Bertrand Russell: ubbidienza e disciplina nella scuola

Il testo che riporto di seguito, pubblicato da Russell nel 1916, contiene un passaggio, quello sul lavoro degli insegnanti e la sua peculiare durezza, che può, in modo sin troppo ovvio, essere utilizzabile “oggi”, contro scelte politiche sbagliate e di basso profilo demagogico. Ritengo però molto più significativi i ragionamenti di Russell su (e contro) l’autoritarismo e la valorizzazione dell'”ubbidienza”. Sono abiti mentali e scelte che costituiscono se non il comune sentire e operare degli insegnanti, sicuramente un sentire e operare largamente maggioritari. Ubbidienza a parte obiecti e paternalismo a parte subiecti: questo è dato riscontrare come obiettivo e criterio dell’agire di molti, di troppi. Come spesso capita di dover rilevare, la scuola ha dentro di sé il suo nemico più pericoloso.

N.B. Russell si riferisce, in questo brano, alla scuola elementare: ma penso che le sue considerazioni valgano anche per insegnanti e studenti di tutte le scuole.

Si ritiene che ubbidienza e disciplina siano indispensabili se si vuole mantenere l’ordine in una classe e se si deve dare una qualsiasi educazione. Entro certi limiti questo è vero, però questi limiti sono molto più ristretti di quanto pensino coloro che considerano l’ubbidienza e la disciplina come desiderabili in se stesse. L’ubbidienza, ossia la sottomissione della propria volontà a una direzione esterna, è la controparte dell’autorità. Entrambe possono essere necessarie in taluni casi. I bambini ribelli, i dementi e i criminali possono aver bisogno dell’autorità e può darsi che li si debba costringere a ubbidire. Ma questo, proprio per il fatto di essere una necessità, è anche una sventura: ciò cui bisogna tendere è una libera scelta di fini in cui non sia necessario interferire. E i riformatori dell’educazione hanno dimostrato che questo è possibile in misura di gran lunga superiore a quella cui avrebbero mai potuto credere i nostri padri.

Quello che fa sembrare necessaria l’ubbidienza nelle scuole sono le classi troppo numerose e il sovraccarico di lavoro per gli insegnanti, due cose richieste da una falsa economia. Chi non ha esperienza di insegnamento è incapace di immaginare il dispendio di energia psichica comportato da qualsiasi istruzione veramente viva. Si pensa che ci si possa ragionevolmente attendere dagli insegnanti che lavorino tante ore quante ne lavorano gli impiegati di banca. Le conseguenze sono forte affaticamento, irritabilità nervosa, e un’assoluta necessità di espletare in modo meccanico il lavoro quotidiano. Però il lavoro non può essere espletato in modo meccanico se non pretendendo l’ubbidienza.

(…)

La disciplina, così come esiste nelle scuole, è in larga misura un male. Vi è un genere di disciplina che si rende necessario per il conseguimento di quasi tutti i fini e che, forse, non è sufficientemente apprezzata da coloro che reagiscono contro la disciplina puramente esteriore dei metodi tradizionali. Il genere di disciplina da desiderarsi è quello che scaturisce dall’intimo e che consiste nella capacità di tendere a un obiettivo ancora lontano, con rinunzie e sofferenze durante il cammino. Tutto questo comporta la subordinazione alla volontà degli impulsi di minore importanza, la capacità di indirizzare l’azione secondo grandi desideri creativi anche nei momenti in cui non sono intensamente vivi. In mancanza di questo non si può realizzare alcuna seria ambizione, buona o cattiva che sia, né può prevalere alcun proposito ben fondato. Questo tipo di disciplina è assolutamente necessario, però non può nascere se non da intensi desideri rivolti a fini non immediatamente raggiungibili e può essere prodotto dall’educazione se l’educazione alimenta tali desideri, cosa che accade raramente ai nostri giorni. Tale disciplina scaturisce dalla volontà dell’individuo, non da un’autorità esterna. Questo non è il tipo di disciplina che si ricerca nella maggior parte delle scuole e non è questo il tipo di disciplina che a me sembra un male.

Bertrand Russell, Principi di riforma sociale, Roma, Newton Compton, 1970 (ediz. originale, 1916).

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