Novelli Rimbaud

Il lavoro, giocoforza – intendo il tempo impiegato a “lavorare per il pane” (cfr. il concetto e la parola magistralmente “giocati” da Schiller in una sua prolusione all’università di Jena: “Brotgelehrter”: vedi il relativo lemma del Deutsches Wörterbuch dei fratelli Grimm) – è un pezzo di cui siamo fatti, un nostro costituente ontologico. E allora niente di strano che (raramente, quasi mai, per fortuna) mi colga l’idea di dedicargli due minuti fuori orario; quasi uno straordinario, o meglio, quasi gli spasmi di un corpo che ha appena tirato le cuoia.
Gli studenti: capitano, si sa, quelli (maschi e femmine; ma le convenzioni, le abitudini sociali ancora predispongono una maggioranza di femmine), che si impegnano diuturnamente nello studio, perché “tengono ai buoni voti”. E se la natura o il caso (o i loro genitori) non sono stati troppo inclementi, raggiungono, chi più chi meno, l’obiettivo.
Capitano poi quelli ai quali di studiare non passa proprio per la capa, perché per la capa passa tutt’altro. Il loro rapporto con la scuola è comprensibilmente teso, ma per nulla ambiguo.
Capitano quelli che “sono intelligenti”, ma con le virgolette. In modo “meta-“. Non che davvero siano divorati dalla vampa dello “intellegere”, ma vogliono che si dica che sono intelligenti. La loro è una intelligenza che vuol essere detta, dichiarata, o addirittura: conclamata e proclamata.
Il fatto è che una intelligenza così non deve essere esercitata, ma dimostrata o, più esattamente, ostentata. Anche perché far lavorare l’intelligenza è cosa dura e poco appariscente (a meno di non essere von Neumann), mentre “impersonare” l’intelligente è piuttosto facile.
Si badi: non che questo genere di studente non sia intelligente. Può esserlo (come non esserlo). Non è questo il punto. Il punto è che è in un comico equivoco se non con sé stesso certamente con l’insegnante.
Sì perché l’intelligente “disprezza” (virgolette necessarie, come ora si capirà) il voto: non puoi essere detto e riconosciuto come intelligente se fai come quelle ragazzine che studiano per avere nove e non sanno nulla della Vita. Non conoscono le profondità della Noia o le durezze della Strada, non si avventurano lungo le vie dell’Esperienza, non osano Nuove Mirabolanti Forme Espressive. Non provano l’azzardo del Fuori-dalle-regole.
Ti aspetteresti che i novelli Rimbaud (ma Rimbaud pubblicava composizioni in latino a 15 anni… vabbè ci siamo capiti) ti ignorino, te insegnante, dico, o ti indirizzino richieste conformi alla loro visione delle cose. Che ti contestino per quel che dici in classe, ti affrontino mettendo a nudo l’insignificanza di quel che vai esponendo, o tentando di esporre. E, soprattutto, che se ne strafottano dei tuoi numeretti, dei voti, insomma.
E invece no. Non di rado vien fuori alla fine che, gratta gratta, sotto la scorza del Poeta maledetto, dello scrittore on the road in erba, c’è la stessa capoccia della ragazzina che vuole i nove e i dieci. Solo condita da una massiccia dose di inconsapevolezza e di “non sapere di non sapere” che manco Socrate riuscirebbe a medicare. In sostanza la richiesta è: “io non faccio un tubo di quelle cose che fanno i secchioni [n.b. non perché sono così o cosà, ma perché sono le cose che fanno i secchioni]; perché il voto non mi interessa. Però tu il voto buono me lo dai lo stesso. Perché io dico che il voto non mi interessa ma intendo che per il fatto che dico che il voto non mi interessa, il voto alto me lo merito.”

Occheppàlle.

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Una risposta a Novelli Rimbaud

  1. Umberto ha detto:

    Questa è pura realtà. (Ben) al di qua, al di là, prima e dopo qualsiasi distinzione di ordine ontologico.

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