La “filosofia” condannata dai suoi apologeti

Sarebbe comico se non fosse noioso. Ma è noioso. Dunque non è (nemmeno) comico.

Ho appena (ahimè) letto un articolo di Alberto Gaiani intitolato Difendere la filosofia?, apparso il 15 marzo 2014 su Alfabeta2.

Intervento nullo, vuoto. La cosa più imbarazzante è che, evidentemente, l’autore nemmeno si accorge come il suo testo sia un classico boomerang,  un perfetto atto di autoaccusa. Come dire: se questo è il “risultato” della “filosofia”, allora ne possiamo – della filosofia e di siffatti risultati – fare felicemente a meno.
Il problema dei testi (articoli, saggi, libri financo) vuoti è che è logicamente impossibile dimostrarne la vacuità, se per dimostrazione si intende l’esibizione di elementi, parti del testo che abbiano caratteristiche tali da suffragare il giudizio che sono, appunto, vuoti. Un testo vuoto, infatti, propriamente non contiene alcunché.

Tuttavia esiste un vuoto – è il caso di questo intervento “a difesa della filosofia” – che è gesticolato, blaterato, pettegolato. Dove sono il gesticolare, blaterare, pettegolare stessi a evocare e a paradossalmente (o, meglio, “dossalmente”, cioè attraverso la doxa, l’opinare e flatulare che opina di dire l’opinione messa fuori da tale opinare) manifestare, portare in certo modo a esistere, il vacuum. Retorica, insomma, e non della migliore.

Esempio numero 1. Il Nostro, avveduto spirito critico che la scepsi la mangia tutti i dì a colazione, si chiede:

“Quale ruolo pedagogico pensiamo per la filosofia? Vale la pena mantenerla a scuola e nelle università? E qui forse dobbiamo provare a difendere la filosofia con la filosofia, per così dire. Non aggrapparci a vantaggi derivati, secondari, indiretti. Mostrare perché e come riteniamo che la filosofia sia importantissima nei piani di studio dell’istruzione superiore, ma facendo leva sulla filosofia stessa, mostrandone l’intrinseco valore”.

Su, dài, fàcce véde. Ma niente. Il programma è tutto qui. Pare un Luca Cordero di Montezemolo à la Crozza. Enunciazioni, proclami: ma che farne?

(“Signor sindaco uscente, perché dovremmo rivotarla?”

“Non per i vantaggi che la rielezione mi garantirebbe, no. Ma per la bontà della politica che ho attuato.”

“Ma perché dice che la sua è stata una buona politica?”

“Ma è ovvio, perché è buona! Riflettete, se vi dicessi che la mia politica è stata buona per farmi rieleggere, sarei un tipaccio, non dovreste votarmi. Ma, poiché lo dico perché è stata buona, cioè perché l’affermazione corrisponde alla realtà, allora sono affidabile, non mento, e rieleggermi è la cosa migliore che potreste fare”.)

Esempio numero 2. Gaiani s’affanna a spiegarci cos’è la filosofia:

“Dobbiamo provare a formulare in modo chiaro e comprensibile anche per chi non si diletta di letture filosofiche che cosa si fa quando si fa filosofia, che cosa succede [sic!], come ci muoviamo e dove possiamo provare ad arrivare.”

Bontà sua.

“La mia idea è che quando facciamo filosofia facciamo una cosa ben determinata.”

Finalmente! Ecco, per prendere un’espressione di questi ultimi tempi, uno che “ci mette la faccia”. La filosofia – o meglio il didattismo-pedagogismo-postodilavorismo “filosofico” – si vuol responsabilizzare, vuol giocare a carte scoperte e mostrare che sono carte buone, da legittimare cattedre, curricoli  e quant’altro.

“Attraverso la filosofia entriamo in un campo che nessun’altra scienza – o nessun altro sapere, per stare più sulle generali – affronta nello stesso modo.”

Tosto questo. Non solo ha una chiara nozione della filosofia, ma la chiarezza arriva a piena e adeguata distinzione. Non sto più nella pelle. Ora arriva l’apocalisse, sapremo, il mondo saprà; e si gioverà di una sana e rigorosa messa in ordine.

“Quando facciamo filosofia partiamo dalle parole che utilizziamo tutti i giorni e che ci servono per parlare del mondo che costituisce la nostra esperienza ordinaria, ci ragioniamo sopra, le portiamo al livello del concetto filosofico.”

Maddài! Incredibile, come non averci pensato! Fare filosofia è portare le parole “al livello del concetto *filosofico*”. Ah, la buona, vecchia, cara virtus dormitiva:

Mihi a docto doctore / Demandatur causam et rationem quare  / Opium facit dormire. / A quoi respondeo, / Quia est in eo / Virtus dormitiva, / Cujus est natura / Sensus assoupire (Molière, Le malade imaginaire, Troisième intermède)

Platone scrisse una Apologia di Socrate, come tutti sanno. Socrate fu condannato: il verdetto e la sentenza di morte dipesero anche dalla autodifesa pronunciata dal filosofo, nonché dal suo contegno nel corso del dibattimento. Ma la condanna ricadde su Socrate: fu lui a esser dichiarato colpevole e a dover bere la cicuta, non la filosofia, quantomeno non direttamente. Questi “apologeti” della filosofia, invece, rischiano di far condannare per direttissima la filosofia stessa (ammesso che una simile condanna sia possibile e abbia senso).

Il fatto è che se i filosofi non ci sono, non “ci” è (parlo dell’esserci, della empirica realtà: lo dico a beneficio di chi maneggia differenze ontologiche od ontologie platoniche) nemmeno la filosofia. E i non-filosofi (= gli insegnanti di filosofia), a furia di difendere il loro non filosofico posto di lavoro con la scusa (o, peggio, l’illusione) di difendere “la” filosofia, se non perdono il primo, di sicuro certificano la scarsa salute della seconda. Ma cosa diamine significa “difendere la filosofia con la filosofia”?

Se davvero si vuol ragionare filosoficamente, si cominci con l’essere un po’ più radicali. A tematizzare i presupposti del discorso nel quale si sta entrando, per esempio. A rimuoverli, nel caso.

Io direi che il presupposto incontrollato dei sedicenti difensori della filosofia è che “la” filosofia sia quella roba che si insegna nelle scuole, sicché se si eliminasse o riducesse tale prassi didattica si danneggerebbe, appunto, “la” filosofia”.

Proprio sicuri sicuri?

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3 risposte a La “filosofia” condannata dai suoi apologeti

  1. Umberto ha detto:

    Caro Augusto,
    sai che io amo cavarmela con una battuta, senza alcuna pretesa di dare ad intendere che poi “chissà cosa c’è dietro”… (peraltro, dubito che per lo più ci s’attenda troppa profondità dal sottoscritto): questo brav’uomo -che ora non ho curiosità di leggere, per colpa tua- ragionerebbe come il cane che si morde la coda. Con la non secondaria differenza, direi, che (almeno!) il cane s’accorge di farsi del male…
    Un pensoso saluto, U.

    • Caro Umberto,
      non bisogna nemmeno passar sotto silenzio che 1) il filosofo detto “il cane” non mostrava alcun interesse per cattedre e quant’altro e, 2) il cane è poi un animale onestissimo e per nulla cazzaro.

  2. Pingback: Franco Volpi sulla scuola | Augusto Di Benedetto

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