Un rozzo articolo in difesa della Russia (di Putin)

Avrei potuto, tante volte mi sono detto che dovrei, soprassedere di fronte a certi “pezzi” giornalistici, assai malamente argomentati e del tutto privi di contenuto informativo. Sarebbe bene, ripeto a me stesso, non buttar via il tempo a leggere e criticare gli articoli dei supplementi domenicali dei giornali. Ma il fatto è che qui non è solo una questione estetica o di varia pedanteria. Qui si tratta di una questione più seria, perché implica una valutazione dello spessore “politico” del giornale sul quale è apparso uno dei pezzi più rozzi e inaccettabili di cui abbia memoria. Se non fosse per la mia invincibile ripugnanza per le affermazioni prive di dimostrazione logica e fattuale, lo direi scritto su incarico del regime di Putin, per scopi propagandistici o quantomeno apologetici.

Tale Zachar Prilepin, del quale si apprende, a piè di un articolo pubblicato a pagina 4 del supplemento del Corriere della sera “La lettura” (23/12/2012), che “russo, classe 1975, laureato in lettere, è stato pugile, guardia privata, agente speciale dell’esercito russo in Cecenia”, si produce in una lamentazione, contro non si sa bene chi, secondo la quale la Russia non sarebbe compresa, sotto il profilo letterario (e non solo, parrebbe di intuire), se non nelle sue manifestazioni meno valide, per non dire grottesche. Il tono è tra il sarcastico e il vittimistico; con sfumature paranoidi.

I lettori occidentali apprezzerebbero scrittori russi di basso profilo perché abbindolati da copertine meramente asseverative («È il figlio di Aljoša Karamazov») o accennanti a personalità che evocano contrapposizioni critiche alla politica e alla società russe odierne («È il fratello delle Pussy Riot». «Ecco il libro preferito di Anna Politkovskaja»). Notevole è, sia detto en passant, che in pratica non è dato sapere chi siano queste mezze calzette spacciate per grandi scrittori; Prilepin cita, infatti, solo il nome di Nikolaj Lilin.

Un po’ poco, ma questa “avarizia” nell’offrire elementi di fatto pertinenti caratterizza tutto il “pezzo”. L’autore afferma che, in generale, la letturatura russa contemporanea sarebbe misconosciuta “in Europa e oltre Oceano”. La base empirica di questa generalizzazione? Un canone apparso su Die Zeit.

A lettura ultimata ci si chiede: ma insomma, l’autore vuol suggerire l’esistenza di un complotto antirusso? Ma dove sta allora il cui prodest? A nessuno? Allora cos’è, una critica “di sistema”? È la classica denuncia della società della manipolazione mediatica? O si vuol sostenere che gli europei e gli americani sono semplicemente stupidi, magari meno “selvaggi” (il vocabolo è nell’articolo) dei russi ma privi dell’ingegno che l’autore evidentemente riconosce nei suoi connazionali?

È il caso di mettere in evidenza alcuni punti:

1) Quali sarebbero gli scrittori  russi che meritano attenzione e che i superficiali lettori dell’Occidente disconoscono? Perché nessuna pars construens nell’articolo?

2) Prilepin se la prende con Lilin perché, dice, “la Cecenia e le galere siberiane che racconta mi ricordano le avventure del barone di Münchhausen, capace di mirabolanti frottole”. Dovremmo concludere che non esiste un problema Cecenia? Che la democrazia e i diritti civili sono garantiti e godono di buona salute nella Russia di Putin?

3) Cosa c’è da ironizzare su Anna Politkovskaja? Ma, soprattutto: come si fa a istituire un paragone simile: “Usare il nome di Politkovskaja per attirare l’attenzione sul libro di uno scrittore russo è tanto strano quanto presentare uno scrittore tedesco contemporaneo con un rimando all’opinione di un dissidente della ex Ddr morto in circostanze oscure”? Non basta anche solo fermare l’attenzione sul monosillabo “ex” per capire che il paragone è inaccettabile?

4) Che razza di analogia (ancora un paragone a capocchia!) sarebbe quella tra “uno scrittore contemporaneo tedesco che racconti di come, nei boschi presso Berlino, si nasconda un reparto di ex SS, che insieme ai figli e ai nipoti, sulle note di Wagner e battendo il tamburo, rapinano i treni in transito” e uno scrittore russo che parla di Cecenia o di altre questioni attinenti alla politica dell’era Putin? Come non vedere che la Germania di Hitler (e la DDR, vedi sopra), appartiene al passato, mentre la questione cecena e gli ammazzamenti di giornalisti (ricordo sommessamente che non è stata assassinata solo Anna Politkovskaja, ma anche un giornalista italiano che inviava corrispondenze proprio dalla Cecenia, Antonio Russo) sono cose di questi ultimi anni?

5) Che la legalità democratica, lo stato di diritto e i diritti civili non siano ancora carne e sangue in Russia è un’eventualità di certo non smentita dal modo con cui Prilepin fa riferimento alla vicenda delle Pussy Riot.  “Pur riconoscendo la sproporzione tra il reato e la pena feroce [bontà sua!], la stragrande maggioranza della popolazione russa ritiene sinceramente che l’azione delle poverette sia semplicemente inqualificabile, sia dal punto di vista etico che estetico”. Come dire: se sei immorale o se compi atti che non piacciono (“inqualificabili dal punto di vista estetico”!), non è poi così rilevante se finisci in galera. Con dubbia coerenza il nostro butta là una frasetta sulla “mostruosità della giustizia russa”; anzi la dichiara ingiustificabile. Ma evidentemente ritiene ciò un dettaglio o qualcosa di secondario, rispetto alla difesa dell’etica (!) e dell’estetica (!!) da parte del popolo russo (o dei suoi governanti?).

Chiudo tornando, dall’articolista, al giornale che, ospitandolo, lo ha accreditato. Abbiamo appena appreso che il Presidente della Repubblica ha concesso la grazia al direttore del Giornale Sallusti, condannato per diffamazione a mezzo stampa. I giornali, Corriere incluso, hanno fatto una campagna per ottenere questo risultato; hanno levato un coro di allarmate critiche contro una sanzione carceraria comminata a chi, tuttavia, un reato che ha danneggiato delle vittime l’ha commesso. Il medesimo Corriere non pare avere la stessa sensibilità per il caso  delle “Pussy Riot”. La loro vicenda meriterebbe di essere trattata con la dovuta attenzione, e non tanto o soltanto per – doverosamente – affermare dei diritti individuali soggettivi, ma soprattutto per valutare il livello di legalità di uno Stato che si permette di processare, condannare *penalmente* e imprigionare chi, per tornare al parallelo con Sallusti, non ha diffamato nessuno, ma ha manifestato il proprio pensiero. Che si può non condividere, si può anche dileggiare e disprezzare, ma non con la pretesa di abolirlo, di elevare tale dileggio e disprezzo a qualcosa che pretenda di essere oggettivo vincolante per tutti. Che facciamo, diciamo che chi si oppone in modo “sgradevole” a un’istituzione se finisce in galera in fondo non è poi un dramma? Allora chi si veste male? Chi suona cattiva musica? Chi non va a messa la domenica? Chi ha convinzioni morali difformi da quelle della maggioranza? Che so, un vegetariano? Se vanno in galera poco male?

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