Pausa bizantina

Una discussione abilmente immaginata da Luigi Malerba; si trova nel suo romanzo Il fuoco greco. La reggente Teofane (è lo stesso Malerba a scegliere la forma maschile del nome, la femminile essendo Teofano) dà un pranzo il cui invitato di rilievo è l’ambasciatore dell’emiro di Mosul e Aleppo, e i commensali – alti burocrati, cortigiani, dotti – si impegnano in un dialogo su Aristotele e la fede cristiana, sull’infinito e altri sublimi – o comiche – bizantinerie.

Dando di piglio a salsicce e arrosti, i contendenti, evidentemente ristorate le forze e l’umore a mezzo dell’ingollare e deglutire, emettono concetti, lemmi, sillogismi nella gelida, aurea, ierofanica atmosfera.

Mette conto trascrivere la pagina:

Era una sera gelida di febbraio dell’anno 962 e quando gli ospiti presero posto ai tavoli della Sala del Triclinio trovarono che la superficie dell’acqua versata dai coppieri nei calici d’argento era coperta da un leggero strato di ghiaccio. (…)

Il fior fiore della cultura bizantina era stato reclutato per questo pranzo che, seguendo una tradizione instaurata da Costantino VII, veniva dedicato una volta ogni mese a un filosofo, a un poeta o a uno storico della Antichità Classica. Quella sera era stato scelto come argomento della conversazione il filosofo greco Aristotele.

Mentre si mangiavano arrosti di capretto, salsicce di oca farcite di aglio e cipolla, prosciutti di cinghiale e petti di pavone, si discuteva se quella di Aristotele fosse vera filosofia, se la vera filosofia coincida sempre con la vera religione come fonte di verità e, di conseguenza, se un vero cristiano potesse accettare le proposizioni filosofiche dell’Ateniese. A quel tempo Aristotele non era stato ancora assimilato alla cultura cristiana e la conversazione era arrivata a un punto delicato e controverso.

«Se anche vogliamo riconoscere nel Motore Immobile del filosofo ateniese una immagine di Dio, come pretendono in molti,» disse il Teologo di Corte «non si capisce perché Dio debba essere immobile. Il principio della divinità, al contrario, è mobile per eccellenza e i suoi attributi dovrebbero essere semmai la fluidità aerea, l’infinità espansiva, la velocità.»

Sulla velocità di Dio intervenne il Matematico.

«La velocità può essere un attributo divino solo se è assoluta, e su questo credo che non si possa dubitare. Ma la velocità assoluta significa che il Soggetto è già arrivato nel momento stesso in cui è partito.»

Il Kuropalata Leone Foca si irrigidì per un istante, depose nel piatto la salsiccia d’oca che stava per addentare, e intervenne nella discussione sulla velocità di Dio.

«La questione è dura da risolvere perché l’affermazione dell’illustre Matematico smentirebbe il principio di non-contraddizione già formulato da Anassagora e assunto in seguito proprio da Aristotele come uno dei cardini della logica.»

«Aristotele è un filosofo pagano» rispose subito il Teologo «e perciò, quando parliamo degli attributi del Dio dei Cristiani, possiamo tranquillamente contraddire la sua logica. Converrà piuttosto tener conto di Proclo che nella sua Institutio theologica afferma che l’esistenza del Primo Motore Immobile rende necessaria anche l’esistenza di ciò che si muove, vale a dire di ciò che è mosso dal Primo Motore. Infatti ogni Ente o è immobile, o mobile di per sé, o mobile per altrui impulso. Da ciò è manifesto che ad imprimere impulsi al moto può essere soltanto Colui che Aristotele chiama il Motore Immobile. Il vostro discorso non tiene conto che l’Immobile muove qualcosa che gli è estraneo, ma non può avere il limite della immobilità in quanto comprende in se stesso anche gli altri Enti e perciò va catalogato come semovente. In questo caso il movimento è pura espansione che non comporta luogo di partenza e luogo di arrivo e perciò la velocità, che ho citato come attributo divino, si esercita nel corpo stesso dell’Ente Supremo impropriamente identificato nel Motore Immobile di Aristotele. Se invece vogliamo condizionare questo attributo della velocità ad altri attributi in una sequenza necessariamente infinita, allora stiamo discutendo della scienza del nulla, come dice Proclo, e meglio sarebbe tacere come ci impone la fede.»

Leone Foca volle ancora introdursi nella conversazione temendo che la serata si riducesse a un dialogo fra il Matematico e il Teologo, i quali si fronteggiavano con l’apparente compostezza di chi sa di poter contare su una grande riserva di argomentazioni e sull’attenzione dei commensali.

«Non mi sembra elegante» disse Leone Foca «introdurre la fede in argomenti che stavamo trattando secondo i principi della logica.»

«Ho detto soltanto che la fede in qualche caso impone di tacere, soprattutto quando si pronunciano commenti come il vostro che non sono improntati né alla logica né all’eleganza.»

Leone Foca rimase offeso e frastornato dalla risposta del Teologo di Corte, e non ebbe il tempo di riordinare le idee e di rispondere perché il Matematico riprese il dialogo con il Teologo deponendo il coltello con il quale stava tagliando un abbondante pezzo di capretto arrostito.

«La nozione di spazio, secondo voi, è ammessa nei Cieli popolati dagli Enti immobili, mobili o semoventi?»

Alla domanda, carica di pungente ironia, rispose il Teologo con la sua flemma abituale.

«Mi pare che il centro del nostro discorso fosse l’Onnipotente o, se preferite, il Motore Immobile e non lo spazio riservato agli Enti che da esso derivano e da esso dipendono.»

«Intendevo parlare proprio del Supremo fra tutti gli Enti» disse il Matematico «o, sempre per usare il linguaggio del filosofo ateniese, del Motore Immobile. Se volete posso formulare di nuovo la domanda in questo modo: la nozione di spazio è ammessa dall’Onnipotente? E, insieme alla nozione di spazio, è ammessa la geometria con le sue forme, per esempio la sfera che fra tutte le forme è la più perfetta?»

«La nozione di spazio è ammessa necessariamente dall’Onnipotente per quanto riguarda gli Enti che da esso derivano e da cui sono mossi, ma per quanto riguarda lo stesso Ente Supremo diciamo che comprende tutti gli altri spazi e le relative geometrie in uno spazio infinito.»

«Uno spazio infinito, secondo la geometria di Euclide, è composto di un numero infinito di punti, ma pur sempre di punti, distinti l’uno dall’altro. Mi seguite?»

Ho capito che cosa volete intendere: che da un punto all’altro si possono stabilire dei percorsi e che questi si possono coprire più o meno velocemente. Ma io vi rispondo che l’Ente Supremo già occupa tutti questi punti e quindi non è dato stabilire dei percorsi e tanto meno delle velocità relative.»

Nella Sala del Triclinio l’aria gelida si era fatta di ghiaccio e i commensali avevano smesso perfino di masticare per non perdere nemmeno una parola della contesa tra il Teologo e il Matematico.

«I filosofi cristiani parlano spesso della sfera celeste. Nemmeno nel caso della sfera è dato stabilire dei punti differenziati? Se si ammette la forma di sfera bisogna ammettere anche uno spazio delimitato da una superficie. Siete d’accordo almeno su questo?»

«Certamente,» rispose il Teologo «secondo la geometria di Euclide.»

«Esiste anche una geometria celeste diversa da quella euclidea? Forse siete sul punto di dirmi che secondo questa nuova scienza delle forme esiste una sfera infinita che si identifica con l’Ente Supremo. Non credete che le forme geometriche, compresa la sfera, siano proprio un modo di combattere l’idea di infinito, questo assoluto male metafisico che opera nel cosmo seminandovi il caos?»

«Se dite che questa idea semina il caos nella mente umana sono d’accordo con voi, ma se parlate del cosmo devo pensare che considerate Dio un assoluto male metafisico, un seminatore di caos.»

«Ho parlato di idea e una idea può seminare il caos solo nel cosmo immaginato dalla mente umana. Mi sembrava che non ci fosse possibilità di equivoco, ma ho l’impressione che con i vostri sofismi maliziosi vogliate sfuggire alla domanda se può esistere o no una sfera infinita.»

«Vi ho già risposto.»

«Io non intendo la sfera di cui parla Euclide, ma quella di cui parlano i nostri filosofi cristiani.»

«La sfera celeste è una elegante metafora e voi sapete che le metafore non occupano spazio né hanno una superficie e perciò male si adattano ad essere misurate e rinchiuse in una forma geometrica.»

Il Matematico capì che non avrebbe potuto proseguire la discussione senza inoltrarsi pericolosamente nell’area del dubbio teologico.

«Dopo avere studiato per tanti anni la geometria euclidea sarò felice se nelle prossime settimane vorrete erudirmi intorno alla geometria celeste sulla quale, confesso, le mie cognizioni sono assai scarse.»

A questo punto il Teologo dedicò tutta la sua attenzione alla trancia di capretto arrosto che aveva sul piatto.

I commensali capirono dunque che non avrebbe replicato alla provocazione ironica del suo interlocutore e che la sfera, così chiusa e compatta come forma geometrica, si era ormai dissolta in una nuvoletta retorica.

[Lugi Malerba, Il fuoco greco, 1990]

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