I “creditori del fascismo” secondo Fidia Gambetti

Sono stato messo sulle tracce di Fidia Gambetti dal libro di Ruggero Zangrandi, La lunga marcia attraverso il fascismo. Leggo dalla nota 1 di pag. 36 (edizione del 1963 pubblicata da Feltrinelli):

L’unico autore – a mio avviso – che abbia compiuto una ricostruzione, oltreché obiettiva, integrale della realtà fascista è Fidia Gambetti, con la sua pregevole e schietta Inchiesta sul Fascismo. Ma mette conto rilevare (perché non è senza significato) come quest’opera, apparsa a puntate su “l’Unità” milanese, quando fu stampata in volume, nel ’53, dall’Editore Mastellone, non solo scomparve subito di circolazione (il che può spiegarsi proprio per il suo interesse), ma ebbe scarsissima eco di critica e non figura in nessuna bibliografia di opere posteriori, per quanto accurate.

Pochi anni fa non senza sorpresa ho saputo che un piccolo e, almeno a me, ignoto editore di Manziana, Vecchiarelli, ne aveva pubblicato una ristampa anastatica: Fidia Gambetti, 1919-1945. Inchiesta sul fascismo. Manziana di Roma, Vecchiarelli editore, 1991. Il volume si apre con una “Prefazione dell’autore alla ristampa 40 anni dopo”che, alle pagg. xv-xvi, riporta la nota di Zangrandi, correggendone alcune affermazioni.

Mi sembra interessante il seguente passo dell’Inchiesta, dove è da notare un cenno alla situazione del confine orientale e della comunità italiana dell’Istria, sinteticamente ma correttamente vista come vittima del fascismo e dello “sciovinismo titista”:

Creditori per venti anni di vita sbagliata e perduta, non solo coloro i quali credevano si trattasse di “un’altra cosa”; ma anche quelli che ne accettavano per buoni i motivi più retorici da nazionalismo balcanico, da imperialismo straccione e persino la sostanza non sempre palese di reazione acuta e deteriore e quella meno abilmente camuffata di tiranne stupida e operettistica.
Ma creditori e doppiamente vittime non meno degli antifascisti che ingaggiarono la lotta dura e lunga ad armi impari affrontando sacrifici di ogni sorta, rappresaglie e anche la morte, i fascisti di pura fede e tutti i giovani andati o mandati a combattere e a morire per una causa che ritenevano degna e nobile, sulle ambe dell’Etiopia, per le strade di Spagna, sulle montagne di Grecia, nel deserto Cirenaico e nelle steppe Ucraine.
E non furono e non sono vittime del fascismo le popolazioni italiane mandate in Africa orientale e settentrionale e abbandonate nell’ora del pericolo; e le donne e i bimbi e i vecchi esposti, dalla Sicilia al Piemonte, alla quotidiana offensiva aerea di due contendenti, massacrate dalle granate fra le linee di due eserciti stranieri? E i deportati in Germania, e i morti di inedia, di fatica e di freddo nei “lager”, le migliaia di ebrei che non hanno più fatto ritorno, finiti nelle camere a gas? E non sono vittime del fascismo gli istriani profughi per l’Italia e quelli tuttora costretti a subire le angherie dello sciovinismo titista?

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