Papini, Schopenhauer e Rossini.

Non si capisce bene il perché, ma è una situazione che si presenta spesso: la filosofia attira ogni sorta di personaggi, scioglie la lingua (o la penna) di mentecatti di qualunque pezzatura. Sorte non condivisa, se non, forse, in misura molto parziale, dalla scienza delle finanze, o dalla puericoltura, o dalla cristallografia, e via enumerando.

Giovanni Papini, come è facile constatare, la filosofia non la capiva, non la conosceva. In senso proprio ma anche in senso carnale: non gliene fregava un tubo, insomma. Ma amava ciacolare scrivendo del Crepuscolo dei filosofi, compiacendosi di impertinenze da tardivo “ragazzaccio” (più prossimo a trenta che ai venti): si dava al cazzeggio, insomma, pontificando e deridendo (e non capendo).

Qui sotto si può leggere la conclusione del capitolo su Schopenhauer che si trova nel detto Crepuscolo (il titolo è parodistico alla seconda potenza, come ognuno s’avvede). L’allegoria che dovrebbe cogliere l’essenza della filosofia di Schopenhauer non è divertente perché non è intelligente. È pure greve. Perché riproporla allora? Essenzialmente per documentare la deprecabile tendenza di cui ho appena scritto; ma anche per riconoscere a ciascuno il suo. In effetti una certa abilità di scrittura non può essere negata al sedicente Gian Falco, il che non può dirsi di altri. Funesti, questi ultimi, su tutta la linea.

Il barone Roberto di Hornstein che ha frequentato parecchio tempo Schopenhauer narra ch’egli amava Mozart e ammirava Beethoven ma che andava addirittura pazzo per Rossini.
«Quando s’è sentito Rossini — esclamava egli alzando gli occhi al cielo — tutto il resto sembra pesante!». Ora io credo che il capolavoro di Schopenhauer, come quello del suo idolo musicale, sia un’opera buffa. Egli, che amava tanto le allegorie, avrebbe potuto benissimo ritrovare il suo sistema sotto le gaie spoglie del Barbiere di Siviglia. Anch’egli, come Don Bartolo, aiutato dalla scaltra ragione, cioè Don Basilio, avrebbe voluto impalmare Rosina, la volontà libera e fresca. Ma quel giocoso Mefistofele ch’è Figaro riesce a sottrarla al filosofo, al vecchio invalido e gottoso, e la dà in braccio al Conte d’Almaviva, al soldato, all’uomo d’azione. In altre parole la volontà non si può teorizzare ma solo vivere. Questo è il grande insegnamento della filosofia di Schopenhauer. Su questo tema egli ha ricamato la sua leggiadra opera buffa, leggera, graziosa, saltellante, briosa, ricca di romanze, di cavatine e di cabalette, ma che resta, malgrado il suo apparato dottorale, un’opera buffa — la grande opera buffa della filosofia tedesca.
[Giovanni Papini,
Il crepuscolo dei filosofi, 1906]

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