XX settembre. Due resoconti

Due resoconti della giornata del 20 settembre 1870.
Il primo è di Edmondo De Amicis: non privo di una certa enfasi – patriottica, direi, non patriottarda – comprensibile, se non scusabile, per essere l’autore stato presente e partecipe al grande evento. Sono apparsi in «L’Italia Militare», IX, 1265, 24 settmbre 1870:

Entrammo in città. Le prime strade erano già piene di soldati. È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento. Vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Parecchi zuavi prigionieri ci passavano dinanzi. Alcune case arse la mattina mandavano fumo. Gli ufficiali dei vari corpi ci dissero il nome dei feriti. Il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli, il popolo gli si serrò intorno plaudendo. A misura che procediamo nuove carrozze, con entro ministri ed altri personaggi di Stato, sopraggiungono. Il popolo ingrossa. Giungiamo in piazza di Termini; è piena di zuavi e di soldati indigeni che aspettano l’ordine di ritirarsi. Giungiamo in piazza del Quirinale. Arrivano a passo di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Lunghe colonne di popolo si gettano fra i soldati gridando e plaudendo. Passano drappelli di cittadini colle armi tolte agli zuavi. Giungono i prigionieri pontifici. I sei battaglioni bersaglieri della riserva, preceduti dalla folla, si dirigono rapidamente, al suono della fanfara, in piazza Colonna. Da tutte le finestre sporgono bandiere, s’agitano fazzoletti bianchi, s’odono grida ed applausi. Il popolo canta insieme alla musica delle fanfare. Sui terrazzini si vedono gli stemmi di casa Savoia. Si entra in piazza Colonna: un grido di meraviglia s’alza dalle file. La moltitudine si versa nelle piazze da tutte le parti. Centinaia di bandiere sventolano a destra e a sinistra delle colonne dei bersaglieri. L’entusiamo è al colmo. Non v’è parola umana che valga ad esprimerlo. I soldati sono commossi fino a piangerne. Non vedo altro; non reggo alla piena di tanta gratitudine e di tanta gioia; mi trovo fuori della folla; incontro operai, donne del popolo, vecchierelle, ragazzi; tutti hanno la coccarda tricolore, tutti accorrono gridando: «I nostri soldati! – I nostri fratelli!».
È commovente; è l’affetto compresso da tanti anni che prorompe tutto in un’ora; è il grido della libertà di Roma che si sprigiona da centomila petti; è il primo giorno d’una nuova vita; è sublime.
E altre grida da lontano: «I nostri fratelli!»

L’altro è di Ugo Pesci («Supplemento al numeo 100 di “Fanfulla”» [24 settembre 1870]):

20, ore 5 ant.

Finalmente! il cannone nostro si fa sentire nella direzione di porta San Lorenzo. A quei colpi più lontani rispondono da vicino i colpi delle nostre batterie presso porta Pia.

È una delle più splendide mattinate d’autunno. L’aria è pura, balsamica, senza una nuvola in cielo: pare una giornata fatta per Vivere. Ed invece le nostre fanterie schierate sulle pendici delle colline, aspettano impazienti l’ora dell’assalto, salutano con grida di gioia ciascuno di quei colpi, che porta la rnorte. Ma Roma sarà nostra, ecco tutto… chi può pensare alla morte? Alcuni colpi rispondono sulla direzione di porta Salara.

Mi porto più avanti per godere dello spettacolo che fra poco sarà cominciato su tutta la linea.

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