L’idea della sporcizia. Bruno, la “minuzzaria” del reale e la Platonica Commedia

L’ontologia a-gerarchica della minuzzaria, agìta attraverso i confini tra storia e natura, tra comico e tragico, grazie alla potenza proliferante di un linguaggio che decentra moltiplicando…

Una pagina straordinaria dello Spaccio de la bestia trionfante:

Mercurio — (…) Subito [scil. Giove] volse (perché cossì è novamente decretato nel cielo) che di mia mano registrasse tutto quel che deve essere provisto oggi nel mondo.

Sofia — Fatemi, se vi piace, alquanto udire di negocii, poi che m’hai svegliata questa cura nel petto.

Mercurio — Ti dirò. Ha ordinato, che oggi a mezzo giorno doi meloni, tra gli altri, nel melonaio di Franzino sieno perfettamente maturi; ma che non sieno colti, se non tre giorni appresso, quando non saran giudicati buoni a mangiare. Vuole ch’al medesimo tempo dalla iuiuma, che sta alle radici del monte di Cicala, in casa di Gioan Bruno, trenta iuiomi sieno perfetti colti, e diece sette caggiano scalmati in terra, quindeci sieno rosi da’ vermi. Che Vasta, moglie di Albenzio, mentre si vuole increspar gli capelli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato il ferro, a bruggiarne cinquanta sette; ma che non si scotte la testa, e per questa volta non biastemi quando sentirà il puzzo; ma con pazienza la passe. Che dal sterco del suo bove nascano ducento cinquanta doi scarafoni, de quali quattordeci sieno calpestrati ed uccisi per il piè di Albenzio, vinti sei muoiano di rinversato, venti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per il cortile, quarantadoi si retireno a vivere sotto quel ceppo vicino a la porta, sedeci vadano isvoltando le pallotte per dove meglio li vien comodo, il resto corra a la fortuna. A Laurenza, quando si pettina, caschino diece sette capelli, tredeci se gli rompano, e di quelli diece rinascano in spacio di tre giorni, e gli sette non rivegnano più. La cagna d’Antonio Savolino concepa cinque cagnolini, de quali tre a suo tempo vivano, e doi sieno gittati via; e di que’ tre il primo sia simile a la madre, il secondo sia vario, il terzo sia parte simile al padre e parte a quello di Polidoro. In quel tempo il cuculo s’oda cantare da la Starza, e non faccia udire più né meno che dodici cuculate; e poi si parta, e vada a le roine del castello Cicala per undeci minuti d’ora, e da là se ne vole a Scarvaita; e di quello che deve essere appresso, provederemo poi. Che la gonna che mastro Danese taglia su la pianca, vegna stroppiata. Che da le tavole del letto di Costantino si partano dodeci cimici, e sene vadano al capezzale: sette degli più grandi, quattro de più piccioli, uno de mediocri; e di quello che di essi ha da essere questa sera al lume di candela, provederemo. Che a quindeci minuti de la medesima ora per il moto de la lingua, la quale si varrà la quarta volta rimenando per il palato, a la vecchia di Fiurulo casche la terza mola che tiene nella mascella destra di sotto; la qual caduta sia senza sangue e senza dolore; perché la detta mola è gionta al termine della sua trepidazione, che ha perdurato a punto diece sette annue revoluzioni lunari. Che Ambruoggio nella centesima e duodecima spinta abbia spaccio ed ispedito il negocio con la mogliera, e che non la ingravide per questa volta, ma ne l’altra con quel seme in cui si convertisce quel porro cotto, che mangia al presente con la sapa e pane di miglio. Al figlio di Martinello comincieno a spuntar i peli de la pubertade nel pettinale, ed insieme insieme comincie a gallugarli la voce. Che a Paulino, mentre vorrà alzar un’ago rotta da terra, per la forza che egli farà, se gli rompa la stringa rossa de le braghe; per la qual cosa, se bestemmiarà, voglio che sia punito appresso con questo, che questa sera la sua minestra sia troppo salita e sappia di fumo; caggia e se gli rompa il fiasco pieno di vino; per la qual causa se bestimmiarà, provederemo poi. Che di sette talpe, le quali da quattro giorni fa son partite dal fondo de la terra, prendendo diversi camini verso l’aria, due vegnano a la superficie de la terra nell’ora medesima, l’una al punto di mezzo giorno, l’altra a quindeci minuti e diece nove secondi appresso, discoste l’una da l’altra tre passi, un piede e mezzo dito ne l’orto di Anton Faivano. Del tempo e luogo de l’altre si provederà al più tardi.

Sofia — Hai molto da fare, o Mercurio, se mi vuoi raccontare tutti questi atti della provisione, che fa il padre Giove; e nel volermi tutti questi decreti particolari uno per uno far ascoltare, mi pari che sei simil a colui, che volesse prendere il conto de granegli de la terra. Tu sei stato tanto a apportare quattro minuzzarie de infinite altre che nel medesimo tempo sono accadute in una picciola contrada, dove son quattro o cinque stanze non troppo magnifiche; or che sarrebe, se dovessi donar conto a pieno de cose ordinate in quella ora per questa villa, che sta alle radici del monte Cicada? Certo, non ti bastarebbe un anno da esplicarle una per una, come hai cominciato a fare. Che credi, se oltre volessi apportar tutte le cose accadute circa la città di Nola, circa il regno di Napoli, circa l’Italia, circa l’Europa, circa tutto il globo terrestre, circa ogni altro globo in infinito, come infiniti son gli mondi sottoposti alla providenza di Giove?

(…)

Mercurio — (…) Tutto dunque, quantunque minimo, è sotto infinitamente grande providenza; ogni quantosivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le picciolissime, e queste de gl’individui e minimi. Cossì intendo de le grande sustanze, come de le grande efficacie e grandi effetti.

Sofia — È vero, perché non è sì grande, sì magnifico e sì bello architetto che non coste di cose che picciole, vilissime ed informi appaiono e son giudicate.

Renversement du platonisme? Mah…Peraltro il sintagma va forse inteso come genitivus subiecti.

Leggasi Platone (Parmenide, 130b-e, trad. Zadro):

Parmenide — (…) Ma dimmi ancora: tu ammetti proprio, così come dici, una tale distinzione: da una parte i generi del reale, presi come tali, e dall’altra le cose che ne partecipano? (…)  — Certo, disse Socrate. — Ed anche per cose come queste, disse Parmenide, per esempio un genere, esistente come tale, del giusto, e poi del bello, del bene ed anche di ogni altra cosa analoga? — Sì, disse. — E c’è anche il genere dell’uomo, separato da noi e da quanti siamo uomini, il genere come tale dell’uomo, o del fuoco, o dell’acqua? — Spesso, Parmenide, mi sono trovato in difficoltà a questo proposito, se cioè bisogna applicare anche a questi oggetti lo stesso principio valido per quelli o no. — E, Socrate, sei in dubbio se parlare allo stesso modo anche di cose come queste, che in tal caso potrebbero anche suscitare il riso, e cioè come il capello, il fango, il sudiciume e altro che sia di natura vile e spregevole al massimo grado, sei in dubbio sull’ammettere o no un genere anche di ciascuna di tali cose, separato, il quale sia un’altra cosa dalle cose stesse le quali noi tocchiamo con mano? — No, no, disse Socrate, si tratta di cose che, quali noi vediamo, tali esistono in realtà e così bisogna guardarsi dal pensare che ci sia un genere anche per esse, potrebbe essere fuori luogo. Mi tormentò già una volta il pensiero che ciò fosse estensibile universalmente. Ma se appena m’adagio in questa opinione, tosto ne rifuggo per il timore di perdermi cadendo in un abisso di stoltezze e rifugiandomi allora presso gli oggetti a proposito dei quali or ora ammettevo senz’altro i generi della realtà io svolgo il mio lavoro ed impgeno la mia attività solo entro i loro limiti. — È perché tu sei ancora giovane, disse Parmenide, o Socrate, e la filosofia non ti ha ancora preso come prevedo che ti prenderà in futuro, quando non avrai più disprezzo per nessuna di quelle cose. In questo momento, a cagione della tua età, ti preoccupi ancora delle opinioni degli uomini.

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