Herbert Haag su clero e laici

Herbert Haag , morto nel 2001 all’età di 86 anni (era nato a nel 1915 in un paese della Germania meridionale, a pochi chilometri dal confine con la Svizzera tedesca), biblista e teologo cattolico, insegnò prima in Svizzera, a Lucerna, poi, dal 1960 al 1980, a Tübingen, dove fu collega e amico di Hans Küng.

Nel 1997 pubblicò un piccolo libro che però non passò inosservato: Worauf es ankommt. Wollte Jesus eine Zwei-Stände-Kirche?, tradotto e pubblicato nel 2001 in Italia presso la casa editrice Claudiana con il titolo: Da Gesù al sacerdozio.

Non mi interessa qui riferire sulle intenzioni di Haag e sul contesto storico-ecclesiale nel quale si collocano. Mi limito a riportare alcuni giudizi sulla storia recente della chiesa e della sua “politica” (Azione cattolica, Concilio vaticano II) e i risultati cui è pervenuto sulla base della sua analisi e interpretazione del Nuovo testamento in ordine alla natura della chiesa-gerarchia e della distinzione dei fedeli nei due stati, laicale e clericale.

Quanto al primo punto, Haag sottolinea come l’Azione cattolica, “figlia prediletta di Pio XI”, lungi dal rimuovere la rigida distinzione dei credenti nei due stati e la subordinazione dell’uno (i laici) all’altro (il clero), dia ai laici “il ruolo di aiutanti al servizio della gerarchia. (…) «Gerarchia», «ordine sacro», rimangono termini chiave anche nell’epoca dell’«Azione cattolica»”. Si dovrebbe invece ascrivere a Pio XII una visione diversa del laicato, espressa nella affermazione contenuta in un testo del 1946: “[i laici] devono avere una sempre più chiara consapevolezza non soltanto di appartenere alla chiesa, ma di essere la chiesa”. Sembra poco più di un gioco di parole, ma l’espressione stessa “appartenere alla chiesa” riferita ai laici, qui rifiutata da Pio XII, implica una riaffermazione della distinzione laici/chiesa e un’identificazione della chiesa con la gerarchia. Sia come sia, tale “contrasto tra una papa e il suo predecessore” non ha come esito il superamento della concezione del “doppio stato” della chiesa, e le implicazioni “rivoluzionarie” della concezione ecclesiologica di Pio XII restano lettera morta.

In effetti Haag definisce le posizioni sul tema dei laici elaborate dal Concilio Vaticano II non solo insoddisfacenti ma tali da generare “una profonda delusione”. Il fatto che i laici siano, assieme a religiosi e clero, parte costitutiva del popolo di dio (De populo dei è il titolo della seconda parte del documento fondamentale sul laicato uscito dal Concilio, la costituzione dogmatica Lumen gentium) può forse far pensare ad una concezione innovativa dei rapporti tra i “due stati”. E Haag richiama la “opinio communis, secondo cui il Concilio avrebbe imparato a vedere i laici in una nuova prospettiva e avrebbe inaugurato l’era dei laici”, per poi mostrarne la fondamentale erroneità: “(…) per il concilio il sacerdozio universale e il sacerdozio universale sono essenzialmente diversi. Così facendo il Concilio ha dato nuova solidità alla fatale struttura che suddivide la chiesa in due stati”.  In sostanza Hagg aderisce alle analisi di Dietrich Wiederkehr, al quale affida, citandone ripetutamente gli scritti, il compito di fare il bilancio del Concilio sulla questione dei laici. Vale la pena riportare, di Wiederkehr, almeno questa formulazione lapidaria “Il duro monopolio del clero non si lascia scardinare con le dolci immagini del popolo di dio”.

Circa l’altro punto, ossia la questione del fondamento scritturale e teologico della divisione tra gerarchia e laici, quello che segue è l’elenco dei risultati con il quale Haag, chiudendo il suo saggio, sintetizza il proprio lavoro:

1. Nella chiesa cattolica ci sono due stati, clero e laicato, che hanno privilegi, diritti e obblighi diversi. Questa struttura ecclesiastica non corrisponde a ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Nella storia della chiesa questa struttura non ha dato frutti positivi.

2. Il Concilio Vaticano II ha cercato, in parte, di colmare il profondo divario esistente tra clero e laicato, ma non lo ha eliminato. Anche nei documenti di Concilio i laici appaiono come gli assistenti della gerarchia e non hanno la possibilità di esigere il rispetto dei loro diritti.

3. Gesù ha rifiutato il sacerdozio giudaico e il culto sacrificale cruento del suo tempo. Con il tempio e con il culto celebrato dai sacerdoti nel tempio Gesù aveva un cattivo rapporto. Egli annunciò la distruzione del tempio e fece capire che al suo posto non sarebbe sorto alcun altro tempio. Per questo motivo il sacerdozio giudaico lasciò che morisse sulla croce.

4. Gesù non disse mai che tra i suoi discepoli dovesse sorgere un nuovo sacerdozio e un nuovo culto sacrificale. Egli stesso non era sacerdote e non lo erano neppure i «dodici», gli apostoli e Paolo. Nessuno degli scritti del Nuovo Testamento parla del sorgere di un nuovo sacerdozio.

5. Gesù non voleva che ci fossero, tra i suoi discepoli, classi o stati. «Voi siete tutti fratelli», è la sua indicazione (Matteo, 23,8). Perciò o primi cristiani si considervano «fratelli» e «sorelle».

6. In contrasto con questa indicazione di Gesù si costituì, però, nel terzo secolo, una «gerarchia», un’«autorità santa». Questo portò alla divisione dei credenti in due stati, clero e laicato, «ordinati» e «popolo». La gerarchia pretese per sé la guida delle comunità e soprattutto l’ambito liturgico. Essa estese sempre di più il proprio potere. Ai laici furono affidati ruoli di servizio e fu imposta l’obbedienza.

7. La diffusione della chiesa su scala mondiale richiese la creazione di uffici. Questi potevano assumere, come mostra la storia, funzioni diverse. Tutti gli uffici, anche quelli del vescovo, sono istituzioni della chiesa. La chiesa ha dunque, di volta in volta, secondo la situazione, la possibilità di mantenerli, modificarli o sopprimerli.

8. Dal quinto secolo la celebrazione dell’eucaristia richiede la partecipazione di un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione. Dal quinto secolo si diffonde anche la concezione secondo cui l’ordinazione sacerdotale conferirebbe a che la riceve un carattere indelebile. Questa dottrina, ulteriormente sviluppata dalla teologia medievale, è stata dichiarata dottrina di fede vincolante dal Concilio di Trento (sedicesimo secolo).

9. Per quattrocento anni l’eucaristia è stata presieduta da quelli che, nel nostro linguaggio, sono definiti «laici». Questo mostra che non occorre avere un sacerdote che abbia ricevuto il sacramento dell’ordinazione e che tale necessità non può essere dimostrata né biblicamente né dogmaticamente.

10. La condizione per la celebrazione dell’eucaristia non dovrebbe dunque essere un’«ordinazione», ma un «incarico». Questo può essere affidato a un uomo o a una donna, sposato o non sposato. Per entrambi, uomo e donna, deve essere richiesta la possibilità di accedere all’intero ministero ecclesiastico che comprende l’autorizzazione a celebrare l’eucaristia.

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