Le scienze dell’educazione

La pedagogia, la didattica. Più pomposamente: le “scienze dell’educazione”.
Giorni fa ho letto, riportato in un blog, un articolo contro i terribili test INVALSI. Uscito sull’Unità del 7 maggio 2014, lo ha scritto tale Benedetto Vertecchi, persona nei cui confronti non nutro spirito di vendetta alcuno, nonostante un suo libretto sulla valutazione abbia occupato un po’ del mio tempo (molto poco, invero: si legge intronati dove lascio immaginare, in tre al più quattro sessioni o sedute). Tengo a specificare questo punto perché le due righe di commento che ho lasciate su quel blog, piuttosto negative, garantisco non esser state concepite dal mio fegato o dalle mie viscere, ché, all’inverso, furono parto di mente attenta e serena, olimpica.
Il mio commento ha suscitato una risposta piccata e ad hominem, modulata con ritmo ternario per contraddire alla triplice mia aggettivazione (notavo di “pretenzioso, azzeccagarbuglico e fumoso” il vertecchiano contributo). Una risposta per me di nessun interesse, salvo il fatto che i tre cola che ne costituivano la membratura retorica si fregiavano della medesima clausola ri- (o meglio: tri-)petente “un po’ di familiarità con la ricerca educativa”. Mi si dava, in buona sostanza, tre volte dell’incompetente. L’impressione è stata di una reazione corporativa da parte di un probabile sodale di “dipartimento” o di “settore disciplinare”, una difesa del collega, o maestro, o amico (boh) pedagogista-docimologo.

In effetti lo ammetto: ho ben poca, per non dire nessuna, considerazione per la pedagogia e tutti i suoi derivati. Ognuno ha i suoi pregiudizi e nessuno è scevro da biases cognitivi, che siano tribus o specus o di qualsivoglia natura. Io non faccio eccezione. Sono incline a vedere o addirittura a prevedere nei testi di pedagogisti, “docimologi”, “didattologi” etc. vuotaggini, insensatezze, illogicità, verbosità insopportabile. E poca conoscenza. Sì, anche e soprattutto: distanza da ogni rapporto in prima persona con le cose di cui variamente si sia preso cura l’ingegno umano.

Sul medesimo blog è intervenuto Vertecchi in persona rivolgendosi a me, e in sostanza chiedendo di “desistere” da quella che definiva una “contesa verbale” sterile. Insomma si è posto come un transcendens rispetto alla discussione, se ne è eccettuato e l’ha giudicata dall’alto. In sostanza ha chiarito che i suoi testi sono indiscutibili, a meno che non li si discuta come vuole lui. Ovviamente, rammaricandomi per il tempo perduto (non mi è bastata l’esperienza della lettura del suo libretto!), ho tolto il disturbo, non senza aver fatto educatamente bye-bye all’illustre docimologo e scienziato dell’educazione.

Prima però m’era caduto l’occhio sulle parole chiave usate per indicizzare gli articoli del blog, e avevo notato il nome di Allan Bloom. Incuriositomi (la figura di questo intellettuale mi aveva interessato qualche anno fa, a cominciare dal suo The Closing of the American Mind, che lessi prendendolo in prestito dalla biblioteca civica di Ivrea) clicco sul nome e appaiono due post.

La mia attenzione si concentra sul secondo, che in realtà trattasi della riproduzione di un altro articolo di Vertecchi, apparso stavolta su Tuttoscuola, XXXVIII, 534, settembre 2013. Comincio a leggere e ho un lieve sobbalzo. Possibile? Rileggo con maggiore attenzione: no, non mi sono sbagliato. L’articolo attribuisce ad Allan Bloom il ben noto libro The Western Canon: The Books and School of the Ages, che tutti sanno esser stato scritto da Harold Bloom. Harold, non Allan, e che con Allan non ha nulla a che fare. Penso a una banale svista, a una distrazione. Allan per Harold. Invece no: Vertecchi è preciso, ci tiene a informarci che il Bloom di cui sta scrivendo è “un filosofo e critico letterario dell’Università di Chicago”. Non si tratta dunque di uno scambio di nomi, ma proprio di uno scambio di persone, come dimostra l’uso della descrizione (quasi) definita. Perché il Bloom filosofo dell’Università di Chicago era effettivamente Allan Bloom, il traduttore della Repubblica di Platone, lo studioso che Saul Bellow prese a modello del professor Abe Ravelstein, protagonista dell’omonimo romanzo, l’ultimo dei suoi, e memorabile. E morto diversi anni fa, mentre Harold, buon per lui, è vivo e vegeto.

Sarà lecito un piccolo sospetto – piccolo, per carità, lieve come un fiocco di neve? Che chi confonde due autori molto diversi (salvo che per il cognome) conosca ben poco o non abbia nemmeno letto i libri che cita?

Le scienze dell’educazione…

Prima, direi, viene la logica e la conoscenza “delle cose”. Specie, aggiungo, se si fa l’insegnante.

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Una risposta a Le scienze dell’educazione

  1. maestrobrutti ha detto:

    Grande, Gonzalo! Biasima cum logica! Un maestruncolo

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