Retorica e logica

L’hypocrisie est un hommage que le vice rend à la vertu: la massima, nota e addirittura trita, di La Rochefoucauld, mi pare trovi, negli ultimi tempi un nuovo, peculiare, campo di applicazione.

L’Italia è un paese dove domina da tempo immemorabile la retorica. Ebbene negli ultimi tempi mi pare di notare che stia sempre più prendendo piede, nel cosiddetto “discorso pubblico”, la richiesta di “argomentare” le proprie posizioni. C’è di che rallegrarsene, a prima vista: la richiesta è encomiabile e, si direbbe, rivelatrice di un animo polito e probo.

A prima vista. Ma se si guarda più a fondo si scorge altro.

Il fatto è che solitamente chi emette tale ingiunzione è uno che prima formula discorsi paranoidi sgrammaticati e infantili, poi, con certa aria di sfida trionfale, chiede alla controparte di “dimostrargli” che e perché non reggono. Pretenderebbe di vincolare tempo e risorse intellettuali del suo interlocutore in modo del tutto irrazionale, ingolfando i meccanismi della discussione. Qui sta la nuova applicazione della massima di La Rochefoucauld: la retorica, adottandone la terminologia, rende implicitamente omaggio alla logica. E, ovviamente, continua nei fatti a ignorarla.
Aristotele, in contesti ben più aulici e di rarefatta teoresi, avvertiva che “è impossibile che ci sia dimostrazione di tutto”: e intendeva dimostrazione apofantica, deduttiva. Ecco, tipico del neofita neoconvertito è lo zelo fanatico, eguale e contrario a quello che sino al giorno innanzi lo agitava come adepto di altra setta. Perché accade non di rado che l’apostata si affanni per entrare in un’altra conventicola, e rimanga così prigioniero del presupposto settario, ossia del settarismo. Cerca, insomma, costui, nuove appartenenze, nuove servitù. Il retore, che vuol illudere gli altri o anche sé stesso di non esser più tale, crede di darsi alla logica ignorando che esiste una razionalità della retorica e una retoricità della logica; incapace di fare a meno di appartenenze identitarie e, dunque, inguaribile reificatore dello spirito in simboli che abomina o adora, in primis quelli che furon detti idola fori, ignora che le parole non garantiscono una adeguata prensione della realtà, come discrete e convenzionali dove la realtà è continua e indifferente ai patti linguistici di chicchessia.

Il punto è che avanzare la richiesta di argomentare in sé di logico non ha nulla: è una mossa pragmatica, e come tale può avere – di fatto spesso ha – intenti e conseguenze misologici. Quando questo avviene, e l’interlocutore fa lo gnorri iterando meccanicamente la richiesta di argomentare, la miglior risposta rimane quella che, si dice, Samuel Johnson abbia dato a un suo interlocutore:

Sir, I have found you an argument; but I am not obliged to find you an understanding.

Anche perché va bene esigere che noi si argomenti le nostre tesi; ma non sino al punto da sollevare la controparte da ogni compito e fatica.

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