Contro il finanziamento pubblico ai partiti, o del non lasciarsi sviare (o della coazione a ripetere)

A. – Bisogna abolire il finanziamento pubblico ai partiti. È semplice. Niente soldi.

B. – Non sono d’accordo. Non si può, per colpa di alcuni individui, o anche di alcuni gruppi e organizzazioni, corrotti eliminare un sostegno che è necessario. Se vuoi ti spiego perché c’è bisogno del finanziamento pubblico.

A. – Guarda, in astratto potrei persino essere d’accordo con te. Ma la discussione sul tema c’è già stata. Soprattutto c’è stato un voto: il referendum del 1993 ha visto il 90,3% dei votanti contrario al finanziamento.

B. – Ma sono passati anni.

A. – Ma il responso dei cittadini non è mai stato rispettato. Nel 1994 si è approvata una legge per aggirare la volontà dei cittadini. È bastato chiamare, assurdamente, “rimborso elettorale” quello che prima era detto “finanziamento”. E i partiti hanno ricevuto più soldi pubblici di prima, in barba alla democrazia.

B. – Il referendum è stato sostenuto dai Radicali. Gente magari onesta, ma saccente, antipatica. Sai, quelli che sanno tutto loro, che hanno sempre ragione.

A. – Ma avevano o no ragione sul finanziamento pubblico? Tu che dici?

B. – Secondo me no.

A. – E quindi hai ragione tu? Sarai mica anche tu uno di quei brutti tipi che dicono di “avere ragione” (nel senso: di essere i monopolisti della ragione)?

B. – No, anche tanti altri la pensano come me.

A. – Quanti?

B. – Mah, tanti, ma non saprei quantificarli.

A. – Invece quelli che hanno dato ragione ai “saccentoni” di radicali io so quanti sono stati: il 90,3%. È l’unico dato di cui disponiamo. Ed è stato ignorato (in una democrazia che prevede anche uno strumento di democrazia diretta come il referendum abrogativo). Quindi ci risiamo: bisogna abolire il finanziamento.

B. – Ma le cose cambiano…

B. – Certo. E forse richiedono ancora di più l’abolizione del finanziamento pubblico. Ma, in ogni caso, non credi sarebbe una presa in giro l’istituto referendario se, una volta raccolte le firme (e non è uno scherzo), ricevuta la benedizione della Corte Costituzionale (e non è scontata), raggiunto il quorum (e spesso non ce la si fa), e registrato un consenso del 90,3% sulla opzione x, si dica: “la situazione è cambianta, si fa nell’altro modo, quello che è stato bocciato di brutto”? E lo si dica pochi anni dopo? Quindi: non è questo il momento di dibattere, il dibattito c’è stato;possiamo essere in disaccordo con la maggioranza che si è espressa e goderci la nostra infinita superiorità di elite anticonformista, ma il responso referendario va rispettato. Via il finanziamento…

B. – Potrebbero nascere nuovi populismi, magari pericolosi neofascismi. I ricconi, quelli che hanno i soldi e le televisioni e i giornali, domineranno le campagne elettorali.

A. – Rimarrebbero invece, con il finanziamento pubblico, partiti irresponsabili e “statalizzati”, poco democratici. Senza contare l’ingiustizia di finanziare solo quelli che già sono in parlamento e nelle istituzioni. Ma ripeto, non dobbiamo più argomentare pro o contro il finanziamento. E’ già stato fatto a suo tempo, poi si è deciso, i cittadini hanno deciso. E il 90,3% ha detto “no” al finanziamento pubblico.

B. – Lei parla così perché, evidentemente, fa parte di qualche lobby ricca e potente.

A. – E lei ha delle scarpe orrende. Tuttavia: nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – Ma che ottusità, continuare a ripetere così lo stesso disco! Riduciamo il finanziamento al 60% di quello attuale, se vogliamo fare una legge seria…

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – … facciamo il 40%…

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – … e facciamo controllare alla Corte dei Conti…

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – Tenga presente che l’art. 49 della Costituzione recita:”Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ora i partiti hanno dei costi, e lo Stato, che ne riconosce il ruolo costituzionale, non può senza contraddizione non aiutarli a sostenere questi costi.

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – Ma nel paese, civilissimo e democraticissmo, tal dei tali, e non è il solo, lo Stato finanzia i partiti.

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

B. – Lei è un gran figlio di puttana, un rozzo, un plutocrate-giudeo-massone…

A. – Nel 1993 il 90,3% dei votanti ha detto no al finanziamento pubblico.

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Il dialoghetto si chiude qui. Si è protratto forse un paio di battute di troppo, visto il suo andamento. Gli italiani dovrebbero allenarsi a non mollare il punto. A non farsi sviare da attacchi ad personam, da passaggi ingiustificati ad altri temi; insomma, da tutto l’armamentario delle fallacie argomentative più o meno (più spesso meno) ben congegnate.

Ma si noti: chi è poi nel dialogo colui che ripete ottusamente sé stesso? A oppure B?

In realtà i ripetersi letterale di A non è che il segno esterno, la messa in evidenza, lo smascheramento, se si preferisce un termine più fantasioso, della violenta e irrispettosa ripetitività di B. Che si fa avvocato di chi pervicacemente, dopo aver derubato gli italiano della loro decisione nel 1994, si attrezza a ripetere il medesimo furto. La frase detta quattro, cinque volte da A alla fine attesta ad oculos il fatto che il linguaggio e il pensiero di A sono ridotti alla ripetizione dalla volontà dell’eterno ritorno dell’uguale (o, meglio, dalla coazione a ripetere) che si esprime nell’atteggiamento di B.

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