Sam Harris su Israele

“The truth is, we are all living in Israel”: la conclusione dell’intervento di Sam Harris su Israele e la sua politica  (Why Don’t I Criticize Israel?) attesta che simboli e bisogno di feticci sono in agguato ovunque.
Lo si legga – o ascolti – integralmente: contiene osservazioni e deduzioni degne di nota e anche apprezzabili, data la sconcia, spesso bassamente propagandistica proposizione di immagini di volti urlanti e corpi dilaniati da Gaza. Ricordare, come tra le altre cose fa Harris, cosa contenga lo statuto di Hamas e quali siano dunque gli obiettivi di questa organizzazione è utile. Di più: è necessario per mostrare la falsità, faziosa o stupida, della “storia” ovunque e sempre raccontata. Che è la “storia” degli israeliani criminali e dei palestinesi massacrati, o anche “la storia” dei ricchi-malvagi-“occidentali” contro i colonizzati, i “dannati della terra” ferocemente oppressi o addirittura sterminati: la “storia” fatta con i fermo-immagine o le sequenze filmate che inchiodano forze armate politici e cittadini dell”entità sionista” a quotidiane atrocità (sì, “quotidiane”: si attendono e giungono come il giornale e la prima colazione; si direbbe che ne debbano sempre arrivare di nuove, ché scadono come il latte).

Ma.

Ma quel che dice Harris ha un che di mitopoietico (per quanto di una mitopoiesi micragnosa) e “cartaceo” (da armchair philosopher). “The truth is…”: se c’è una verità è che in queste cose bisogna aver pazienza. E cercare i fatti, anche quelli piccoli, e nel loro ordine – cronologico, strategico, dialogico (di senso). Anche dettagli, sfumature, contingenze; non solo principi, macrogruppi sociali e politici (collettività, statutali o quasistatuali), blocchi concettuali. Non bisogna cedere alla frégola di afferrare una bandiera, politica o dialettica che sia. Per non parlare della funesta inclinazione a far di tutta la questione materia di esercitazione scolastica o, peggio ancora, a leggerla attraverso le lenti deformanti dei propri habitus professionali.

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