Ironia e logica

Ecco un magnifico esempio di uso dell’ironia e della logica. Ironia vertiginosa, a ben considerare, perché reiterata (è anche ironia sulla logica e ironia della logica). Calogero risponde a Sofia Vanni Rovighi (degnissima studiosa del secolo scorso, allieva di Amato Masnovo e docente alla Cattolica di Milano). Evocando il costume, a dire il vero un po’ arcaico ma caratteristico dell’ambiente di quella studiosa, di ricorrere alla logica sillogistica codificata nella Scuole,  Calogero da un lato fa agire una sua convinzione circa il rapporto tra logica e morale, tra intelletto e volontà (per lui la preminenza va accordata all’elemento pratico), dall’altro, senza averne idea, mostra quanto avesse ragione Bernard Williams​ quando scriveva a proposito di quella “strangely tempting fallacy, the ‘fat oxen’ principle; who drives fat oxen must himself be fat”. In effetti usare la sillogistica non è di per sé sillogistico (cioè non è di per se prassi sillogisticamente fondata).
Il che, come sono soliti pensare quelli che i sillogismi (o meglio la logica) li disprezzano, non implica che per essere logici bisogna negare o anche solo ignorare la logica.

calogero_quaderno

Scriveva dunque Calogero nel 1961 (è un articolo apparso sul Mondo di Pannunzio, poi incluso in Quaderno laico, da cui cito):

La sola cosa che posso capire [nel testo di Sofia Vanni Rovighi, ADB], infatti, è quella che risulta da una brevissima nota in calce, secondo la quale, accennando alla concezione che fa dipendere ogni dovere etico dalla constatata esistenza della spirituale natura altrui, io non avrei dovuto dire che esso è fondato «sul rispetto della persona umana o, che è lo stesso, dell’anima». La nota osserva, infatti: «Non è lo stesso, perché si offende una persona umana anche quando le si dà un ceffone, sebbene il ceffone non colpisca l’anima».

Ora, la mia gentile collega non solo è una valente specialista di storia del pensiero medievale, ma altresì occupa, degnamente, una cattedra filosofica nella roccaforte della neoscolastica italiana. È quindi probabile che questo suo argomento voglia essere un sillogismo. Proviamo allora a metterlo, come suol dirsi, «in forma»:

Tutte le persone umane sono offese dai ceffoni;

Nessun’anima è colpita dai ceffoni;

Dunque nessun’anima è persona umana.

Sì, più o meno questo si presenta come un sillogismo di tipo concludente. È un Camestres: secondo modo della seconda figura.

Però, bisogna prima mettere a posto il termine medio, che non è identico nelle due premesse, perché l’essere «offeso dai ceffoni» non è lo stesso che l’essere «colpito dai ceffoni ». E tutti sanno che, se il termine medio appare in una delle due premesse anche solo parzialmente diverso da come appare nell’altra, allora vien fuori la duplicatio medii, cioè la quaternio terminorum, e tutto il sillogismo non funziona più. La mia gentile obiettante deve dunque decidersi. Preferisce correggere la prima premessa in modo da identificarne il predicato a quello della seconda? Accetta, cioè, che tutte le persone siano non già «offese» ma semplicemente «colpite» dai ceffoni? – Questo, però, è piuttosto sconcertante. Come si fa a dire che la persona umana non è mai offesa dai ceffoni, ma soltanto colpita da essi? Tanto varrebbe concedere un’assoluta libertà di schiaffi… Oppure s’intenderebbe dire che ogni persona umana è colpita, ma non offesa, dai ceffoni che prende, mentre è offesa, ma non colpita, dai ceffoni che dà? Questo però complicherebbe ancora più la faccenda, e renderebbe comunque addirittura disperata la ricerca dell’unico termine medio del sillogismo…

Allora vogliamo provare, invece, a portare la seconda premessa in linea con la prima, correggendo il «nessun’anima è colpita dai ceffoni» in «nessun’anima è offesa dai ceffoni»? – Ma andiamo di male in peggio. E che razza di anima è quest’anima, la quale non si offende per nessun ceffone, né per quelli che riceve né per quelli che dà il suo corpo, né per quelli che danno o ricevono i corpi delle persone altrui? Anzi, se mai, si dovrebbe dire il contrario, e cioè che ogni anima è non solo «offesa», ma altresì «colpita» dai ceffoni che investono il suo corpo: giacché, se non ne venisse affatto colpita, come farebbe ad accorgersene, e a decidere se ordinare al corpo di reagire con altrettanti ceffoni, oppure di sopportare porgendo evangelicamente l’altra guancia?

Su questa strada, però, è tutto quanto il sillogismo che va in pezzi, perché i ceffoni non sono più atti a fungere da termine medio, cioè ad operare come reattivo per far distinguere la «persona umana» dall’«anima». Sarà quindi più opportuno lasciar da parte i sillogismi, i quali, del resto, non hanno mai servito a gran cosa. E cercar di studiare più a fondo quel che ha inteso dire l’interlocutore, come proprio la Vanni Rovighi ha mostrato di saper ben fare altre volte.

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