Calogero: il “tifo”

Mi sono ritrovato sul disco del pc, e dunque pronto per la pubblicazione sul web, questo testo del filosofo Guido Calogero. Un articolo di costume in cui descrive il fenomeno del tifo sportivo – che poi, in Italia, è essenzialmente calcistico – ne analizza gli ingredienti psicologici, e ne ipotizza infine le cause. Ma soprattutto lo condanna, e giustamente, nei suoi risvolti parossistici e violenti, con un linguaggio ironico che dà sul comico – cfr. per esempio i tifosi indicati come “degenti sulle gradinate degli stadi”, o le spogliarelliste “spesso incorruttibile madri di famiglia”. Non manca certa, italica anche questa, insistenza su risvolti sessuali, nonché un piglio moralistico, che traspare da sintagmi come “autentico gusto dello sport”.
Avevo messo l’occhio su questo pezzo perché anch’io ritengo il fenomeno del tifo, se non propriamente patologico, sgradevole e obnubilatorio, di certo pericoloso se non confinato in consapevoli e momentanei giochi di ruolo – assai lucidamente consapevoli e, più che momentanei, istantanei. Perché, quando travalica questi limiti, il tifo diventa espressione di un tipo caratteriale, il tifoso appunto, che coll’esercizio della virtù che lo definisce distorce la realtà, e la sua propria umanità.

Il testo di Calogero, nonostante i bei passaggi che si trovano soprattutto in apertura, e coi quali concordo completamente, è tuttavia esso stesso espressione, cosa forse non del tutto evitabile, di certi tratti della mentalità che vuol criticare. Vi si dileggia il guardone in nome della superiorità della sessualità “attiva”, e il tifoso è messo alla berlina non per l’intrinseca dannosità del fare il tifo, ma perché tifare sarebbe l’espressione di una soggettività frustrata e impotente, anche sessualmente. Un stilla – giusto una stilla, per carità – di erotico-e-priapico vinello, riserva del Ventennio? Chi legga si faccia com’è giusto la sua idea, ché è molto probabile che il mio orecchio colga frequenze che nel testo non risuonano.

 

 

IL TIFO
di Guido Calogero

Camus, per simboleggiare una deprecabile situazione umana, scelse il nome di una malattia, la peste. Da noi la fantasia popolare ha designato col nome di un’altra malattia, il tifo, un non meno deplorevole modo di sentire degli uomini.
Clinicamente, il tifo ha tra i suoi sintomi più caratteristici quello di un greve ottundimento; e appunto per ciò tale morbo fu denominato con la parola greca typhos, che appunto indica quello stato di intontito stupore, in cui pur da svegli si soggiace alla pesante incoscienza del sonno. Per ciò stesso, d’altronde, la scelta della metafora del tifo, al fine di caratterizzare la malattia mentale di cui sono affetti coloro che parteggiano per l’uno o per l’altro di certi individui o gruppi di individui in gara, non è del tutto felice. Più adatta sarebbe, ad es., quella dell’epilessia.
I «tifosi», di fatto, non soggiacciono a crisi di stupidità sognante come quelle a cui si sottopongono i fumatori d’oppio. Al contrario, soffrono crisi di tipo epilettoide, sia che esprimano il loro entusiasmo dando pugni sulla testa degli altri degenti sulle gradinate degli stadi, sia che manifestino il proprio furore invadendo i campi e mandando feriti all’ospedale e morti al cimitero. Beninteso, questa malattia non ha niente in comune col legittimo divertimento di chi ama, di tanto in tanto, di veder giuocata una bella partita di calcio, così come gode a vedere ben rappresentata una bella commedia. Io stesso, trent’anni fa, quando insegnavo filosofia a quello che allora si chiamava l’Istituto Superiore di Magistero di Firenze, saltai una lezione per andare a vedere anche i tempi supplementari della famosa partita di campionato internazionale fra Italia e Spagna (la quale non era ancora deturpata dal regime franchista, e aveva nella sua squadra il grande portiere Zamora). Ma mi guardai bene, come mi sono sempre guardato in ogni caso del genere, di «fare il tifo», sia pure nel più remoto fondo dell’anima, per l’una o per l’altra di quelle due squadre. Mi sarebbe parso cosa altrettanto incongrua che fare il tifo per il violinista contro il pianista, o per il pianista contro il violinista, ascoltando un concerto per violino e pianoforte.

In realtà, il «tifo» non ha niente a che vedere con l’autentico gusto dello sport. Lo sport, in questo caso, funge solo da pretesto, per lo scatenamento di passioni deteriori dentro le anime di molti poveri diavoli. Ultimamente, a proposito dei gravi incidenti, con centinaia di feriti e un morto, per le invasioni dei campi di Napoli e di Salerno, si è osservato come tali eccessi fossero stati favoriti dalla deficienza della forza pubblica, altrimenti impegnata nella tutela della competizione elettorale; e come poco saggio fosse stato il permettere che si tenessero partite in quella domenica, in cui la legge elettorale pur vietava ai bar di servire persino un solo bicchierino di fernet a vecchie signore dalla digestione difficile. Osservazioni giuste, ma che non vanno al fondo della questione. Perché quando basta l’assenza dei poliziotti, perché la ferinità umana si scateni, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va; e la saggezza consiste, allora, non tanto nell’accrescere la minaccia della coercizione, quanto nel correggere le condizioni che la rendono necessaria.

Il «tifo», di fatto, è una grave malattia del costume, insomma una forma di malcostume, risultante dalla somma di due passioni sbagliate: il voyeurisme e lo spirito di sopraffazione. Il «tifoso» è anzitutto un voyeur, perché in luogo di praticare egli stesso lo sport, si eccita periodicamente guardando gli altri che lo praticano. È quindi affine, per questo lato, agli spettatori di scene di spogliarello (i quali, come sembra psicanaliticamente accertato, traggono la loro più profonda soddisfazione sadomasochistica dalla stessa consapevolezza di sapersi esclusi dalla possibilità di rispondere a quell’appello sessuale, tanto più in quanto le spogliarelliste stesse sono spesso incorruttibili madri di famiglia), così come a quei poveracci, rappresentati da Fellini nella Dolce vita, i quali contemplano, in smoking, la ragazza che si mette a ballare nuda durante il ricevimento, senza avere neppure il coraggio di spogliarsi anche loro.

Il voyeurismo pseudosessuale, d’altronde, è, almeno, poco aggressivo. Al suo voyeurismo pseudosportivo il «tifoso» aggiunge, invece, tutta la carica compressa dei propri insoddisfatti desideri di sopraffazione. Sordamente bramando di vincere qualcuno, e non potendo vincere nessuno per conto proprio, vuole a tutti i costi che qualcun altro lo faccia vincere per procura. Quali odi profondi contro i soprusi dei superiori, contro le «insolenze dell’ufficio», contro l’autorità della moglie o della suocera, fanno sì che egli si scateni nella brama di una qualsiasi rivalsa? Né è da sperare che il desiderio della vittoria, per la squadra delegata a fare le sue vendette, sia determinato piuttosto dalla sua aspirazione a una diversa vittoria, quella dei milioni occhieggianti dietro la schedina del totocalcio. Il «tifoso» vero e proprio «fa il tifo» anche quando non ha scommesso: la sua malattia è più profonda che la semplice sete di denaro.

***

da Quaderno Laico, 14.5.1963

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