Qualche volta le cose sono semplici: negare il matrimonio ai gay è discriminazione

Non ne posso più di sentir parlare di PACS, DICO e quant’altro quando il tema è: “matrimonio per i gay: si o no?” Penso che il principio di eguaglianza debba essere fatto valere sino in fondo, e che quindi i gay debbano poter contrarre matrimonio, se lo desiderano (ognuno ha i suoi gusti, c’è persino gente a cui piace sposarsi), esattamente nello stesso modo, denominazione dell’istituto inclusa, degli eterosessuali.

In realtà trovo non solo più ipocrita, ma anche più discriminatoria la posizione dei “moderati” di area PD che sostengono, manco fossero chissà quali coraggiosi innovatori, l’opportunità di istituire nuove forme di convivenza di coppia (i PACS, appunto, salvo poi edulcorarli variamente), aggiungendo che – per carità, mai si parli però di matrimonio tra omosessuali!

Al riguardo mi è venuto in mente questa specie di apologo fantapolitico.

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Immaginiamo che in un futuro non troppo lontano, il Parlamento italiano approvi una nuova legge. Pochi articoli: i primi istituiscono i “Centri per l’Acquisizione e lo Sviluppo delle COmpetenze”, denominati per comodità CASCO, specificandone finalità e struttura. Si tratta di istituti in tutto e per tutto simili alle scuole primarie e secondarie, organizzati e disciplinati per mezzo di una analoga normativa. È infatti previsto il rilascio, al termine dei vari cicli di studio, di certificazioni equipollenti a quelle conseguibili presso le scuole pubbliche statali o private parificate.

Un secondo gruppo di articoli individua nei cittadini italiani il cui cognome inizia con le lettere (H, K, J, W, X, Y) gli utenti dei CASCO, contemporanemente dichiarandoli non iscrivibili negli istituti scolastici ordinari. La legge lascia in ogni caso la libertà di frequentare i CASCO a chi, pur avendo un cognome che non inizia con le lettere sopra indicate, volesse fare questa scelta.

Immaginiamo di aprire un giornale per capirci qualcosa di più. Che so, a caso: Avvenire:

La discussione della legge sui CASCO e, ancor più, la sua approvazione, hanno provocato il consueto fuoco d’artificio delle polemiche strumentali. Si è detto che la legge sarebbe discriminatoria e ghettizzante e si è puntato l’indice su una presunta “barbarie giuridica”. E chi sono gli accusatori? Ma certo, si tratta dei “difensori dello stato di diritto liberale e democratico”; in realtà costoro confondono la libertà con il liberalismo, la democrazia con il democratismo. Non sono liberali, chiamiamoli con il loro vero nome: sono liberalisti. Non sono democratici: sono democraticisti.

E infatti, dove sarebbe poi la discriminazione? Le materie, i piani di studio, la struttura organizzativa, sono in tutto e per tutto uguali a quelli delle scuole ordinarie. Quanto ai professori, hanno lo stesso profilo culturale dei loro omologhi “ordinari” (anche se sono definiti “facilitatori di apprendimento” e non “docenti”) e sono selezionati con procedure analoghe.

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Ora però ci vien da pensare.

“Discriminazione” cosa vuol dire? Niente di male, in realtà; il sostantivo ha un significato neutro: “Distinzione operata in seguito a un giudizio o classificazione” (Devoto-Oli). Ora, le cose “neutre” sono passibili, a seconda del loro impiego, di essere buone o cattive. Ma allora la questione è: quando classificare o distinguere è pertinente? Perché la “discriminazione” non è operazione neutra quando è operata in modo non pertinente al contesto. Il contesto che interessa qui è l’insieme delle regole e delle pratiche finalizzate all’istruzione dei cittadini. Cosa ha a che vedere con questo l’iniziale del cognome?

Ma, si replica, che si chiami “scuola” o che si chiami “CASCO”, che differenza fa? Anche quelli con il cognome “strano” possono formarsi e istruirsi, i loro diritti sono garantiti allo stesso modo di quelli degli altri cittadini.

C’è qualcosa che non quadra, che disturba. Ecco: sempre il Devoto-Oli registra un’altra accezione di “discriminazione”, quella in cui la pratica ha perso la sua neutralità: “Posizione o attività politica, sociale e culturale, tendente a ghettizzare gruppi o individui per la loro diversità rispetto a determinati modelli considerati normali”. Nel caso della legge sui CASCO questo senso di discriminazione è realizzato con modalità addirittura virtuosistiche. Infatti, in relazione al contesto di cui si sta parlando, i cittadini con le iniziali “strane” non sono “oggettivamente” (che qui vuol dire “pertinentemente”) discriminabili. Quella dell’iniziale del cognome è una caratteristica non pertinente, è, sempre nel contesto dato, una “differenza che non fa differenza”. Evidentemente chi ha un cognome che rientra nella fattispecie della legge è recepito come “non normale”, ma non nel senso che non possa studiare e imparare. Bisogna allora mandarlo in una istituzione come la scuola ma che *non si chiama* scuola. È come se il legislatore avesse voluto *creare* la differenza con il linguaggio, con l’invenzione dei nomi. *Vuole* discriminare quei cittadini e allora reduplica la scuola, e si inventa il termine “CASCO” e lo appiccica a uno dei due “gemelli”, in modo da poter marcare la differenza tra un gruppo di cittadini e l’altro rendendoli rispettivamente frequentatori di scuola e allievi dei CASCO. Una differenza che ovviamente non penetra nei soggetti che si vogliono discriminare, che si appiccica loro ab extra. Ma che proprio per questo manifesta una assoluta volontà di discriminazione.

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Mi rendo conto che la mia storiella non coglie tutte le questioni legate a unioni civili, matrimonio, coppie omosessuali etc. In particolare non si possono presentare le varie forme di regolamentazione delle unioni di fatto come “doppioni nominalistici” del matrimonio. E poi le cose sono in realtà più complicate, perché non c’è solo la rivendicazione, da parte degli omosessuali, del diritto di sposarsi, c’è anche la richiesta di chi non vuole contrarre matrimonio (omo- o eterosessuale che sia) a vedersi riconoscere diritti in quanto coppia o famiglia.

Ritengo però che il mio ragionamento (e la mia storiella) abbiano un senso. Infatti, o (come è) le unioni civili (PACS etc.) sono diverse da quelle matrimoniali, oppure no. Nel primo caso (quello reale) i gay, se non possono contrarre matrimonio, sono discriminati. Quanto al secondo caso, chi avanza l’ipotesi (ipocrita) che la convivenza non matrimoniale sia in pratica “la stessa cosa” perché “non toglie diritti” a chi è costretto a sceglierla, e, proprio sulla base di queste considerazione, interdice il matrimonio ai gay, non solo tiene in vita la discriminazione antiomosessuale, ma la rende al contempo più sottile e più radicale.

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4 risposte a Qualche volta le cose sono semplici: negare il matrimonio ai gay è discriminazione

  1. Anonimo ha detto:

    Caro Gonzalo, come sempre la tua stringente forza argomentativa risulta inattaccabile. Anche quando si riveste di metafore e immagini semplificanti.
    Mi viene da pensare a quando, tra cinquan’anni, qualche “storico della rete” s’imbatterà nel tuo blog. Lo indicherà come un’espressione della più avanzata coscienza civile del Paese. Allora le discriminazioni degli omosessuali appariranno, in modo lampante, come quelle inflitte ai neri. Del resto io ho una bussola per orientarmi nel guazzabuglio della storia: la luce infallibile della Chiesa. Basta vedere qual è al sua posizione e capire che quella contraria risulta giusta, ragionevole e destinata ad imporsi nelle coscienzae. Senza per questo cedere all’idea illuministica di una stroia che “marcia verso il meglio”. Si pensi all’eliocentrismo, al darwisnismo, alla libertà di coscienza, alla democrazia, alla parità delle donne, al divorzio, all’aborto: tutte partire perse dai clericali. Peccato che in questa lotta per la ragione il prezzo da pagare è l’infelicità di tanti uomini.

    • Effettivamente la Chiesa sembra proprio essere attratta irresistibilmente verso le posizioni peggiori in ogni campo.
      Invece penso che “in rete”, e comunque in giro per il mondo, ci sia una consapevolezza e un’intelligenza nettamente superiori a quelle della nostra classe dirigente, specie dei politici. Che sono, prima che reazionari, clericali, fascisti etc., dei cafoni analfabeti e ottusi.

  2. Anonimo ha detto:

    Argomentazione robusta e sottile.

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