Sulla scuola: né con Reggi né con i retori dei “Valori”

Io credo che a qualcuno che ci guardasse dal di fuori (…) noi daremmo l’impressione di persone che sanno benissimo come la società italiana dev’essere, ma non sanno assolutamente come è. E si capisce: per stabilire una volta per sempre come deve essere, basta la deduzione trascendentale, per capire com’è occorrono indagini laboriose.

Norberto Bobbio, Il nostro genio speculativo, «Il Contemporaneo», II, 24 (1955)


 

Torno su un argomento che non mi appassiona: le proposte, più o meno accennate, del sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi. In un post precedente ho dichiarato la mia netta avversione a quello che di queste proposte avevo letto ed è entrato nella discussione pubblica sulla scuola.
Oggi ho letto, a firma di Francesco Rocchi un articolo sul blog iMille, di area PD, che mi ha offerto la possibilità di cogliere altri aspetti della questione, e forse di comprendere meglio (forse, ripeto) cosa ha in mente il sottosegretario.
Sulla questione delle 36 ore, peraltro così poco chiaramente prospettata, confermo in pieno la mia avversione. Che tengo però a precisare non essere di natura contrattuale o “sindacale” in genere (i precari che non lavorerebbero etc. etc.). Io posso anche pensare (perché no) che l’orario di lavoro degli insegnanti, inteso come numero delle ore da passare obbligatoriamente sul luogo di lavoro (a scuola, insomma) possa essere di 36 o anche più ore. Ma 1) superare le 18 ore settimanali di lezione, di lavoro didattico con gli studenti, sarebbe sbagliato, anzi folle. L’attività didattica vera è impegnativa, non è lavoro che possa essere svolto macchinalmente. Con una battuta: solo i cattivi insegnanti, quelli che fanno lezione – se la fanno – a pappagallo o facendo finta di farla, possono dirsi in condizione di superare in modo sostanziale le 18 ore di lezione settimanali; 2) se si deve stare a scuola oltre le 18 ore (semplifico, non considero le riunioni e le altre attività che già ci sono oggi) bisogna prima sapere esattamente quali attività (progettazione con i colleghi, preparazione individuale delle lezioni, predisposizione di attività di verifica, correzione di prove, incontri con genitori o altri soggetti etc. etc.), e volte a quali obiettivi debbano essere svolte; 3) deve essere concretamente, i.e. materialmente possibile svolgere queste attività. Garantisco che nella mia scuola mi mancherebbero locali, strumenti, libri (sì, dio bono, libri), per tacere del silenzio e della tranquillità indispensabili.
Altro elemento davvero pessimo che ricavo dall’articolo (cito): “l’idea, a prima vista scandalosa, della disponibilità gratuita per le supplenze brevi sembrerebbe da mettere in prospettiva: tale disponibilità non sarebbe propriamente gratuita, se contestualmente la retribuzione netta da contratto venisse aumentata.” Osservo: 1) aumentare l’orario di servizio per fare supplenze non va. Intanto, sia detto en passant per chiarezza, al momento le supplenze brevi, si informi Reggi, a farle sono gli insegnanti interni, non ho mai visto affidarle a supplenti esterni. E poi – e anche qui si nota una scarsa cognizione della realtà scolastica da parte del sottosegretario – raramente le supplenze in questione sono… supplenze. Nove case su dieci (non quando tocca a me: sconto un molesto e masochistico senso del Beruf che manco i calvinisti più austeri) chi supplisce non fa lezione, per tante altre ragioni (non trascurabile la stanchezza) che qui taccio. 2) La frase citata, logicamente, equivale a proporre un aumento di ore di lezione, sia pure a fronte di un aumento retribuitivo. Ripeto: per un insegnante mediocre e disimpegnato, di quelli che fanno lezione come rimestare la polenta, la cosa farebbe piacere, oh come farebbe piacere! Invece di far poco per 18 ore fa poco per 24 o 30 ore, e guadagna di più. Chi soffrirebbe sarebbe l’insegnante che prova a fare l’insegnante e che a lezione si stanca. Il lettore tragga le conseguenze. Da tutto quanto sopra consegue che non regge da nessun punto di vista l’affermazione che, impiegando l’ipotizzato aumento dell’orario di servizio per le supplenze brevi,  “si utilizzano insegnanti interni, la didattica subisce meno interruzioni: agli studenti si presentano insegnanti noti, che lavorano gomito a gomito con il titolare, che sanno come sta procedendo la didattica e che possono render conto di quanto fatto al ritorno dell’insegnante sostituito”. Siamo alle favolette.

Segue nell’articolo – ricorrendo, come ammette il suo stesso autore, alle “ali dell’immaginazione” – l’idea di “abolire l’’esclusività’ del rapporto docente-classe”. Finalmente qualcosa di interessante. Tante volte ho pensato a una scuola senza classi. Come viene fuori però questa idea? Si sostiene che l’utilizzo degli insegnanti per 36 ore e in particolare come supplenti aprirebbe insperate possibilità: “l’idea di farsi sostituire può diventare qualcosa di non meramente accidentale, come nel caso della malattia, ma di programmato e cercato”. No, proprio no. Qui di “accidentale”, se si vuol usare questa nozione (aristotelica) in modo sensato e pertinente, ci sarebbe solo questo auspicato e innovativo effetto. Mi piace, ripeto, l’idea di “rompere” la classe: ma il discorso dell’articolista spero non rispecchi il pensiero del sottosegretario Reggi. È, francamente, da “dilettante allo sbaraglio”. Per “rompere la classe” ci vuole una totale riprogettazione ad hoc della scuola, dei suoi metodi, organizzazione, obiettivi. Una rivoluzione. Così è una barzelletta.

Mi fermo qui. Devo però aggiungere che la mia distanza dalla discussione sulla scuola avviata anche da questo governo è determinata in misura nettamente preponderante dalle omissioni. Un solo accenno: qualunque riaggiustamento organizzativo, qualunque riforma, qualunque modifica contrattuale, non avrà alcun effetto se non si comprende realmente e fino in fondo cosa è la scuola oggi. Cioè quali caratteristiche abbiano le strutture materiali (anche), le prassi e soprattutto le persone che ci lavorano, in primis docenti e dirigenti. La migliore delle riforme è inutile, se non peggiorativa dell’esistente, se ad attuarla saranno soggetti inadeguati.

P.S.

Il mio modo di pensare non contempla preclusioni preconcette né atteggiamenti da “scuola del sospetto”. Salvo prove in contrario considero chi sostiene le posizioni più diverse, anche quelle che critico, in buona fede. Questo vale anche per il governo di Renzi. Sicché quando qualifico idee o proposte come sbagliate o tali da provocarmi ribrezzo, lo faccio per ragioni che poi provo a spiegare. Trovo invece pessima la critica retorica, pseudocolta, che, ad ogni accenno di novità, tira in ballo le Idealità o i Valori e non scende sul terreno della concretezza. È di tali “critiche” che si è sostanziata, da decenni, l’avversione a ogni cambiamento dell’esistente (quando ovviamente tale “esistente” sia quantomeno problematico), mascherando con l’elevatezza dei toni la volontà di salvaguardare abitudini e posizioni di comodo (per quanto di mediocre profilo).

 

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12 risposte a Sulla scuola: né con Reggi né con i retori dei “Valori”

  1. Francesco Rocchi ha detto:

    La ringrazio per l’attenzione al mio articolo.

    Non saprei dire quanto sia davvero riuscito a cogliere delle intenzioni del sottosegretario Reggi: quello che ho scritto è un mio ricamo su quel che era dato capire dalle sue dichiarazioni. Di certo nel far questo ho inserito elementi che a me personalmente piacciono e ritengo importanti.

    Per le supplenze veramente brevi, di pochi giorni o di una settimana, è vero quel che lei dice: non si fa lezione. Perché viene mandato un professore sì interno alla scuola, ma che o porta avanti la sua materia (se è un professore della classe) o che, molto più frequentemente, non ha mai visto la classe, può facilmente essere di un’altra materia e soprattutto essere completamente estraneo al progetto didattico della classe.
    E perché non dovrebbe essere estraneo, non esistendo un progetto didattico della scuola come comunità? Non sarebbe il caso di cambiare questo stato di cose?

    Sulle supplenze non altrettanto brevi, uno dei punti su mi sembra che lei non sia d’accordo con me, bisogna intendersi: due o tre o quattro mesi non sono forse pochi, ma sul piano didattico sono senz’altro corte, considerando che un nuovo insegnante deve insediarsi, farsi conoscere, capire cosa sia necessario fare e cosa venisse fatto in classe prima del suo arrivo (e questo avendo come sola fonte gli studenti, in assenza del titolare e nell’impossibilità per i colleghi di sapere cosa stesse facendo il sostituito). Talvolta, per ovvi ed inevitabili motivi, non è nemmeno chiaro quando si concluderà la supplenza.

    Un’assenza del genere può essere disastrosa. Se quindi si potesse usare un membro interno, collega di dipartimento, tanto meglio. Di qui il mio allungo: ma allora facciamoli istituzionalizzati, questi travasi di professori. Si noti bene che, nel mio genericissimo schizzo di un tale sistema, gli scambi sarebbero a somma zero: se un professore dà dieci ore ad un altro, poi questo gliele rende. E vorrei ben vedere. Ovviamente il sistema sarebbe tutto da organizzare, e il mio non era che uno spunto.

    Per quanto pensi anche io che aumentare il carico di ore frontali potrebbe non essere una buona idea, in un sistema più elastico ma ben strutturato in cui i prof. si sostengono a vicenda e hanno molti più mezzi di intervento e molta più libertà, forse qualche ora in più si potrebbe fare (in una scuola in cui si starebbe comunque di più) senza troppo stress.

    Il resto seguirebbe a ruota: classi aperte, laboratori, ecc. ecc. Sono perfettamente consapevole che a quel punto la ri-progettazione dovrebbe essere totale, e sarei ben contento se una riforma della scuola aprisse la strada in tal senso. Era quello cui accennavo nella chiosa dell’articolo e che forse non ho espresso abbastanza chiaramente.

    • Ringrazio io lei della sua interlocuzione.
      Tuttavia sarò franco: quello che scrive palesa ancora una volta (lo dico come insegnante di liceo di ruolo nella scuola pubblica da ormai diversi anni) da un lato una sostanziale non conoscenza della realtà scolastica, dall’altro un’idea del tutto inadeguata di una politica scolastica (a meno che lei non intenda il suo contributo “interpretativo” delle intenzioni del governo come limitato a proposte di dettaglio su punti marginali, volte essenzialmente al risparmio).
      Quanto al primo rillievo: mi creda: la scuola non funziona come lei sembra presupporre.
      Più rilevante, e per me più interessante, il secondo punto: l’idea di politica scolastica. Sono stanco, stanchissimo di ministri che intervengono per ristabilire il grembiule a scuola, modificare i dettagli dell’esame di maturità, imporre che il voto di condotta faccia media e siffatte quisquilie, inessenziali e per giunta dannose. Ci manca ora il ministro delle supplenze brevi. Dal suo articolo e ancor più dalla sua risposta traspare, oltre, ripeto, a una non conscenza della realtà del funzionamento scolastico (parlo soprattutto della secondaria superiore, che ben conosco) del tutto inadeguata, una concezione dell’insegnamento per me del tutto sbagliata. Penso, a priori, che lei sia dotato delle migliori intenzioni. Ma, come si dice, delle migliori intenzioni sono lastricate le vie che portano all’inferno. L’insegnamento richiede programmazione, impegno, tensione (almeno per chi lo prenda sul serio): non si possono “palleggiare” classi o modificare i propri impegni all’improvviso. Stia sicuro che, se comportasse un aumento di retribuzione, i peggiori insegnanti si faranno avanti con gioia per aumentare le loro ore di “insegnamento”: cosa costa a loro non-fare o fare poco per altre ore, purché pagate? La parte poi del suo discorso che “mira in alto”, a modificare la struttura della scuola (l’apertura della classe etc.) proprio non va: sa molto di pezza maldestra per giustificare un intervento volto meramente al risparmio.
      Insomma trovo alquanto deludente affrontare in questo modo i problemi della scuola. Dò solo un suggerimento: se si vuole evitare il precariato (problema gravissimo: della scuola, non dei precari) si guardi alla Francia: concorsi tutti gli anni.

      • Francesco Rocchi ha detto:

        Caro Di Benedetto
        Nella sua risposta, per quanto ben articolata, mi sembra che il suo argomento principale sia: “Ma lei non sa come funziona”.
        Il fatto curioso è che mi sento abbastanza sicuro sull’argomento, essendo io un insegnante precario: uno insomma che nel sistema delle supplenze ci sta da quasi 10 anni.
        Su uno dei punti dirimenti, peraltro, siamo d’accordo: l’insegnante interno 9 volte su 10 non fa lezione. E non si capisce come un maggior coordinamento interno nella didattica, quale lo o immagino io o di qualsivoglia altro tipo, possa ottenere dei risultati peggiori di questo.
        Ma se ho sbagliato la prego davvero di indicarmi dove, in modo da aggiustare il tiro.
        Non capisco nemmeno l’accusa di improvvisazione, nel momento in cui si propongono scambi istituzionalizzati e, ahem, programmati.
        La mia proposta va nella direzione di una maggiore coordinazione interna, necessaria per una gestione più fluida delle classi, che favorirebbe senz’altro “programmazione, impegno, tensione” (ottima scelta l’ultima parola).
        Se non riesce ad immaginare le attività che possono essere svolte a contatto con gli alunni ma con meno stress, mi spiace che non ne conosca, ma ne esistono parecchie: guardi il sito di una qualsiasi scuola anglosassone o danese o finlandese o internazionale in Italia e ne troverà a bizzeffe, dal tutoring alla compresenza alle attività ludico-didattiche in biblioteca.
        Per quanto riguarda la pezza maldestra: lei confonde ancora me con il sottosegretario. La ringrazio per la fiducia, ma non vedo perché le mie idee debbano essere viste come un modo di risparmiare (sottolineo che nell’articolo ripeto più volte che secondo me non si arriverà ad un maggiore carico di lavoro a stipendio invariato).
        Per quanto riguarda il concorso annuale francese: è un’altra discussione di cui non vedo la pertinenza. Rimarco solamente il fatto che il problema del precariato esiste solo in Italia, o quasi.

      • “Lei non sa come funzione” (scil. La scuola) non è il mio argomento principale, ma una constatazione, un’affermazione che desumo da quello che lei (interpretando in modo più o meno autentico il sottosegretario Reggi) scrive.
        Il punto della questione era: perché portare a 36 ore settimanali (cioè raddoppiare) l’orario di servizio? Lei cita altri paesi: sta bene, io stesso nel mio post indicavo possibilità. Ma si tratterebbe allora di formulare un disegno organico di riforma che non si occupi di “conti della serva” peraltro fatti senza l’oste (cioè facendo proposte che, mi spiace, ma sono infantili e, dove non lo sono, inventano l’acqua calda). Bisognerebbe proporre una vera politica sulla scuola, che si occupi delle sue finalità, della sua organizzazione e, soprattutto, lo ripeto ad nauseam, dei suoi attori principali, docenti in primis e poi dirigenti di ogni livello.
        Potrei mostrarle nel dettaglio perché la scuola non va come lei sembra di credere, perché le sue proposte non hanno o hanno ben poco senso, perché non funzionerebbero o addirittura danneggerebbero una situazione già pessima; ma dovrei scendere nei dettagli, appunto. Non mi sembra interessante intavolare una discussione che non ha di mira le questioni importanti della scuola, ma quisquilie; e, glielo anticipo, non intendo intavolarla. Lei mi chiede come “aggiustare il tiro”: non si tratta di aggiustare il tiro, ma di impostare cambiamenti di fondo, veri (e, le assicuro, non è “benaltrismo”!). Trovo disperante che da anni e anni – ho fatto degli esempi nella mia risposta precedente – invece che delle travi ci si sia occupati delle pagliuzze, dal grembiule al voto di condotta. Ora le supplenze. Ogni volta peggiorando per giunta una situazione già miseranda. Anche qui potrei annoiarla (e annoiarmi) con esempi copiosi, ma non lo farò (abbia pietà di uno che è appena emerso con le solite coliche intestinali dal ruolo di commissario agli esami di maturità).
        La faccio breve, perché mentre scrivo cresce la mia consapevolezza che noi non ci si intenda sui fondamenti. Forse stiamo parlando d’altro. Il fatto che non mi sia fatto comprendere con il mio riferimento alla Francia è sintomatico.
        Le confido che ho perso ormai quasi ogni speranza che la scuola possa essere sensatamente riformata e avviata ad essere quello che dovrebbe. Da un lato si citano Rodolfo Mondolfo o Calamandrei o si tira in ballo la Resistenza in modo retorico, roba da far rivoltare nella tomba i summenzionati: solo perché si teme di perdere piccoli, piccolissimi privilegi. Dall’altra, non sapendo proprio come funzionano le cose a scuola e soprattutto tralasciando l’enorme problema del ruolo e delle capacità dei docenti, si giochicchia sulle supplenze brevi o sull’orario di servizio. Sostanzialmente per risparmiare, e senza capire che, ad offrire denaro in più per attività con gli studenti, si fa il gioco degli insegnanti peggiori. Posso fare una battuta senza alcun intento denigratorio: “ma che tutoring e tutoring, facciamo che si insegni bene l’italiano, la matematica e la storia”!
        Probabilmente non le è parso pertinente il mio riferimento al sistema francese di reclutamento perché non ho chiarito bene che tale riferimento voleva indicare che l’intera discussione sulle supplenze brevi e le 36 ore NON è pertinente. Un governo che voglia mettere mano alla questione scolastica deve essere sia molto più ambizioso sia molto più concreto.
        La ringrazio cordialmente e sinceramente di questo scambio, e spero davvero che qualcuno si renda conto che le riforme, piccole o grandi, saranno sempre inutili se non dannose se coinvolgeranno soggetti inadeguati.

  2. Francesco Rocchi ha detto:

    Quel che riesco a cogliere nelle sue parole è un forte scontento su come sta andando la scuola. E’ qualcosa su cui mi posso dire senz’altro d’accordo. Così come trovo probabile che potremmo essere d’accordo sull’inadeguatezza di troppi docenti.

    Per il resto devo scendere un po’ più nel dettaglio di quel che scrive, perché, che si tratti o no di constatazioni, ancora non trovo argomenti che contraddicono quel che dico.
    Non mi ha detto dove sbaglio sulle supplenze. Piuttosto, ha detto che non è quello il punto. Su questo mi permetto di dissentire: le supplenze, mal gestite, sono un danno forte alla didattica.
    Al di là del fatto che stavamo parlando di questo e non di altro, lei invece di smentire quel che dice ha svuotato di senso la discussione stessa riducendola a “non è importante”. Non è dialetticamente corretto: è una fallacia logica.
    Certo che esiste un problema più generale, in tutto. Ma rifarsi sempre a quello senza scendere nel dettaglio (anche nella genericità della mia proposta) è benaltrismo anche se lei dice di no (excusatio non petita, peraltro).
    Calamandrei, Mondolfo, la Resistenza, i grembiuli, etc. etc. io non li ho citato e ho l’impressione che mi confonda con un più ampio flusso di polemiche e di discussioni delle quali non rispondo.

    Venendo al punto dell’adeguatezza dei docenti, scontiamo il fatto che nel reclutamento, l’adeguatezza non sembra essere un discrimine importante. E’ assente quasi completamente nelle graduatorie ad esaurimento, ne rimane poco nei concorsi se si usa la stessa graduatoria per 15 anni (arrivando al fondo del barile).
    Modi per reintrodurla, l’adeguatezza, ce ne sono diversi e non entrerò nel merito. E’ un problema centrale, ma questo non dice nulla del merito delle proposte (della mia o di altre) su singoli aspetti della scuola.

    • Evidentemente non riesco a spiegarmi, se addirittura le sembra che argomenti in modo fallace: quale fallacia poi avrei commesso? E’ in grado di mettere in forma il mio argomento e di indicare dove sarebbe fallace? Io ho fatto una constatazione: le sue considerazioni sulle supplenze brevi mostrano di fondarsi su una pressoché completa ignoranza di come funziona la scuola. E ho aggiunto: non ho voglia di spiegare la cosa: si informi seriamente e lo capirà da sé. In ogni dettaglio. Guardi sono anche un tipo generoso, io: se passa dalla mie parti (Sanremo) glielo spiego perché fare le riforme con le supplenze brevi non funziona: ma per pietà, non per iscritto, sarebbe lungo e noiosissimo. Si tratta di proposte o irrealizzabili, o mal realizzabili o, per certi aspetti, già realizzate. In ogni caso – e questa NON è né una fallacia né un benaltrismo (che significa “exscusatio non petita”? Semplicemente avverto che non sto deviando il discorso, sebbene il tentativo sia andato a vuoto, come pare) – occuparsi in questo modo, tra il saccente e il superficiale, di problemi marginali implica l’ennesima sottrazione da parte della politica ai suoi compiti nei confronti della scuola. L’ennesimo “provvedimento del grembiulino” (istituivo un’analogia, non era chiaro)?
      Provo a ribadire, sperando di essere compreso: aumentare le ore di insegnamento sub specie supplenze brevi è un ERRORE. 18 ore di insegnamento serio sono già troppe. Ergo se le ore superano le 18 non sono di insegnamento serio. Se poi le ore in più di insegnamento rispetto alle 18 fossero addirittura retribuite, gioiranno gli insegnament-che-non-insegnano: non-insegnando per più ore saranno anche pagati per più ore. Non si limiteranno a danneggiare gli studenti per 18 ore settimanali, li ammorberanno per 24 o 36, perché no?
      Lei sfiora uno dei punti chiave: il reclutamento. Ecco, si cominci da lì, dall’abolire questo “raschiamento del barile”, queste graduatorie che durano decenni. Ma non lo vede che qui il benaltrismo non c’entra un tubo?
      Credo di aver esaurito le mie capacità di spiegare perché non intendo più entrare nel merito della storia delle supplenze e perché ritengo questo genere di proposte e le conseguenti discussioni deprimenti.

  3. Francesco Rocchi ha detto:

    Cerco di spiegarmi meglio e se c’è qualcosa che la irrita mi scuso. Ho l’impressione, leggendola, che si stia scaldando, e mi spiace molto.
    Vedo che mi chiede precisione, e di questo sono molto contento e la ringrazio. Vediamo:

    ““Lei non sa come funziona” (scil. La scuola) non è il mio argomento principale, ma una constatazione”.

    Lei constata, ma non spiega. La sua constatazione non è un assioma euclideo in sé evidente. Sarebbe gentile se potessi capire in cosa sbaglio. Dice di non aver voglia di farlo. Peccato, perché a me rimane in mano un’argomentazione monca.
    Excusatio non petita è un’espressione latina, ma non credo si riferisse a questo. Semplicemente, se lei stesso ha ritenuto di stornare il sospetto di bealtrismo è perché anche a lei si è affacciata la possibilità che quanto stava dicendo si prestasse a tale critica. E si presta, creda a me.

    La fallacia sta quindi non nel aver smontato la mia critica, ma nell’aver spostato il discorso. Qualcosa come: “Cosa importa se è corretto o no quel che dice? Il problema è un altro”. Capirà che di problema in problema rischiamo di avviarci ad una lunga peregrinazione senza mai arrivarre a nulla.

    Dal momento che, a suo dire, le mie considerazioni si basano su una totale ignoranza di come funziona la scuola, dovrebbe invece facile indicare dove sbaglio (mi ripeto, lo so). Ma mi andrebbe bene anche se smentirmi dovesse essere noioso. Anzi, la esorto a non avere pietà.

    Anche perché, nell’insieme, ancora non ho capito come si possa mettere quella delle supplenze tra le questioni di poco conto.

    Riguardo all’innalzamento delle ore di insegnamento: se si istituisse una cattedra con 16 ore di lezioni frontali, due di disposizione, due di mensa e quattro di attività da bibliotecario? Sarebbe un male?

    Ancora: donde si ricava, nelle mie proposte (il cui vero difetto, allo stato, è di essere ancora generiche) l’idea che una tale cattedra dovrebbe essere assegnata ai peggiori?

    Le faccio notare che osservazioni personali su saccenza o superficialità sono maleducate e fuori luogo. Non è detto che debba starle simpatico, ma non per questo è una buona idea diventare sgradevoli nei miei confronti.

    • Mi scusi se le ho dato del saccente o del superficiale (in realtà non ho qualificato lei con quegli aggettivi, ma le sue affermazioni: ma accetto l’appunto). “Fallacia logica” è una cosa precisa: sicché o mostra il mio argomento (premesse e conclusione) e indica dove è fallace, altrimenti “maleducato” è dare del fallace (a me o alle mie affermazioni). Lei ovviamente non mi è né simpatico né antipatico, per la banale ragione che non la conosco. Tende a starmi più simpatico di quelli che tirano fuori i Rodolfo Mondolfo o la Resistenza (ha compreso che non mi riferivo a lei?), ma tutto ciò non rileva, ovviamente. Io non sposto alcun discorso: affermo che le premesse sulle quali si fondano le sue proposte sono sbagliate. Mi chiede più volte di entrare nei dettagli, e più volte ho detto che non mi va. Non faccio ora qui un discorso sull’educazione, ma forse ci starebbe. O no? Le ho anche detto: con agio, a voce potrei – gratis! – fornirli questi dettagli. Ma non cambio idea sull’opportunità di affrontare questo tipo di argomento deviando per l’ennesima volta il discorso dai problemi della scuola. Mi presto all’accusa di benaltrismo, lei dice. Io l’ho avvertita che non è questo il caso: se vuole insistere, a lei è l’onere della prova. Per me è chiaro che continuare a non affrontare il problema dei docenti inadeguati, della mancanza di valutazioni ESTERNE, del reclutamente (mi fermo qui) è grave. Ho spiegato il nesso tra supplenze brevi retribuite oltre le 18 ore (ripeto ancora una volta: già ora diversi insegnanti si prestano a fare più di 18 ore: a mio avviso i peggiori) e insegnanti-che-non-insegnano. E’ davvero elementare: se io a insegnare non mi stanco, e me le pagano, sarò contento di fare 24 ore, no?
      Mi scusi se sono stato sgradevole nei suoi confronti, non era nei miei intenti. Tenga, a parziale discolpa, conto del fatto che stiamo parlando di temi che mi procurano enorme disagio.

  4. Francesco Rocchi ha detto:

    La mia impressione è che nel definire ogni questione che sia specifica o parziale come insufficiente, lei alla fine proponga che arrivi qualcuno che con una mega-riforma dall’alto riformi tutto dall’alto al basso.
    Che esattamente il problema che lei denuncia.

    • Non “ogni questione”: il paio di questioni che lei tratta non sono mica “tutte le questioni specifiche o parziali”! Non è escluso che la residua capacità di illudermi mi spinga a delinarne alcune, di tali “questioni”. E di ben concrete.

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