Il XX settembre di Quintino Sella

… ovvero Roma capitale della laicità e del pensiero razionale.

Il 20 settembre 1870, data da ricordare ma non più contemplata nel candelario come festività pubblica.

Eppure segna un evento molto significativo, decisivo. Non solo nella storia d’Italia.

Ciò che accadde quel giorno non fu solo un episodio politico relativo al processo di completamento nazionale, territoriale e simbolico, dello stato nazionale italiano. Con l’ingresso dei bersaglieri a Roma si scriveva sì un capitolo della storia dei rapporti tra stato e chiesa importante per la nuova compagine nata nel 1861; ma, data la natura universalistica del papato, nonché il suo ruolo nella storia europea e mondiale, la presa di Roma e la fine del potere temporale dei papi fu evento di portata epocale. La chiesa e la religione rappresentavano infatti un’opzione etico-politica e culturale alternativa alle tendenze configuratesi nel corso dell’elaborazione del sapere scientifico e antidogmatico e maturate attraverso le esperienze storiche vissute, nel segno di una progressiva secolarizzazione, dalle società europee dal XV secolo in avanti.

Chi volesse approfondire, nelle sue diverse direzioni e sfumature, di segno diverso e talora opposto, il quadro assai composito delle posizioni che politici e intellettuali dei primi anni dell’Italia unita dettero della “breccia di Porta Pia”, e quindi volesse mettersi in condizione di comprenderne il profondo significato storico, ha a disposizione un autentico capolavoro della storiografia italiana, la Storia della politica estera italiana di Chabod. Vero giacimento di acutissime osservazioni e di ricostruzioni che fanno pensare. E fanno comprendere relazioni e costanti che strutturano in profondità la storia d’Italia e d’Europa.

Riproduco qui alcuni passaggi del libro di Chabod: lo storico ritrae la concezione che dell’”andata a Roma” aveva Quintino Sella.

Lontanissimo, anch’egli, dal pathos mazziniano e giobertiano; certo non suscettibile di subitanei, facili e passeggeri impeti di entusiasmo, anzi tutto ponderatezza, chiarezza d’idee, organicità di visione, continuità di volere; stile secco e disadorno, com’era stato lo stile di Cavour e come sarebbe stato poi lo stile di Giolitti, uno stile che non aveva nulla in comune con l’oratoria della tradizione italiana, il tessitore biellese trovava anch’egli che, come Roma era stata la gran maestra dell’amor di patria, così il suo era un gran nome, un nome terribile, che impegnava la nazione per l’avvenire. «Noblesse oblige; e in Roma vi è un formidabile retaggio di nobiltà. Io non so esprimere quello che sento in me davanti a questo nome… Non è soltanto per portarvi dei travet che siamo venuti in Roma… Io sono certo che in fondo dei nostri animi vi sono pensieri assai più elevati».

Quali fossero questi pensieri più elevati, egli stesso indicava nella formula della missione o, com’egli diceva, del proposito cosmopolita della scienza.

(…)

Quando nel 1870 egli s’era adoperato in tutti i modi perché l‘Italia venisse a Roma e vi portasse la sua capitale, aveva sempre pensato «non solo a dare all’Italia la sua eterna capitale, ma agli effetti che nell’interesse clella nazione e della umanità sarebbero derivati dalta abolizione del potere temporale, e daila creazione in Roma di un centro scientifico».

(…)

«La lotta per la verità. contro l’ignoranza, contro il pregiudizio e contro l’errore, suscita la stessa unanimità che si trova nei giorni di combattimento per la difesa della patria».

Mutava così il fine della missione di Roma: dall’alleanza tra cattolicesimo e libertà, vagheggiata dal Cavour, si trascorreva all’affermazione dell’impossibilità di quell’alleanza, dopo il Sillabo, e quindi della necessità di impegnare la lotta contro il clericalismo in nome della Scienza.

 (…)

Roma centro di scienza equivaleva ad una Roma laica, solidamente costruita di fronte al Vaticano e alla tradizione chiesastica: tant’è, le sue proposte per il palazzo dell’Accademia delle Scienze in Roma fecero, a momenti, del dibattito a Montecitorio un dibattito pro e contro la fede, pro e contro la scienza e la ragione umana.

Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Laterza, 1997 (prima ediz. 1951), pagg. 202-205
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