Teoria critica con o senza marxismo

Segnalo un libro di Razmig Keucheyan – una sinossi della “teoria critica” degli ultimi decenni – che si può leggere, integralmente e gratuitamente, nella versione originale francese: Hémisphère Gauche. Une cartographie des nouvelles pensées critiques. Di seguito ne riassumo una recensione ad opera di Conrad Lluis Martell, che per la precisione si riferisce alla traduzione inglese del libro (The Left Hemisphere. Mapping Critical Theory Today. Translated by Gregory Elliott. London/New York: Verso 2013).

Martell comincia col notare che il libro in questione si situa nella scia di quelli, illustri, di Perry Anderson, a partire da Considerations on Western Marxism (1976). (Detto per inciso, gli scritti di Perry Anderson sull’argomento vanno oltre gli anni ’80: vedasi per esempio Spectrum: From Right to Left in the World of Ideas, di cui si può leggere una recensione di Cristopher Hitchens). E come Anderson, rimarca Martell, Keucheyan  si pone da un angolo visuale marxista, il che spiegherebbe i limiti del suo lavoro: da un lato distorsioni dovute alle premesse teoriche, appunto, marxiste (ne segnala due: una visione dicotomica che classifica e oppone le posizioni esposte usando lo schema binario materialismo  – non materialismo, e il mantenimento della nozione di classe in una posizione centrale); dall’altro una lettura del 1989 come data insieme epocale e catastrofica: la caduta del muro di Berlino rappresenta per Keucheyan quantomento una sconfitta della teoria critica o delle teorie critiche come tali: delle teorie, cioè, oltreché descrittive, normative e olistiche (tematizzanti la società come nel suo insieme). Questi limiti si sostanzierebbero poi nell’atteggiamento di fondo di Keucheyan: una Grundstimmung nostalgica, uno sguardo volto all’indietro e incapace di affrontare i dati del presente con una spinta critica, e con un’intenzione, prima che con una capacità, di proporre soluzioni nuove perché volte a superare circostanze e strutture nuove. Insomma una impostazione di fondo elegiaca, che contraddirebbe gli assunti le stesse finalità di una teoria critica per essere intrinsecamente conservatrice: Nietzsche ne avrebbe forse rilevato lo spirito antiquario.

Quanto al contenuto vero e proprio del libro, la sintesi che offre non è solo un prospetto e un’esposizione delle nuove, cioè post res perditas (1989), teorie critiche, ma anche un loro inquadramento storico. Ho già ricordato la caduta del muro di Berlino, la crisi e il fallimento del socialismo reale: è questo infatti il contesto “inglobante” tutti gli altri. Si tratta di una “cesura” che ha come conseguenza la perdita di centralità del marxismo, e quindi l’emergere di un ventaglio di possibili “teorie critiche” di una certa ampiezza (da quelle di marca foucaultiana a quelle che si richiamano a C. Schmitt). Altro elemento derivante dalla contestualizzazione storica offerta dal libro sarebbe la depoliticizzazione, nel senso di accademizzazione e allontanamento dall’attività e da soggetti propriamente politici, della teoria critica. Infine – terza considerazione storica –  le correnti intellettuali sorte nell’alveo del ’68, in particolare il poststrutturalismo, avrebbero dal un lato indotto la teoria critica a sostituire la classe con altri soggetti collettivi; dall’altro avrebbero determinato un “allargamento” del campo dell’analisi critica, in particolare in relazione al fenomeno del potere, che è inseguito nelle sue ubique incarnazioni e, dunque, rinvenuto nelle diverse istituzioni e formazioni sociali, e non più solo nei dispositivi classici della politica e dell’economia.

Il libro presenta quindi in due distinti capitoli a) un esame di alcune teorie critiche e b) una delineazione dei soggetti dell’emancipazione (chi sarebbe il portatore delle istanze critiche, quale elemento della “ontologia sociale” le promuoverebbe).

Quanto alle teorie, sono presi in esame:

  • Antonio Negri e Michael Hardt, che hanno elaborato i concetti di “capitalismo cognitivo”, di produzione immateriale e di moltitudine.
  • Robert Brenner, Giovanni Arrighi , Elmar Altvater, che sarebbero rimasti più legati all’analisi marxista del capitalismo e dei suoi meccanismi generatori di crisi.
  • Luc Boltanski ed Ève Chiapello, che hanno assunto impostazioni weberiane (non materialistiche) radicalmente diverse dalle precedenti. Il discorso verte qui sul tema della (crisi di) legittimazione, sullo “spirito” del capitalismo. Il capitalismo avrebbe mutato il suo impianto valoriale introiettando e assimilando a suo modo le rivendicazioni libertarie del ’68 (donde: sburocratizzazione, creatività etc. come caratteristiche del sistema valoriale dei manager). Insomma la critica dell’accumulazione capitalistica, deve, secondo questi teorici, fare i conti con la ristrutturazione del “discorso del capitalismo”.

Quanto alla questione dei soggetti:

  • Alex Callinicos, Slavoj Žižek, Alain Badiou oder David Harvey, su posizioni neomarxiste, fanno uso della nozione di “classe”,  che resta definita su basi oggettive, socio-economiche, che però non si limitano più alla fabbrica o, in generale, ai rapporti di lavoro. Per esempio includono nella definizione della classe coordinate “geografiche” (quartieri cittadini, periferie etc.).
  • E.P. Thompson invece desostanzializza la nozione di classe sostituendola con un concezione “soggettivistica”: valori, storie, esperienza condivise costruirebbero le classi.
  • Il passo dalla “classe per sé” al superamento della nozione stessa di classe in pro di altre identificazioni collettive (genere, etnia, etc.) è breve. I teorici sono qui Judith Butler, Axel Honneth , Achille Mbembe. Le costruzioni identitarie, sono contingenti e sorgono da conflitti ed esclusioni: ogni costellazione di identità presuppone esclusioni e marginalizzazioni che sono assunte dalla teoria critica come fonti di alterità e, quindi, come soggettività in condizione di criticare il sistema sociale.
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