Pedagogia della querimonia.

Non mi metto a scrivere una “confutazione” delle tesi contenute in questo articolo a firma di Anna Angelucci. Non ne ho voglia, e non servirebbe a nulla; ma soprattutto è, a rigore, impossibile: tesi infatti propriamente non ne enuncia, e men che meno argomenta alcunché.
Segnalo il pezzo perché è assolutamente rappresentativo del modo di pensare e parlare che domina nella scuola italiana. Che in realtà è un pensare e un parlare senza testa, senza cioè controllo consapevole da parte della prima persona singolare. Le parole che urgono verso l’ugola o la penna dell’insegnante-tipo, così esemplarmente e piattamente testimoniate dall’articolo di Angelucci, sono un riflesso che consta di frasi fatte, lamentazioni, presupposti vuoti, vittimismi pendant di presunti e ridicoli eroismi, frammenti (ma solo frammenti che rimangono allo stato incoativo) di argomentazioni fallaci. Un po’ di retorica appresa da qualche glossarietto in calce al libro di testo di italiano (quanto piace l’anafora!), e l’aulico, culturale intervento è pronto, con grande soddisfazione della coscienza di chi lo ha scritto.
Leggete bene, attentamente, questo documento della medietà scolastica. Fate lo sforzo, davvero titanico, di prenderlo sul serio. E non potrete non convenire con me che il suo contenuto e chi lo ha pensato e scritto (che, ripeto, non è in effetti un individuo, ma una sorta di entità collettiva, una costellazione di abiti che appartengono piuttosto al sistema nervoso periferico che alla corteccia cerebrale) è parte, causa o concausa, delle difficoltà che impaludano la scuola italiana.
L’articolo racconta di una insegnante che passa due giorni “chiusa in presidenza” per la contrattazione integrativa. Se ne deve forse dedurre che sono altrettanti giorni sottratti all’attività di insegnamento?
Sia come sia, la due giorni strema (il verbo è nell’articolo) l’insegnante. La quale, rientrata in classe, pensando al futuro dei suoi studenti di lì a cinque anni (quando si dice la lungimiranza), decide che è ora di fare educazione civica (ma da quando? non tocca all’insegnante di filosofia e storia?) e accantona Dante per spiegare cosa sia la contrattazione integrativa. Dimostrando che delle due l’una: o Dante e la letteratura italiana non servono alla “educazione” (civica o meno) degli studenti e che tanto vale dedicarsi a temi (non centralissimi, invero) di diritto sindacale, o che l’educazione civica stessa è una scemenza, tanto è vero che basta tirarla in ballo quando si è “stremati” e senza alcuna attenta programmazione didattica, parlando (ma con quale competenza poi?) di quel che viene, estemporaneamente.
Ma poi – leggete bene, attentamente! – l’insegnante non fa una lezione sul tema del lavoro, la Costituzione, il principio lavoristico etc. Non parla del diritto sindacale, di regole, di cosa sia costato portare avanti, da parte del movimento operaio, le rivendicazioni di quelle regole e di quei diritti.
No: c’è la querimonia stanca e stancante dei professori che fanno i progggggetti agggratis, di quelli che prendono due soldi (lordi) per occuparsi del sito web. Di altri docenti che, in qualità di collaboratori del dirigente, per due soldi (sempre lordi: l’ho detto, l’anafora, anche quella al quadrato, l’anafora dell’anafora, è di rigore) “supportano” (ma che vor dì????) la didattica degli altri docenti.
Lamentele, vittimismo: a volontà; pensiero: ZERO.
Ma farsi una domanda sulla necessità di occuparsi del sito web? Di fare progetti ridicoli?
Io faccio moltissimi progetti come insegnante. Diciotto ore alla settimana (il mio orario di servizio “frontale”) è dedicato a realizzare i “progetti” che preparo studiando e pensando a casa o a scuola fuori da quelle 18 ore.
Non mi pagano?
Non saprei: ricevo uno stipendio mensile. Mi viene il dubbio che c’entri qualcosa con l'”esser pagato”.
Non c’è il riscaldamento? La scuola è pericolosa? Ecco, qui lamentarsi è ridicolo e improprio: qui si dovrebbe *fare* qualcosa, magari rischiando un po’. Che poi i grandi rischi per i docenti consistono semplicemente nell’inimicarsi il dirigente. Che poi non è che ti licenzia o ti spedisce al confino: alla peggio, non ti assegna la classe che vuoi tu o il giorno libero che preferisci. O ti fa l’orario scomodo per la spesa al mercato.
Leggete bene, attentamente (anch’io voglio anaforeggiare un po’, diobòno): fa capolino anche lo spirito di sacrificio nel testo di Angelucci; vi si disegna il nobile profilo degli insegnanti che lavorano gratis o per compensi simbolici. Magari non lo dice per modestia, ma anche lei “tiene su la scuola” con encomiabile impegno di volontaria. Magari anche dando ogni tanto una spazzata alle scale o una rinfrescata ai muri: cappello di carta in testa, pennello in mano, e studentesse e studenti, i più sfigati, a far comunità. Compiti e studio per il dì successivo abbonati (e 10 in condotta assicurato), va da sé.
Eccola l’educazione civica:  i tuoi diritti sono negati? Lamentati, e poi sacrificati.
Più che educazione civica, ineducazione logica. Donde poi la diseducazione civica. QED.
Potrei continuare, ma son stufo.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Scuola. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Pedagogia della querimonia.

  1. anin12@libero.it ha detto:

    Pezzo potente. Esempio di bello stile e salda e vasta e “utile” cultura. Inversamente proporzionale all’articolo di una tale Angelucci, la quale, naturalmente, scrive su micromega.

  2. Anna ha detto:

    “Segnalo il pezzo perché è assolutamente rappresentativo del modo di pensare e parlare che domina nella scuola italiana”.
    Rispettosamente, mi permetto di chiederLe quali siano le fonti che Le consentono di segnalare,
    con assolutezza, tra l’altro, il “modo di pensare e parlare” dominante nella scuola italiana.
    Distinti saluti.
    Anna

    • 15 anni di insegnamento di ruolo nella scuola pubblica, in più di un liceo, e centinaia di colleghe/i ivi conosciute/i. E discussioni in organi collegiali. E ancora discussioni con altre colleghe/i incontrate/i in altre occasioni, quali partecipazioni a commissioni d’esame di Stato, iniziative di formazione a livello provinciale e regionale.

      Ecco le mie “fonti”: non si tratta di Procopio di Cesarea né di report indagini ISTAT. Mi sono limitato a leggere un articolo e a esprimere le mie reazioni, che ritengo molto ben fondate sulla mia esperienza *diretta* (e anche sofferta). Peraltro le faccio – rispettosamente! – notare che la Sua domanda circa le fonti sarebbe ben più pertinente se rivolta a chi pubblicasse un ricerca storiografica o sociologica.

      Ad ogni modo le mie considerazioni sul pezzo che ho commentato, per quanto criticabili o modeste, ritengo valgano a prescindere dal grado di rappresentatività del modo di pensare e parlare dei docenti.
      Distinti saluti anche a Lei.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...