Croce su Vico e il suo tempo

Significative – ossia importanti in sé stesse e documento della ampiezza e acutezza insieme della mente del loro autore – queste battute finali del libro di Croce su Vico.

Le riporto qui sotto, questo sito essendo poco più – forse poco meno – che una raccolta di appunti e promemoria per me; e perché credo, o mi auguro, che nel leggerle anche altri, come è accaduto a me, si sentano quasi fisicamente al cospetto della complessità dell’operazione di intendere altre menti, altre storie.

Croce descrive dunque le condizioni della cultura e dell’educazione al tempo di Vico:

E veramente non mai come in quella prima metà del settecento l’Europa fu così vasto deserto poetico: l’Italia si era ridotta al melodramma metastasiano; la Francia non aveva dato successori ai Corneille e ai Racine; in Ispagna, esaurita l’ultima grande manifestazione dello spirito nazionale, che fu il dramma, cominciavano l’imitazione francese e il razionalismo; l’Inghilterra sembrava dimentica affatto di aver dato i natali allo Shakespeare, e la Germania si trascinava anch’essa dietro l’imitazione neoclassica. E non solo non nasceva nuova poesia, ma non se ne desiderava. Seguendo Cartesio e il Malebranche, i filosofi professavano di ammortire tutte le facoltà dell’anima che provengono dal senso, e specialmente la facoltà d’immaginare, che detestavano come madre di tutti gli errori. I poeti erano da essi condannati col falso pretesto che narrassero «favole»: come se quelle favole non fossero le eterne proprietà degli animi umani, che i filosofi politici, economici e morali ragionano e i poeti presentano in vivi ritratti.

Particolareggia qualche riga sotto il quadro di decadenza culturale così delineato, facendo su questo sfondo risaltare la concezione, più complessa e ampia, che Vico elaborò in opposizione allo stesso. Quindi formula sulla visione vichiana il giudizio-bilancio che segue:

Altissimo ideale, senza dubbio, come perfettamente giuste tutte le critiche mosse al metodo di educazione e alle tendenze spirituali del tempo suo. Eppure, fra tante e mirabili verità che si lasciavano addietro di lungo tratto il secolo decimottavo, si sente nel Vico, pedagogista e critico, qualcosa di retrivo. Si sente che egli, esclusivamente sollecito delle sorti della grande e severa scienza e fisso l’occhio nella forma più compiuta dell’umanità, non intendeva il valore rivoluzionario di quello scetticismo e razionalismo e di quella ribellione al passato, che erano necessari strumenti di guerra contro re, nobili e preti; di quei ristretti e dizionarî, che dovevano mettere capo all’Enciclopedia; di quella scienza popolare, che preludeva al giornalismo; di quei libercoli per dame e per eleganti conversazioni, che avrebbero alimentato i salotti del secolo decimottavo e temprati gli spiriti al radicalismo giacobino. Si sente in lui, qui come nel suo sistema filosofico, il cattolico che è avvinghiato al filosofo, il pessimista cristiano che grava sul dialettico dell’ immanenza. Egli non sa scorgere il progresso nei suoi avversarî, e perciò non li riconosce quali veramente erano, a lui inferiori ma gradini da salire per giungere a lui, e che egli stesso avrebbe dovuto salire per intendere e posseder meglio sé stesso.

(Benedetto Croce, La filosofia di G.B Vico, prima ediz. 1911. Cap. XIX)

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