Cosa può il malumore

Spulciando tra i miei appunti ho trovato una specie di recensione che avevo dimenticato anche di aver scritto. Ma se non me ne sovviene il quia credo, dopo averla riletta, di poter ipotizzarne il propter quid: probabilmente ero in un momento di noia e malumore particolarmente piatti. Sono considerazioni senza alcun valore; scriverle ha avuto solo la funzione di una sorta di fisioterapia per la riabilitazione di una già (ormai) labile e residua facoltà di concentrazione. Pensare a vuoto, ovvero non pensare ma fare il gesto di farlo occupandosi di stronzate, prendendo questo o quello come  punching ball del mio sfogo.

Ma, poiché non si butta nulla, che lo vogliamo o no (in nihilum nihil potest reverti), ecco qui sotto la sparata.

È uscito un libro di tal Francesco Bucci che analizza le opere di Umberto Galimberti per svelare come siano costruite con autocitazioni. A scanso di equivoci dico subito che non leggerò né tantomeno acquisterò il libro in questione. Perché, banalmente, non mi interessa.

Non mi interessano nemmeno gli scritti di Galimberti: come tutti noi compio delle scelte, come non solo è giusto ma necessario (ars longa, vita brevis). Nel caso in questione ritengo anche di non essermi affidato al caso o a qualche estemporanea inclinazione: ho letto gli scritti di Galimberti quanto (per me, ovviamente) bastava per decidere di dedicarmi ad altro.

Mi è oggi capitato di leggere questo articolo a difesa del professore della Ca’ Foscari (o, forse sarebbe meglio dire, di critica del libro di Bucci).

Sì, vabbè: der eine Gedanke. Oppure: “ogni pensatore non pensa che un unico pensiero” (Heidegger).

Ma Schopenhauer e Heidegger non hanno rimasticato e ricopiato gli stessi testi fingendo di comporre quell'”opera poderosa” con la quale ci dovremmo misurare per valutarli “seriamente”.

Insopportabile poi il “tono da signori” con cui l’apologeta galimbertiano esprime il suo disprezzo verso un non meglio identificato “giornalismo” (il suo? Perché no?) accusato di una sorta di crimen laesae maiestatis.

Mal scritto, al punto che spontaneamente nel leggerlo nella mia mente riaffiorava l’assioma dell’estetica crociana (quello dell’identità di intuizione ed espressione).

“Paradossale”. S’ha da fare un po’ di repulisti delle espressioni logore (sì, vale anche, riflessivamente, per l’espressione “espressione logora”). Quando leggo che “paradossalmente non è quello che sembra etc.” attivo le antenne, drizzo le orecchie (resistendo tuttavia alla tentazione di turarmele). È il solito vezzo di voler essere i più intelligenti del reame, di andar a caccia delle “chiavi di lettura” o delle verità recondite; che, manco a dirlo, non sono quelle plebee, fenomeniche, “quantitative”, magari. No, via con l’antifona: pathos della distanza, qualità, rarità: ogni cosa buona è rara, difficile. Abbiamo Spinoza, abbiamo Nietzsche, che dalle pagine di Micromega online, sub specie di tal Marco Alloni, svetta su tutti noi mortali.

Quanto alla qualità delle argomentazioni, è presto detto: petizioni di principio (implicite nel paragone tra Galimberti e Maradona), false analogie (Maradona che fa uso di droga non è paragonabile a un  autore di libri che finge di scriverne nuovi; l’analogia poteva andare se Maradona avesse fatto un solo gol e tutte le sue partite successive fossero solo “montaggi” di immagini di partite precedenti). Una vera chicca è il paragone tra gli scritti di Galimberti e le opere d’arte di un pittore: ma evidentemente per il novello Zenone del novello Parmenide, per l’acuto difensore del Grande Filosofo non ha alcuna importanza che lo statuto ontologico delle opere d’arte sia, questo sì, tema assai complesso, tanto da sconsigliare l’utilizzo di un’opera d’arte come termine di qualunque analogia.

Senza ricorrere a dietrologie, prassi che mi è alquanto invisa, ma semplicemente leggendo alcuni passaggi del testo, si vede che in realtà il contesto della difesa è quello della controversia antiberlusconiana. Insomma, Galimberti viene difeso perché vittima della beceraggine dei vari giornali, case editrici etc. berlusconiani. Se fosse sensato polemizzare, ricorderei che la promozione di Galimberti a Maestro nazionale è avvenuta grazie alle televisioni berlusconiane, al salotto di Maurizio Costanzo, dove, invece di studiare o di “meditare”, lo si trovava a pontificare con quel suo tono un po’ ieratico. E allora?

Su un punto sono d’accordo: il fenomeno, la prolissità e ripetitività dell’opera di un presunto filosofo, non è la sola cosa che abbiamo davanti. C’è il contenuto oggettivo del fenomeno, quello di cui presumibilmente il libro di Bucci non si occupa, tutto preso a contare quante pagine Galimberti, nell’intento di sottrarsi alla infame nomea di “giornalista” e di condannarci a studiare la sua “opera imponente”, ha realmente scritto.

Questa impostazione, limitata nei contenuti, nell’oggetto e nel metodo, rendono il lavoro di Bucci risibile a priori, inutile e tutto sommato identico all’oggetto della sua critica: Galimbertiano à rebours, insomma. Perché sì, il filosofo dallo fronte corrugata e dallo sguardo intento, il dispensatore di profondi filosofemi da Repubblica donne, il novello Damenphilosoph è vacuo, retorico, vive di inflessioni di voce e di gesticolazioni, non di pensieri. Ma è anche vero che il divulgatore della psicoanalisi filosoficizzata o della psichiatria fenomenologica o dello jaspersismo applicato ai “problemi esistenziali dei ggggiovani della nostra epoca” è uno dei tanti segni della fine della filosofia come attività di ricerca intellettualmente rispettabile.

E il fatto che ci siano tante persone di “bocca buona” pronte a elevare Galimberti al rango di maître à penser, dimostra purtroppo solo due cose: la persistenza del bisogno regressivo di maestri di tipo paternalistico e la scarsa diffusione di consapevolezza filosofica nel nostro paese. Dove non a caso la cattiva moneta della cattiva argomentazione scaccia continuamente quella buona dell’argomentazione rigorosa.

Ernest Gellner afferma che fu il nazionalismo a generare le nazioni, non viceversa. Uno dei tanti casi di rovesciamento demistificatorio di un rapporto fondato su meccanismi ipostatizzanti. Allo stesso modo è da dire che sono “le bocche buone”, i palati non abituati alla buona cucina filosofica, a cucinare le vivande insipide o di bassa cucina di Galimberti e simili. Galimberti non ci sarebbe (come presunto “filosofo di spessore”) se ci fosse un pubblico avvertito e filosoficamente un po’ più esigente.

Poi è chiaro che il terribile “giornalismo” fa la sua parte, e anche l’industria della comunicazione. E così si può registrare l’effetto retroattivo della sovrastruttura galimbertide sulla struttura della società italiana, che, anche grazie al giornalismo che vocia contro il “giornalismo” contribuisce a rafforzare lo stato di inciviltà intellettuale in cui versa la nostra opinione pubblica.

In definitiva la questione delle autocitazioni o delle “false” nuove opere è poco interessante, se si deve valutare l’apporto di Galimberti alla filosofia. Secondo me assai poco rilevante, in ogni caso. Tuttavia le difese d’ufficio sono ridicole e, in nome di una pretesa e non dimostrata (per me indimostrabile) “grandezza” del personaggio, abbuonano allo stesso comportamenti scadenti e non tollerabili. Galimberti è un mediocre scrittore di cose che ritiene filosofiche e che, per giunta, ha forse (a dar retta a Bucci) reso di mole imponente la sua “Opera” pestando sempre gli stessi testi nel mortaio. Una recensione non sussiegosa e che non parlasse d’altro (dalla “macchina del fango” alle case editrici di Berlusconi, da Maradona a Giorgio Morandi) avrebbe dovuto innanzitutto entrare nel merito della faccenda.

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