Serracchiani emula leghisti e xenofobi

Ieri si è verificato un grave fatto di cronaca a Trieste: un uomo – un profugo siriano – ha stuprato una giovane donna.
La Presidente della regione Friuli nonché personalità di rilievo del gruppo dirigente del PD, Debora Serracchiani, ha rilasciato una dichiarazione, che sostanzialmente si articola in due parti:

1: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. (…)in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi.

2: “Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”.

Appena ne ho preso conoscenza l’ho giudicata gravemente sbagliata. Da ogni punto di vista: intellettuale in primo luogo, quindi anche politico ed etico. Ci ho pensato un po’ su, ne ho discusso con alcune persone, e l’ho accatastata nel sottoscala della memoria, in posizione di più o meno rapido smaltimento.
Almeno così credevo.
E invece no. La dichiarazione mi è tornata su come del cibo avariato e improvvidamente ingurgitato. Il giorno dopo – ossia oggi – a intervalli più o meno regolari tornavo a pensarci e a prenderci rabbia. È giocoforza liberarmi del bolo indigesto, dunque. Con una breve analisi.

I reati dei profughi sono più gravi
Comincio con la prima parte della citazione. Contiene l’affermazione che si percepisce più immediatamente come stonata, un pugno in pieno volto. La signora Serracchiani come niente fosse afferma che un reato – gravissimo, nel caso di specie – sarebbe più o meno grave a seconda di chi lo compie. Attenzione: non a seconda delle condizioni specifiche, esaminate e verificate nel singolo caso, sotto le quali il reato è compiuto – le circostanze che vanno ad aggravare o attenuare il reato. No: Serracchiani afferma proprio che la gravità del reato dipenderebbe dalla categoria – sociale, etnica, nazionale, di stato civile – alla quale appartiene il suo autore – in questo particolare caso, la categoria dei profughi. Per essere esatti, non dice che lo stupro è più grave se compiuto da un profugo, ma che “*risulta socialmente e moralmente* ancor più inaccettabile”. Eh già, scrive così – “risulta etc. etc.” – quasi la nostra Serracchiani non fosse, quale è, una personalità politica, non rivestisse ruoli di rilievo nelle istituzioni pubbliche e in un partito, ma fosse una semplice osservatrice, o una sociologa, o una fine analista del costume, una psicologa che sonda l’anima della comunità. Sta di fatto che da questi “sentimenti” sociali non prende le distanze, si limita a enunciarli. Ma su questo si veda infra. Aggiungo qui solo, per meglio mettere in luce, se ce ne fosse bisogno, l’assurdità di questa affermazione, l’invito a sostituirla mentalmente con quest’altra, logicamente equivalente: “lo stupro commesso da un italiano risulta socialmente e moralmente meno inaccettabile”. Donne, se vi capita di esser stuprate da un italiano, la Serracchiani vi dà una irrefragabile ragione di tirare un respiro di sollievo: poteva andare peggio, poteva essere un profugo.

Il diritto, questo sconosciuto
Restando sulla prima parte della dichiarazione, si noti come l’esser profugo è espresso con una circonlucozione: “chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Serracchiani vuole, è evidente, rendere più “calda” la sua allocuzione, apparentemente più stringente, ma in realtà solo più emotivamente colorata, la tesi della “maggior riprovabilità morale” del crimine di siriana fattura. «Ma come, “noi” ti accogliamo e tu “ci” ripaghi così? Sei qui perché siamo sensibili buoni e accoglienti e tu delinqui?» Bene, sta bene: signora Serracchiani, la mozione delle viscere si fa così, non c’è dubbio. Chi è Salvini al tuo cospetto?
E invece no, non sta bene manco per niente. Lei non è, o non dovrebbe essere, una egutturatrice di egutturemi da suburra; non è o non dovrebbe essere un’Erinni biascicante mugugni razzistoidi. Lei ha responsabilità istituzionali, alte responsabilità istituzionali. E dovrebbe sapere, e far sapere, diffondere, spiegare, che un profugo non è qui perché “noi”, come tanti parrocchiani di buon cuore, l’abbiamo “accolto”. È qui perché lo prevede la LEGGE. Sissignora, la LEGGE e il DIRITTO. Che valgono per tutti, anche per i pluriomicidi o i torturatori di bambini – persino se turcomanni o africani o siriani, pensi un po’. È chiaro? Quel siriano, che ha commesso un gravissimo delitto, è qui perché NE HA DIRITTO. Come ogni criminale, stupratore, assassino, scioglitore di cristiani nell’acido, ‘ndranghetista o terrorista politico, sequestratore ITALIANO, ha diritto di stare in Italia, di essere processato senza tener conto se calabrese o piemontese, se vive di elemosine o lavora, se è a carico dello stato o autosufficiente.
La quasi-pena-di-morte
Passo al secondo virgolettato di Serrachiani. Dice che bisogna rispedire il profugo a casa sua, una volta che lo stesso abbia scontato la pena (“gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”). E qui si capiscono diverse cosette, che mette conto elencare.
a) Abbiamo detto che si tratta di un profugo – in questo caso, è una persona fuggita dalla Siria (presente Serracchiani: la Siria? La guerra bestiale che vi si combatte da anni? Prego cortesemente i miei lettori di fare uno sforzo, anche di immaginazione, per capire di cosa si parla quando oggi si dice “Siria”). Ora è evidente che rimandare un profugo in quel paese è metterlo in grave e concreto rischio di vita. Dunque, secondo l’ineffabile Serracchiani, una persona colpevole di stupro – purché non italiana e “accolta” come profuga – è meritevole di un sovrappiù di pena, di una sorta di pena di morte: la potremmo chiamare una pena-di-morte-probabile. E qui si tocca con mano il salvinismo, il suburrismo da Sturmabteilung, lo strillonismo della folla senza testa: Serracchiani pensa, o accarezza l’idea, che i reati vadano colpiti a seconda di quanto “facciano effetto” alla gente. Poco importa che esistano reati più gravi (la strage, l’omicidio seriale, lo stupro con omicidio e occultamento di cadavere… prosegua il lettore, la fantasia non gli farà difetto): lo stupro commesso dallo straniero ingrato deve essere punito con la pena massima, la morte (possibile). E tutto questo in un paese, il nostro, che la pena di morte dal codice penale, anche quello militare, l’ha tolta. Aggiungo, a scanso di equivoci, che anche nel caso di quelli che i salviniani e affini amano chiamare i “migranti economici”, che non sono in Italia in base a un diritto riconosciuto come i profughi, varrebbe lo stesso ragionamento: i loro reati sarebbero da punire come si puniscono quelli degli italiani, né più né meno. Infine vorrei far notare un piccolo, divertente paradosso: secondo il Serracchiani-pensiero gli immigrati irregolari e i clandestini, poiché non altrettanto benignamente “accolti” da “noi”, ma al contrario sfruttati, disprezzati, braccati, non dovrebbero essere rispediti in patria se condannati per stupro, non comunque perché condannati per stupro. Anzi, dovrebbero avere uno sconto di pena.
L’onore nazionale
Non sfugga un altro aspetto contenuto nelle dichiarazioni della politica friuliana: la gravità particolare del crimine sarebbe dovuta a una sorta di ingratitudine verso lo stato, la nazione, ma anche la comunità locale, che hanno “accolto” lo stupratore (Serracchiani evoca un presunto “senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza”). Ma lo stupro è un reato contro la persona, contro il singolo individuo – la donna – che lo subisce. La donna stuprata, lei in persona, è la vittima, non la famiglia, la nazione, l’onore, la religione, il senso della giustizia, la morale etc. Per comprendere bene questo punto, inviterei chi legge – e pure D. Serracchiani, se per avventura leggesse queste righe – a un altro esperimento mentale: se quel siriano avesse stuprato una sua connazionale, una profuga come lui? Magari sua sorella? O anche sua moglie? Sarebbe meno grave, Serracchiani? Potremmo processarlo, condannarlo, fargli scontare la pena ma tenercelo in Italia, Serracchiani? Che dici?
Accà nisciuno è fesso
Sopra ho scritto che sarei tornato sull’apparente natura neutrale, di resoconto osservativo, della prima parte della dichiarazione friulan-piddin-renziana. Il fatto è che le difese (auto- o eterodifese che siano) di Serracchiani sono facilmente prevedibili: si incentreranno (anzi, confido si siano, ormai, già incentrate) sulla precisazione che la stessa non avrebbe mai affermato che lo stupro commesso da un profugo sia più grave, ma che “risulta” così nel sentimento della gggente. Ecco: accà nisciuno è fesso, però. In primo luogo la proposta di “pena diversa e accessoria” ha smascherato che quel sentimento la nostra dirigente PD e governatrice friulana lo vuol trasformare in legge. Il compito del politico, di un politico che non condivida quella disgustosa e antigiuridica idea, sarebbe invece quello di dire: “italiani, so che siete indotti a pensare così e così, so che un’inveterata insensibilità verso leggi e diritti, correlativa a un pesante lascito di servilismo, vi fa sognare forche e ruote della tortura; ma questo non va bene, l’Italia è uno stato di diritto, che rispetta le convenzioni internazionali e la sua propria Costituzione.” In secondo luogo il gioco è chiaro, fin troppo scoperto: è quello del doppio registro per un doppio messaggio a un doppio destinatario. Chi deve capire quello redatto in codice salvinian-grillo-leghista capisce “dàlli al profugo”. Per gli altri arriveranno poi i non tanto sottili distinguo. Accà nisciuno è fesso. O, almeno, non tutti.

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