I manuali “simpatici”

So che è una perdita di tempo. E perder tempo è una perversione.
Continuo a prendermela, alla mia età.

Ecco un manuale “simpatico” (A. Massarenti et alii, Sapere di non sapere, D’Anna), che può catturare l’attenzione degli studenti, che non li stanca (non sia mai!), non è “pesante”. Non è noioso. Non è eccessivo. Mi fermo qui: si sa, la teologia negativa non può pervenire a un’elencazione completa. Ma, soddisfatto di aver alluso al Deus absconditus che ispira il manuale del professore moderno e intelligente, passo a saggiarne le qualità, come si fa coi cocomeri, operando un tassello. Si toccherà con mano come l’intelligenza è leggera (e qui il lettore senta attorno a sé arieggiare accordi kunderian-italocalviniani), ha le ali ai piedi come Hermes, mica è ripiena come un uovo di saperi gravosi e inutili. Germoglia nell’àgnoia (per non dir ignoranza, ché pare nonostante tutto brutto).
Cito dalla pagina 686 del secondo volume:

“Schulze (1761-1833), nel suo Enesidemo, sviluppa nei confronti della teoria kantiana una linea critica destinata a una grande fortuna, che può essere sintetizzata come segue: se la causalità è una categoria dell’intelletto e non può essere applicata alle cose in sé ma solo al fenomeno, come è possibile che le cose in sé causino le percezioni? Ci sono solo due possibili soluzioni al dilemma secondo Schulze:
o la cosa in sé causa le percezioni (e quindi Kant ha torto);
oppure non è del tutto inconoscibile (e quindi Kant ha torto).
Povero Kant! [sic! L’ho detto: è un manuale ‘simpatico’]”

Osserverei nell’ordine quanto segue:

a) un errore categoriale: Kant non può aver affermato che le cose in sé non causano – o anche causano – alcunché. Sua dottrina è che non possiamo riferire la causalità ad altro che ai fenomeni. Tanto è vero che per Kant è possibile (pensabile) una causalità noumenica. Ma non è conoscibile. Insomma gli agili buontemponi della filosofia “per i ragazzi” scambiano il piano epistemologico con quello ontologico;
b) anche a far astrazione da Kant, Schulze etc., e limitandosi a considerare il manualistico testo in sé: ma dove sta logicamente parlando il dilemma? Da dove viene fuori, logicamente, quell’aut-aut?
c) Last but not least: povero Schulze! Ma perché non: povero insegnamento della filosofia? Povero studente? Di sicuro: povere tasche di chi ha buttato soldi nell’acquisto di un testo obbligatorio per “istruirsi” in un liceo!

Non è ora il caso (vero?) di fare i ragionieri e citare l’Aenesidemus per dimostrare le castronerie dei compilatori-di-manuali-“simpatici”. Mi limito a questo passo:

“Secondo i suoi (scil. della kantiana filosofia critica) principi ed i suoi risultati più importanti cioè le categorie di causa e d’effettività, se il loro impiego deve avere un senso e un significato, devono essere applicate soltanto a intuizioni empiriche. Giacché però noi non possiamo intuire il preteso soggetto delle rappresentazioni e bensì percepire immediatamente soltanto – come sostiene anche la filosofia critica – le mutazioni del senso interno, esso non può appartenere neppure al regno degli oggetti conoscibili per noi, e quindi non si può attribuirgli – secondo l’affermazione stessa della filosofia critica – né un’effettività conoscibile e reale, né una conoscibile e reale causalità” (G.E. Schulze, Enesidemo, Bari, Laterza, 1971, pag.211, sottolineature mie).

Come si vede, Schulze non afferma che la cosa in sé (in questo caso, peraltro, il soggetto della conoscenza) non possa essere causa, ma che non possa in generale essere conosciuta e, dunque, in particolare, essere conosciuta come causa. Insomma la proposizione “la causalità non può essere attribuita alla cosa in sé” non implica quest’altra: “la causalità non appartiene alla cosa in sé”. Evidentemente il testo del manuale qui sopra riportato è scritto con i piedi: come da studenti che copino senza capire il significato di quello che copiano, sicché poi lo rimaneggiano in modo improprio.

Perché sto a perdere tempo con queste cose? Davvero si tratta di una mera perversione di cui sono vittima?
Non sono questi, poi, dettagli e inezie? (Qui mi sbrigo subito: il diavolo si nasconde nei dettagli, come è noto).
Scrivo questa roba solo per il gusto di cogliere in fallo, con pedantesco cipiglio, questo o quel rappresentante della nutrita schiera di chi tira a campare facendo – evacuando – manuali scolastici? Per mostrare, manco fossi uno scolaretto che fa la spia al professore, che Massarenti o chi per lui ha toppato e ha scritto un’inesattezza?
Mi rendo conto che rischio di dare esattamente questa impressione. Il mio intento tuttavia è diverso. Credo infatti sia buona cosa far sapere in giro che i libri utilizzati per “insegnare filosofia” nei licei sono quanto di meno rigoroso, “educativo” (orrida parola: intendo un “educare a pensare, ragionare, comprendere, analizzare, confutare, etc.”), insomma: di meno “filosofico” ci sia. In fondo l’imprecisione nel riferire il pensiero di x o di y in sé stessa è meno grave, molto meno grave, dell’impressione di arbitrarietà e di inconsistenza interna generata da questi libri di guano. Impressione dopo impressione, arbitrio e inconsistenza si cristallizzano in correlativi habitus; quantomeno, contribuiscono a confezionare un’immagine dell’attività filosofica che di quelle caratteristiche è sostanziata.

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