Volontari

Tema: la Grande guerra; sottotema: i volontari. Un notevole passaggio in Gadda, nel racconto Cugino barbiere (lo si può leggere nella raccolta  Accoppiamenti giudiziosi). Lo stesso pezzo si trova anche, col titolo L’armata se ne va, nelle Novelle dal Ducato in fiamme, nonché, come capitolo, nel romanzo (incompiuto e postumo, 1970) La meccanica. Quest’ultima, ma non ho controllato, potrebbe essere la versione è più ampia. Non so se è stato pubblicato prima separatamente in rivista. Data di stesura: 1928 o 1929 (ma brani de La meccanica sono precedenti, rimontano al 1924, quindi l’indicazione cronologica potrebbe non essere esatta).

Gadda fa risaltare – e il titolo L’armata se ne va lo sottolinea come tema principale dell’intero “pezzo” – un nesso storico e memoriale tra la Grande guerra e il Risorgimento: il testo e la musica (muta, ovviamente, quest’ultima nella pagina scritta, e tuttavia risonante nella memoria dell’autore e, forse, dei lettori) della canzone dei volontari toscani alla Prima guerra di Indipendenza, opera questo intreccio.

Inutile richiamare l’attenzione sulla tragicommedia che Gadda impietosamente tratteggia riducendo a unità i due momenti topici della storia patria: carni lavorate dai cannoni, inettitudini o vili tradimenti dei generali, arbitrarie e impotenti sfuriate del “popolo”. È, anch’esso non nuovo, il motivo del nihil sub sole novi; solo variato secondo i canoni del gaddiano iperrealismo barocco.

Il verbo andare, in quegli anni, aveva senso di andare alla guerra, come nella vecchia canzone de’ volontari, passati con l’Aosta e la Cuneo di là dal ponte, sul vecchio Ticino. Ardente ancora quasi de’ sospirosi baci dell’amata dilontanò quel canto, cadenzando la marcia, nelle strade e nel fango lontano della pianura: malinconica e dolce e sacra fanfara per gli studenti di Torino a Calmasino e a Rivoli, per i battaglioni del Re Carlo alle colline di Pastrengo, ai ponti di Monzambano e Valeggio, al ponte rotto di Goito. E trasvolò senza più ponte né barche, o Ticino o Mincio o Brenta, ed oltre e dentro i muri e le torri: germini e polvere d’oro che dalla fronda de’ mormoranti cipressi effonda, doglioso e giocondo, il vento, nei cieli di primavera.

Quella canzone era venuta di Toscana: professori di mineralogia e di diritto, studenti, qualche allievo parrucchiere, ed altri scalcagnati, fu il commiato loro da ogni femineo sorriso, da ogni femineo pianto: finché se li trovò fra i piedi Radetzky, impreveduta bohème, la mattina del ventinove maggio, ore dieci, con tanta premura che aveva, proprio quel giorno, di arrivare a Goito in giornata. E pazienza! Il cannone cominciò a lavorarli. Susurran le istorie che i generali piemontesi non fossero in un pensiero eguale con il Re loro, quando a ogni costo voleva «accorressero», per sovvenire alla bombardata ragazzaglia: e forse non ebbero torto. Il fatto è che Benedek e Wohlgemuth riuscirono, ore sedici, a far piazza pulita di Curtatone; Clam e Strassold e poi Benedek stesso, ore diciassette, di Montanara: Liechtenstein arrivava da San Silvestro. Ma intanto era più vicina la notte. E si cita un passo, d’una ottocentesca lettera che il generale von Liechtenstein ebbe a scrivere al vinto De Laugier, dove è parola circa la battaglia degli studenti: «L’unico rimprovero che alle “truppe toscane” possa farsi è di aver combattuto assai meglio di quanto noi avremmo desiderato.» D’un diverso parere fu invece il popolo della generosa Lucca, un giorno che per combinazione era inferocito: e gli urlarono sulla faccia, al De Laugier, che egli aveva venduto il sangue toscano a Radetzky, per 500.000 svanziche.

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