Rino Faranda, in memoriam

Ricordo ancora la prima volta che intesi il nome di Giorgio Pasquali: fu quando, abbassando un po’ il tono della voce in segno di ammirazione e rispetto, il prof. Rino Faranda, allora mio insegnante di greco e latino in prima liceo – lo fu solo per quell’anno, l’ultimo della sua carriera lavorativa -, mi segnalò, quale grandissimo libro, la Storia della tradizione e critica del testo.
Oggi avevo per le mani questo monumento di erudizione e intelligenza, e naturalmente è affiorato il ricordo di chi me ne ha fatto conoscere l’esistenza: il prof. Faranda era – purtroppo da alcuni anni non è più a questo mondo – un profondo conoscitore delle lingue classiche, un raffinato traduttore (ricordo, tra le sue pubblicazioni, le edizioni di Valerio Massimo e Quintiliano nella collana dei classici latini della UTET), e non solo. A lui come a pochi (forse un paio, nella mia esperienza complessiva di studente, liceale e universitario) si addice un passo della Prefazione a quel libro, che voglio qui sotto riportare.

(…) venticinque anni di esperienza magistrale mi hanno insegnato che i giovani e più i migliori odiano l’insegnamento catechistico e predicatorio (cioè il manuale parlato), mentre prendono interesse alla lezione, se il professore, rifacendo dinanzi a loro il proprio ragionamento, presentandolo alla loro critica, li chiama a partecipare al proprio lavoro d’indagine. Maestri che ascoltano la propria voce e non si curano di quel che gli scolari pensino, di come ragionino, sono meritamente derisi e dispregiati.

 
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