 risposte a Un Dio geloso

  1. giovanna ha detto:

    Forse ho capito poco ma la frase:”Anzi, proprio nel concetto e nella pratica del sacrificio si radica una concezione paneconomicista intrinsecamente servile.” mi pare che sia espressa senza una adeguata giustificazione. Perlomeno a me non sembra che scaturisca conseguentemente da quanto premesso!!!
    La prego di degnarmi di una risposta. Anche una risposta “dura” che sveli le mie deboli capacità logiche sarà accettata.

  2. Giancarlo ha detto:

    Ciao Ausgusto,
    ho letto solo ora il tuo testo. Non è la prima volta che, di fronte alla tua scrittura, provo una consolante ammirazione. L’intreccio tra Nietzsche e Goethe è straordinario e le considerazioni che fai penetranti. Siamo in preda alle Chiese dell’amore e ai partiti dell’amore… uno sguardo serio su questa parola risulta benefico. La celbre frase: “Se ti amo, a te che importa” non ha forse una storia successiva? Mi sembra di averla incontratta anche in Paul Celan, ma forse mi sbaglio.
    Grazie e a presto
    Giancarlo

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