Il tavolo di Russell

Bertrand Russell, The Problems of Philosophy, Cap. 2, “The existence of the matter”

What can be bought and sold and pushed about and have a cloth laid on it, and so on, cannot be a mere collection of sense-data. If the cloth completely hides the table, we shall derive no sense-data from the table, and therefore, if the table were merely sense-data, it would have ceased to exist, and the cloth would be suspended in empty air, resting, by a miracle, in the place where the table formerly was. This seems plainly absurd; but whoever wishes to become a philosopher must learn not to be frightened by absurdities.

[Ciò che può essere comprato e venduto e spinto di qua e di là ed essere coperto con una tovaglia, e così via, non può essere una mera collezione di dati sensoriali. Se la tovaglia coprisse completamente il tavolo, dal tavolo non ricaveremmo più dati sensoriali; quindi, se il tavolo fosse una mera somma di dati sensoriali, esso avrebbe smesso di esistere, e la tovaglia sarebbe sospesa in aria, restando, miracolosamente, sul luogo dove prima c’era il tavolo. La cosa sembra ovviamente assurda: ma chi vuol diventare filosofo deve imparare a non spaventarsi delle assurdità.]

Notevole vis immaginativa. Ma… un momento, perché usare una tovaglia? Il gioco illusionistico funziona anche senza. Quando ci si riflette è come quando si impara ad andare in bicicletta senza rotelle, o a nuotare senza braccioli. Del tavolo vedo solo la superficie, a quel che so potrebbe essere totalmente cavo, o potrebbe ospitare e costringere dentro di sé, come nel budello la carne di una salsiccia, un polipo. O un raro liquore. O il vuoto pneumatico.

Come sorge l’oggetto nella sua materialità e pienezza? Si può tagliare il tavolo in due pezzi e osservare le sezioni: le venature del legno etc. “Dentro” il tavolo c’è ancora legno. Certo; ma, di nuovo: la sezione che si offre al nostro sguardo è una superficie. Se abbiamo tagliato il tavolo in due pezzi, ciascuno di essi mostra solo superfici. Facciamo allora intervenire l’immaginazione: reiteriamo due, tre, mille, n volte il taglio: ogni volta otteniamo (solo) nuove superfici. Il tavolo, suddiviso ancora e poi ancora, ha generato oggetti sempre più sottili: fogli di legno. L’oggetto iniziale “sorge” davanti alla mente per mezzo di una sorta di applicazione immaginativo-fisica del principio di Cavalieri: ricompattando gli infiniti fogli.

Ora, la storia della tovaglia non è “innocente”; ha innescato la sequenza di immagini, idee e ragionamenti qui sopra velocemente accennata. Vale a dire una sequenza diversa, nel contenuto e nella direzione, da quella che si sarebbe avviata se la questione “berkeleyana” fosse stata introdotta come si fa di solito, prospettando altri modi di interrompere il flusso di dati sensoriali: girare la schiena, andarsene, dormire, chiudere gli occhi etc.

E mi piace riscrivere l’ultima frase: chi vuol diventare filosofo deve imparare a non spaventarsi delle assurdità.

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