Dell’irrilevanza dell’università

Quel buon diavolo di Ceronetti scrive, a chiusa di un suo capitolo intitolato “Male di laurea” (La carta è stanca, 1976):

Un padre responsabile, almeno per scarico di coscienza, sconsiglierà ai suoi figli l’Università, si sforzerà piuttosto di fargli imparare un mestiere. Il mestiere vendica delle lauree inutili; meglio se accompagnato dallo studio, come raccomandavano gli antichi rabbini. Legatore di libri, agricoltore, creatore di giocattoli e di strumenti musicali, apicultore… Esempio solare è Baruch Spinoza: si guadagnava la vita tagliando lenti, alla perfezione. Imparò anche il disegno e sapeva fare buoni ritratti. Pensava in modo sovrano. Rifiutò la cattedra sontuosa che gli offriva, ad Heidelberg, l’Elettore Palatino, perché diventando cattedratico temeva che non sarebbe stato un vero filosofo.

Nel suo Tractatus politicus* dice, con nitore assoluto, che le Università, sostenute dai fondi pubblici, sono istituzioni destinate a non coltivare ma a costringere le menti; meglio l’insegnamento individuale libero, a rischio di chi lo esercita. L’uomo libero pensa così: muoia l’Università, viva il Maestro.

* Riporto il passo spinoziano (Tractatus politicus, cap. VIII, § 49):

Academiae, quae sumptibus Reipublicae fundantur, non tam ad ingenia colenda, quam ad eadem coërcenda instituuntur. Sed in libera Republica tum scientiae, et artes optime excolentur, si unicuique veniam petenti concedatur publice docere, idque suis sumptibus, suaeque famae periculo (Le accademie fondate con i soldi dello Stato non sono istituite per coltivare gli ingegni ma per costringerli. Ma in uno Stato libero le scienze e le arti saranno coltivate in modo ottimale quando sia concesso a chi lo richieda di insegnare pubblicamente; e di farlo a sue spese e mettendo in gioco la propria reputazione).

A tema qui non è questo o quell’insegnamento tecnico, né la trasmissione di un sapere scientifico settoriale e delle relative pratiche di ricerca, più o meno codificate. Evocando l’università si intende più precisamente puntare il dito verso la ricerca pura come tale, aperta alla problematizzazione radicale di metodi e presupposti concettuali, disposta costitutivamente a mutare indirizzi e mete. Ora, si può ben sorridere di quanto di nostalgico, preindustriale e “primitivista” (à la Rousseau) risuona nelle parole di Ceronetti. Rimane l’intuizione di fondo, innegabilmente vera. E, forse, anche la possibilità di aggiornare l’idea della bottega artigiana, della rude e pacifica indipendenza del filosofo che non mette all’incanto il proprio pensiero. Se non è più il tempo di georgici apicultori, di russoviani falegnami o di tolstojani agricoltori, magari lo è di postindustriali e postnazionali lavoratori della conoscenza molteplicemente singolarizzata e costruita lungo tracciati individuali e componendo storie altrettanto individuali. È di fronte a queste nuove forme di maggiorità intellettuale e culturale che l’Università già medievale e già nazional-statuale ha perso rilevanza e dovrà, quindi, cambiare forma e sostanza.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Filosofia, Scuola e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...