Scemenze dannose

Negazionismi, teorie del complotto, verità alternative. Ovvero scie chimiche, crisi economiche che si superano “stampando moneta”, autoattentati americani, e altro ancora: da qualche tempo, e non in modo generico e astratto, le scemenze mi disturbano distogliendomi da lavori e interessi ben diversi e senza dubbio più consistenti. In qualche modo devo libermente.

Provo.

Il problema delle teorie del complotto e simili non è che siano false o che esistano fonti che le contraddicano.

È che sono sceme.

Per quanto riguarda la tendenza a sostenerle: se non è episodica ma costituisce un tratto radicato e costitutivo di un modo di pensare e affrontare cognitivamente la realtà, si è con tutta probabilità di fronte a un problema che afferisce all’area delle patologie (psichiatriche? sociopsicologiche? relazionali? Non mi addentro nella questione).

Ci si può chiedere, mi si può chiedere : perché poi l’esistenza di una cosa scema sarebbe un problema rilevante?

Rispondo: non lo è in sé stesso. Così come non lo è l’esistenza del sale (cloruro di sodio): non è un problema in sé stesso, ma nel caffè forse sì.

Il fatto è che la scuola, dalle elementari in su, non predispone antidoti contro le scemenze, si comporta come se il “rumore” informativo fosse oggi quello di qualche decennio fa: praticamente nullo. Peggio: capita di leggere sulla stampa di insegnanti – ossia coloro ai quali è attribuito (e retribuito) il compito di insegnare a riconoscere cosa è, per esempio, una fonte storica, o a costruire un’argomentazione logicamente valida – vittime essi stessi delle scemenze di cui sopra senza che, circostanza assai significativa, ciò susciti alcuna reazione degna di nota. E questo è un problema.

Quanto grande?

Si può pensare che una scuola disattenta alla questione e persino insegnanti “dall’altra parte della barricata” non siano in grado di rendere endemica nella popolazione e cronica negli individui l’inettitudine a vagliare le informazioni e a ragionare. E in effetti sino a qualche tempo fa tendevo a ritenere che negazionismi, complottismi e quant’altro tutto sommato non costituissero un problema importante. La scemenza, pensavo, è “index sui”, non può davvero far danni. Anzi, a suo modo ha anch’essa una sua funzione, come i cattivi odori o la bruttezza.

Ora mi accorgo che la costellazione di fatti e di caratteristiche oggettivi e soggettivi riscontrabili nelle odierne condizioni di vita, di pensiero, di comunicazione e di formazione, rendono l’acriticità, l’illogicità, in una parola: la scemenza connaturata ai complottismi di vario genere e contenuto decisamente dannosa.

Prendo in esame lo studente di 14-18 anni circa, o comunque il giovane inesperto che fruisce di (in)formazioni in vari contesti (non solo in quello scolastico). Costui, per definizione, non ha cognizione di cosa letteralmente sia una fonte, di come si formi, di come si analizzi etc. Non ha voglia di apprenderlo, è fatica, è un lavoro “palloso”. Il soggetto in questione è invece impaziente di arrivare a conclusioni, specie su argomenti che percepisce come rilevanti. Perché è curioso, magari preoccupato. Vuol far “quadrare il mondo”, individuarne il disegno; o, più semplicemente, farsi un’idea su determinate situazioni, quelle più minacciose o frustranti. “Capirci qualcosa”: è sempre più difficile, perché su ogni argomento si possono scovare un milione di “(psedo)fonti” (sì il solito internet col solito google, coi forum, etc. etc.). Ed è contemporanemente sempre più facile, per la stessa ragione.

Accade così che molto spesso la cognizione “strana”, la notizia o la teoria inedita che “sconfiggono” il Sapere Ufficiale noiosamente confezionato nei Libri Ufficiali (che sono mediocri se non pessimi, lo dico io per primo, ma per altre ragioni) offrano la chiave per mettere ordine. E molto di più.  Servono anche per passare da persona più smart (cool?) nelle chiacchiere (da bar, o da “vasca”, o da luogo di ritrovo; ma anche negli scambi su Facebook o in altro telematico modo). Sono poi ottime per acquisire una fasulla superiorità intellettuale o, almeno, un livello accettabile nella gerarchia degli status del gruppo di appartenenza. Infine fanno tutte queste belle cose a poco prezzo, vale a dire con molto poco o nessuno sforzo di studio.

E siamo al combinato disposto: domanda e offerta. Si vuole una cosa, non si vuol far la fatica necessaria per conseguirla; e c’è chi – il complottista – la offre, anche nella forma che più aggrada. È psicologicamente gratificante perché soddisfa il desiderio di “individuare un colpevole”; e poi fa anche sentire sé stessi (più) intelligenti. Ed è offerta a poco prezzo: facile facile. Una soluzione su misura: piace, anche perché va incontro a persone necessariamente (essendo inesperte e incolpevolmente di scarsa cultura) di “bocca buona”.

L’acriticità più corriva è quella che consiste nell’affermare: “è falso tutto ciò che viene affermato in ‘Modo Ufficiale'”. Chi adopera un siffatto, banale modulo “argomentativo” (si comprenderà la necessità dell’uso delle virgolette!) non capisce nemmeno che rende il suo presunto spirito critico dipendente, per la sua stessa possibilità di esercitarsi, dall’esistenza di questo fantomatico Modo Ufficiale. Si può notare qualcosa di più: questo stesso lessico (Modo Ufficiale, Storiografia Ufficiale etc. etc.) denuncia la qualità della formazione di chi lo usa, un po’ come i tratti comportamentali e gli atteggiamenti tradivano le origini non aristocratiche di Mastro-don Gesualdo. Il “Modo Ufficiale” abita evidentemente nelle teste di chi, formatosi essenzialmente sui manuali scolastici, questi stessi manuali apparentemente rifiuta per sostituirli con elaborazioni altrettanto e più schematiche prodotte da una sedicente “ricerca indipendente”.

Chi avesse avuto la pazienza di leggere sin qui faccia da sé: metta assieme i fattori, coordini le variabili, e veda il risultato.

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