Antologia di un’antologia

Di Giorgio Manganelli. Suoi i capoversi di questa domenicale silloge, dovuta a lavoro di necessario riordino di libri e scaffali. Una pratica analoga al pagamento dei bollettini, alle visite dentistiche, a una qualunque, insomma, delle incombenze premonitrici di morte; ma che, a differenza delle altre, presenta il privilegio (o l’llusione) di un’interna possibilità di evasione: mettersi a leggere, con felice aequivocatio prassica, sia o meno cosciente il miserando tentativo di fuga dal Giogo della Necessità, tra le pagine degli oggetti da spostare e riallocare.
Questa è dunque l’origine della presente antologia. Il libretto manganelliano, un “piccolo” Adelphi intitolato Mammifero italiano – manganelliano non in quanto libro, a esser precisi, ché la silloge è postuma e si deve a Marco Belpoliti – non ricordavo di averlo. È probabile acquisto “di viaggio”, compiuto in qualche stazione ferroviaria, di quelle con libreria.

Le citazioni sono da Giorgio Manganelli, Mammifero italiano, Milano, Adelphi, 2007.

Sulla famiglia

Un paio di generazioni fa Orwell, a proposito del matrimonio, scrisse: «Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quel che la gente pensa del matrimonio».

I tempi corrono, ed oggi la situazione è più complessa. Tra gli inquisiti non c’è più solo l’altro coniuge, ma i figli. È bene accertare se fra costoro qualcuno sappia usare armi da fuoco, mazze ferrate, o abbia una modesta competenza in fatto di veleni. (…) Si possono sospettare quali siano le ragioni di questa conflittualità occulta: in primo luogo la convivenza indefinita, misurata a decenni, di poche persone in breve spazio è innaturale. Si aggiunga che qualcuno sa che qualcun altro lo seppellirà, e lo sa anche l’altro. Fluttua oggi nell’ambiente domestico un sentore di follia. (…) Ma penso ad una ragione più radicale. Il nostro tempo feroce e fatuo ci ha imposto una scoperta terribile e stupenda: la solitudine. (…) Ora, io posso vivere la solitudine in una città, in una folla: ma non la posso vivere in una famiglia, dove tre o quattro persone si toccano, si scorgono, si guardano, si indagano, si giudicano. (48-49)

Non dispongo di una famiglia, e ne sento la mancanza. Non ho, ad esempio, una moglie indifesa da percuotere a sangue per motivi di minestra, e bambini da terrorizzare con mirabili malumori cosmici.

I terrori sono educativi. Nella mia infanzia io ho posseduto una famiglia normale – o piuttosto ne sono stato posseduto – vale a dire quel tipo di famiglia che, per vivere, ti fornisce di laurea e di una certa quantità di demenza. In realtà la demenza è il vero titolo di studio che ho ricavato dalla vita domestica, e grazie ad essa ho conquistato rinomanza, cravatte e il diritto di accedere a golosi ristoranti.

Mi dicono che una maggioranza di coloro che sono in istato di cattività familiare ritiene che l’amore sia il fondamento della famiglia; opinione accreditata dal clero, formato esclusivamente da celibi, In verità, se non ci fosse amore, non si proverebbe alcun piacere a percuotere la sposa, far venire gli incubi ai minorenni e indurre nella sposa vagheggiamenti vedovili” (51)

Sul latino, insegnato a scuola

Ci deve essere qualcosa di guasto in un insegnamento che in otto anni non riesce a fare di un allievo un lettore agiato e disteso dei classici di una qualsiasi lingua. In otto anni si impara il cinese, con il sanscrito per buona giunta. In realtà ci hanno insegnato delle sciocchezze, e proprio perché erano tali han dovuto insegnarcele con vessazione. (…) Il problema è se riuscirà mai a imparare il latino uno che l’ha studiato a quel modo. Quando, qualche anno fa, mi sono rimesso al latino, mi son sentito come un viaggiatore che arriva, poniamo, in America e scopre di avere in tasca due chili di dollari falsi, anzi di quelli da gioco che distribuiscono come réclame dei blue jeans, con le natiche al posto di Washington, o chi altro sia.” (63-65)

Sulla tesi di laurea

Ricordo di aver seguito una tesi su Shaw, nella quale testi marxisti, ateocristiani, liberali, conservatori, deuteroleninisti si giustapponevano in un perfetto ecumenismo critico. Qualcuno fa la tesi con coscienza: bisogna comprenderlo. Il coscienzioso che abbia, poniamo, una tesi sul «gatto», ricercherà e schederà tutta la bibliografia sul gatto. Si recherà a sue spese a Lovanio dove, ha scoperto, esiste un testo assolutamente fondamentale sul «gatto».  Farà fotocopiare dispersi articoli usciti in riviste della provincia canadese. Organizzerà il suo lavoro: il gatto nella storia, il gatto nelle religioni, il gatto come simbolo onirico, sociologia del gatto, il gatto: l’integrazione negata. Che i gatti stiano per la strada, non lo interessa, non lo sa, e comunque è una nozione dispersiva. Non gli verrà in mente di fare «miao, miao», o di ricavare notizie dalle fusa di un soriano. Probabilmente si persuaderà che il gatto che gli accade di vedere è una allucinazione, indizio certo che ha lavorato con coscienza e completezza. È esaurito. Quando avrà finito andrà in montagna, e al ritorno gatti non ne vedrà mai più. (104-105).

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