Revocare la scomunica di Spinoza?

Spinoza, come è noto, fu scomunicato dalla comunità ebraico-portoghese di Amsterdam nel 1656; la medesima comunità di recente si è posta la questione se revocare tale provvedimento e, per deliberare nel modo migliore possibile, ha nominato una commissione di esperti tra i quali è stato incluso Steven Nadler, noto studioso di Spinoza.

Lo stesso Nadler ha raccontato la vicenda, ed esposto il suo punto di vista, in questo articolo apparso su The Stone, il blog filosofico del New York Times.

I “saggi” avrebbero dovuto fungere da consulenti su questioni storiche o, comunque, su materie di fatto; ma, informa Nadler, sono stati anche richiesti di un’opinione sul merito della questione: la scomunica s’ha da togliere o no?

Ora la domanda, se ha il senso di stabilire se Spinoza meriti di essere, in un qualche senso del termine, “perdonato”, sarebbe una domanda suggestiva; di quelle che in un dibattimento giudiziario sarebbe contestata perché contiene surrettiziamente un’affermazione (da provare o addirittura falsa). Spinoza, per dirla con una battuta, non può essere perdonato perché non lo consente la logica: non avendo insomma commesso, né con atti né con parole, nulla di condannabile. Inoltre non può nemmeno chiederlo, il perdono, per una ragione per metà logica per metà fisica: è morto secoli fa. La comunità ebraica sefardita di Amsterdam: questa sì che potrebbe essere perdonata se, essendo ancora “viva” e potendolo dunque fare, chiedesse di esserlo.

Ma le battute tali sono: scherzando scherzando qualche verità si dice, ma semplificazioni e anacronismi vanno tenuti sotto controllo. Presa troppo sul serio, la ritorsione qui proposta pecca, bisogna riconoscerlo, di entrambi i vizi.

Tornando al punto: Nadler, ammiratore della filosofia spinoziana, alla domanda ha risposto “no”. Si è insomma detto contrario alla revoca del provvedimento disciplinare ai danni di Spinoza, il più duro tra quelli emessi dalla comunità ebraico-portoghese di Amsterdam (il termine “scomunica” non ne coglie adeguatamente la natura: fu, nei toni e nei contenuti, una maledizione violenta e carica di odio). E argomenta perché, fornendo più di una spiegazione.

Mi piace qui sottolinare solo un punto: Spinoza, ipotizza Nadler, alla notizia della decisione di riammetterlo nella comunità se ne uscirebbe – traduco con qualche licenza – con un: “nun me ne po’ fregà de meno”.
Spinoza era un “eretico” e lo sarebbe anche oggi, e Nadler ricorda le sue “eresie”: il rifiuto del “dio provvidenziale di Abramo, Isacco e Giacobbe”, la negazione dell’origine divina della Bibbia, nonché del valore delle prescrizioni e delle cerimonie tradizionali, della diversità teologica o metafisica del popolo ebraico, dell’immortalità dell’anima.

L’articolo di Nadler merita di essere letto integralmente e per questo lo segnalo. Leggendolo mi è venuta una considerazione che riporto. Mi capita, tentando di svolgere il programma di filosofia del liceo, specie se la quarta liceale di quel dato anno scolastico è poco “attrezzata”, di “sacrificare” Spinoza. È che il pensiero va al grande metafisico, al creatore di un’opera ardua anche solo da avvicinare: quell’Ethica ordine geometrico demonstrata catafratta – con quel suo arsenale di Definizioni, Assiomi, Proposizioni, Corollari e Scolii – come pochi altri testi filosofici. Invece basterebbe (si fa per dire) restare sui punti qui sopra elencati da Nadler, a cominciare dalla contestazione della provvidenzialità dell’Eterno, e dalla negazione dell’eternità del contingente come tale, per cominciare l’ascensione alla vetta della sua filosofia; senza la pretesa di scalarla, ma senza sacri timori reverenziali.

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