Del “meno peggio”, del “tanto peggio, tanto meglio”, e della puerizia prepolitica

Come accade in prossimità delle elezioni (specie politiche), anche con l’approssimarsi di questo referendum (che si chiama referendum, ma di fatto è un voto politico – spesso prepoliticamente motivato), tocca sorbirsi la seguente, intelligente – oh, quanto intelligente, sottile, originale, acuta, vera – raffinatezza dialettica:

«NON INTENDO VOTARE IL MENO PEGGIO! Sono stufo di votare sotto ricatto, pressato dalla minaccia del pessimo. Si vota il meno peggio e questo si solidifica in eterno, e infatti guarda dov’è finita l’Italia a furia di chinare la testa o turarsi il naso etc. etc.»

Perdìo, questo sì che è un bel parlare! Ora, non faccio questioni di chi in questi giorni sento/vedo promuovere questa nuovissima e invincibile argomentazione. Anche perché il referente dell’espressione “meno peggio” cambia a seconda delle valutazioni, delle opinioni, della collocazione politica etc. del proponente. Faccio solo notare quanto segue.

1) il “meno peggio” è “meglio” di ciò di cui, appunto, è meno peggio. A ben vedere, l’espressione non è grammaticale: forse, a furia di ripeterla, non la si “sente” tale a orecchio. Ma basti pensare che ciò di cui il meno peggio è meno peggio, sarebbe il “più peggio”: e questa espressione suona stonata, no? Facciamo allora i bravi, armiamoci di carità interpretativa, e intendiamola come la si vuole intendere.
2) E in realtà “il meno peggio” non significa altro che “il migliore”. Ci sono due opzioni, entrambe cattive. Tocca fare una scelta (è quello che si chiama “dilemma”), e i casi sono due: o le opzioni sono egualmente cattive, o una è peggiore dell’altra. Per sottolineare che sono entrambe cattive, e dunque non ci piace propriamente nessuna delle due, e che se potessimo non sceglieremmo né l’una, né l’altra, chiamiamo la migliore “la meno peggio”. Ma di fatto non è, appunto, che la migliore tra le due.
3) Dunque chi dice di non voler votare “il meno peggio” dice di non voler votare “il migliore”.
4) Ora, che cosa significa che tra due opzioni (o n opzioni, continuo con due per semplicità), una è la migliore? Semplice, significa che è quella che il soggetto che deve operare la scelta preferisce, ossia che è quella che, di fatto, messo di fronte al compito di scegliere, sceglie. “Scegliere”, se si tratta di elezioni, si scrive “votare”. Allora “il migliore” altri non è che colui che viene votato. Per definizione. Ergo chi scrive “non voto il meno peggio”, scrive “non voto il migliore” che equivale a “non voto quello che voto”. Contraddizione.
5) Ma noi siamo caritatevoli, quindi non attribuiamo agli altri stupidità, pensiero contraddittorio e simili. Dunque dobbiamo modificare qualche passaggio. L’unica possibilità di non riscontrare nella frase “non voto il meno peggio” una crassa contraddizione, sembra essere di intendere l’espressione “il meno peggio” nel senso di “il meno peggio ora e per un certo tempo”, ossia “migliore ora e per un certo tempo”.
6) “Non voto chi/ciò che è il migliore ora e per un certo tempo” è allora possibile (non contraddittorio) se (e mi pare: solo se) si ritiene che votare il migliore di ora precluda qualcosa di ancora migliore. Siccome per ipotesi questo qualcosa ora non c’è, lo si deve pensare come un migliore futuro.
7) Allora “non voto per il migliore di ora” deve essere pensato equivalente, sotto quelle ipotesi, a “voto per il migliore di domani”.
8) Con la 7) evitiamo di considerare i “non votanti il meno peggio” gente che si contraddice, e ci siamo guadagnati dei punti bontà. Tuttavia la tesi che una scelta migliore oggi impedisca una situazione sensibilmente migliore domani, equivale a dire che la scelta peggiore oggi non precluda tale futuro bene maggiore. Il peggio pare rendere possibile, se non procurare, il meglio. Allora, slogan per slogan, chi “non vota il meno peggio” è per il “tanto peggio, tanto meglio”. Che non è uno slogan molto rassicurante, per tante ragioni, anche storiche.

Un’ultima osservazione, di natura psicologica, quasi psicoanalitica: ma perché sarebbe così indegno scegliere il migliore tra due o più partiti politici, o anche leader, che non ci piacciono? Perché non andrebbe bene scegliere il male minore? Si potrebbe infatti sostenere questo, che è meglio astenersi che votare in queste condizioni perché l’essere le due opzioni entrambi sgradevoli “domina” su qualunque altra considerazione, assumendo un valore morale. Rispondo che il voto non è un atto attraverso il quale si realizza il Sé. Che il leader che si vota non è papà nostro, né deve essere lo specchio in cui narcisisticamente rifletterci. Non dobbiamo sposarci con il nostro eletto. Non deve rappresentare la nostra persona, né tutte le nostre preferenze, nemmeno quelle politiche. Il voto adulto è consapevolmente una scelta di compromesso, fatta di calcoli si spera il più corretti (razionali) possibili.

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