Calogero: il “tifo”

Mi sono ritrovato sul disco del pc, e dunque pronto per la pubblicazione sul web, questo testo del filosofo Guido Calogero. Un articolo di costume in cui descrive il fenomeno del tifo sportivo – che poi, in Italia, è essenzialmente calcistico – ne analizza gli ingredienti psicologici, e ne ipotizza infine le cause. Ma soprattutto lo condanna, e giustamente, nei suoi risvolti parossistici e violenti, con un linguaggio ironico che dà sul comico – cfr. per esempio i tifosi indicati come “degenti sulle gradinate degli stadi”, o le spogliarelliste “spesso incorruttibile madri di famiglia”. Non manca certa, italica anche questa, insistenza su risvolti sessuali, nonché un piglio moralistico, che traspare da sintagmi come “autentico gusto dello sport”.
Avevo messo l’occhio su questo pezzo perché anch’io ritengo il fenomeno del tifo, se non propriamente patologico, sgradevole e obnubilatorio, di certo pericoloso se non confinato in consapevoli e momentanei giochi di ruolo – assai lucidamente consapevoli e, più che momentanei, istantanei. Perché, quando travalica questi limiti, il tifo diventa espressione di un tipo caratteriale, il tifoso appunto, che coll’esercizio della virtù che lo definisce distorce la realtà, e la sua propria umanità.

Il testo di Calogero, nonostante i bei passaggi che si trovano soprattutto in apertura, e coi quali concordo completamente, è tuttavia esso stesso espressione, cosa forse non del tutto evitabile, di certi tratti della mentalità che vuol criticare. Vi si dileggia il guardone in nome della superiorità della sessualità “attiva”, e il tifoso è messo alla berlina non per l’intrinseca dannosità del fare il tifo, ma perché tifare sarebbe l’espressione di una soggettività frustrata e impotente, anche sessualmente. Un stilla – giusto una stilla, per carità – di erotico-e-priapico vinello, riserva del Ventennio? Chi legga si faccia com’è giusto la sua idea, ché è molto probabile che il mio orecchio colga frequenze che nel testo non risuonano.

 

 

IL TIFO
di Guido Calogero

Camus, per simboleggiare una deprecabile situazione umana, scelse il nome di una malattia, la peste. Da noi la fantasia popolare ha designato col nome di un’altra malattia, il tifo, un non meno deplorevole modo di sentire degli uomini.
Clinicamente, il tifo ha tra i suoi sintomi più caratteristici quello di un greve ottundimento; e appunto per ciò tale morbo fu denominato con la parola greca typhos, che appunto indica quello stato di intontito stupore, in cui pur da svegli si soggiace alla pesante incoscienza del sonno. Per ciò stesso, d’altronde, la scelta della metafora del tifo, al fine di caratterizzare la malattia mentale di cui sono affetti coloro che parteggiano per l’uno o per l’altro di certi individui o gruppi di individui in gara, non è del tutto felice. Più adatta sarebbe, ad es., quella dell’epilessia.
I «tifosi», di fatto, non soggiacciono a crisi di stupidità sognante come quelle a cui si sottopongono i fumatori d’oppio. Al contrario, soffrono crisi di tipo epilettoide, sia che esprimano il loro entusiasmo dando pugni sulla testa degli altri degenti sulle gradinate degli stadi, sia che manifestino il proprio furore invadendo i campi e mandando feriti all’ospedale e morti al cimitero. Beninteso, questa malattia non ha niente in comune col legittimo divertimento di chi ama, di tanto in tanto, di veder giuocata una bella partita di calcio, così come gode a vedere ben rappresentata una bella commedia. Io stesso, trent’anni fa, quando insegnavo filosofia a quello che allora si chiamava l’Istituto Superiore di Magistero di Firenze, saltai una lezione per andare a vedere anche i tempi supplementari della famosa partita di campionato internazionale fra Italia e Spagna (la quale non era ancora deturpata dal regime franchista, e aveva nella sua squadra il grande portiere Zamora). Ma mi guardai bene, come mi sono sempre guardato in ogni caso del genere, di «fare il tifo», sia pure nel più remoto fondo dell’anima, per l’una o per l’altra di quelle due squadre. Mi sarebbe parso cosa altrettanto incongrua che fare il tifo per il violinista contro il pianista, o per il pianista contro il violinista, ascoltando un concerto per violino e pianoforte.

In realtà, il «tifo» non ha niente a che vedere con l’autentico gusto dello sport. Lo sport, in questo caso, funge solo da pretesto, per lo scatenamento di passioni deteriori dentro le anime di molti poveri diavoli. Ultimamente, a proposito dei gravi incidenti, con centinaia di feriti e un morto, per le invasioni dei campi di Napoli e di Salerno, si è osservato come tali eccessi fossero stati favoriti dalla deficienza della forza pubblica, altrimenti impegnata nella tutela della competizione elettorale; e come poco saggio fosse stato il permettere che si tenessero partite in quella domenica, in cui la legge elettorale pur vietava ai bar di servire persino un solo bicchierino di fernet a vecchie signore dalla digestione difficile. Osservazioni giuste, ma che non vanno al fondo della questione. Perché quando basta l’assenza dei poliziotti, perché la ferinità umana si scateni, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va; e la saggezza consiste, allora, non tanto nell’accrescere la minaccia della coercizione, quanto nel correggere le condizioni che la rendono necessaria.

Il «tifo», di fatto, è una grave malattia del costume, insomma una forma di malcostume, risultante dalla somma di due passioni sbagliate: il voyeurisme e lo spirito di sopraffazione. Il «tifoso» è anzitutto un voyeur, perché in luogo di praticare egli stesso lo sport, si eccita periodicamente guardando gli altri che lo praticano. È quindi affine, per questo lato, agli spettatori di scene di spogliarello (i quali, come sembra psicanaliticamente accertato, traggono la loro più profonda soddisfazione sadomasochistica dalla stessa consapevolezza di sapersi esclusi dalla possibilità di rispondere a quell’appello sessuale, tanto più in quanto le spogliarelliste stesse sono spesso incorruttibili madri di famiglia), così come a quei poveracci, rappresentati da Fellini nella Dolce vita, i quali contemplano, in smoking, la ragazza che si mette a ballare nuda durante il ricevimento, senza avere neppure il coraggio di spogliarsi anche loro.

Il voyeurismo pseudosessuale, d’altronde, è, almeno, poco aggressivo. Al suo voyeurismo pseudosportivo il «tifoso» aggiunge, invece, tutta la carica compressa dei propri insoddisfatti desideri di sopraffazione. Sordamente bramando di vincere qualcuno, e non potendo vincere nessuno per conto proprio, vuole a tutti i costi che qualcun altro lo faccia vincere per procura. Quali odi profondi contro i soprusi dei superiori, contro le «insolenze dell’ufficio», contro l’autorità della moglie o della suocera, fanno sì che egli si scateni nella brama di una qualsiasi rivalsa? Né è da sperare che il desiderio della vittoria, per la squadra delegata a fare le sue vendette, sia determinato piuttosto dalla sua aspirazione a una diversa vittoria, quella dei milioni occhieggianti dietro la schedina del totocalcio. Il «tifoso» vero e proprio «fa il tifo» anche quando non ha scommesso: la sua malattia è più profonda che la semplice sete di denaro.

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da Quaderno Laico, 14.5.1963

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Stefano Rodotà, il laico

Penso sia da assumere come criterio interpretativo delle opere e i giorni l’indicazione crociana desumibile dall’assioma che la storia non è storia dell’errore o dell’errare, o che dell’errore/errare non si dia, propriamente, storia. La seguo applicandola alla persona di Stefano Rodotà, recentemente scomparso. Del quale potrei, cosa che, appunto, non faccio, rimarcare talune prese di posizione, assunte specialmente negli ultimi anni o mesi della sua vita, che ritengo sbagliate o poco sensate; al contrario, mi piace ricordare la limpida affermazione del principio di laicità che gli occorse di fare in occasione – era il 2008 – di una sgradevole vicenda. Quell’anno fu in infatti invitato alla Sapienza, per l’inaugurazione dell’anno accademico, l’allora pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger). Una scelta del rettore di quell’ateneo che suscitò la reazione di un nutrito gruppo di professori di fisica, i quali manifestarono il loro dissenso redigendo e firmando una lettera.

Quel che seguì fu, a mio avviso, di inaudita gravità: non solo si scatenarono gli esponenti del (centro) destra, ma ricordo che persino i vertici delle istituzioni, il giornalismo – specie televisivo, ancorché “pubblico” -, e financo personalità della cultura laica e progressista, tra le quali menziono Giulio Giorello, tuonarono contro l’iniziativa dei professori, tacciati di “laicismo” (termine quanto pochi “privo di concetto”), sbeffeggiati in vario modo, e persino accusati (Giorello) di intolleranza.

Per queste ragioni spicca vieppiù, ed è meritevole di essere riletto, l’articolo apparso su La Repubblica il 22 gennaio di quell’anno a firma Stefano Rodotà, che con eleganza e, visto il contesto, raro senso di elegante equilibrio stilistico e concettuale, rende giustizia ai firmatari di quella lettera e, soprattutto, alla logica e alla laicità.

L’articolo fu poi, con poche modifiche stilistiche e corredato di un’interessante appendice, ristampato nel libro Perché laico, di cui mi sento di raccomandare la lettura (Laterza, 2009). Qui lo riporto nella sua versione originale:

 

La laicità dopo il caso Sapienza
La Repubblica 22.1.08
di Stefano Rodotà

L´analisi delle vicende complesse, dunque l´esercizio della virtù della riflessione e della distinzione, diviene sempre più difficile. Questa difficoltà è cresciuta nel caso della visita del Papa all´università “La Sapienza”. Senza ricorrere alla parola “laicità”, e ricordando anche argomentazioni già proposte, vorrei sottolineare quali dovrebbero essere i principi di un discorso pubblico in una società che vuol essere democratica. Per cominciare. Il furore polemico ha abusato di due argomenti, che chiamerò volterriano e iran-americano. Ridotta a slogan o a giaculatoria, è stata ripetuta la nota massima di Voltaire – «non condivido le tue idee, ma mi batterò perché tu possa manifestarle» (su questo ha scritto bene Giovanni Valentini). Ma, se durante una delle settimanali udienze del Papa uno dei partecipanti alza la mano, pretende di tenere un discorso e viene giustamente invitato a tacere, il canone volterriano è violato? Se, all’apertura di un congresso di partito, subito dopo la relazione del segretario, il leader di un altro partito pretende di parlare e giustamente gli viene negata la parola, siamo di fronte alla censura, all´imposizione di un bavaglio? Faccio queste domande, retoriche, non per ridimensionare la portata del principio indicato da Voltaire, ma per ricordare che si deve sempre tenere conto del contesto e, soprattutto, che quel principio non può essere applicato selettivamente. Non ci si può battere per il diritto di parola di Benedetto XVI e negarlo a Marcello Cini e Carlo Bernardini. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio di parità. Veniamo all´altro argomento. Più d’uno, per mostrare l’inaccettabilità delle pretese dei critici dell´invito al Papa, ha voluto ricordare che la Columbia University ha addirittura invitato il Presidente iraniano Ahmadinejad. Si può invitare un dittatore, un negatore dell´Olocausto, e non il Pontefice? Vediamo come sono andati i fatti. All’annuncio della visita sono partite molte critiche accademiche e una forte protesta degli studenti. Prima di dar la parola ad Ahmadinejad il presidente dell´università, Lee Bollinger, ha criticato con estrema durezza, al limite della maleducazione, le sue idee e posizioni. Dopo il discorso del Presidente iraniano, i presenti gli hanno rivolto molte domande ed hanno commentato anche pesantemente le sue risposte. Quel che è accaduto a New York, dunque, prova esattamente il contrario di quel che sostenevano quanti hanno richiamato quel fatto. L’università si fonda, in ogni momento, sul confronto e sul dialogo. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio della veritiera descrizione dei fatti. Proprio in omaggio a questo principio, bisogna ricordare che, pur essendo vero che alcune decisioni universitarie sono di competenza del Rettore e del Senato accademico, questo non vuol dire affatto che queste decisioni non possano essere oggetto di pubblica critica da parte di ogni professore o studente, né che la loro libertà di critica sia limitata alla scelta di non partecipare all’evento sgradito. L’università non è una organizzazione rigidamente gerarchica, né il Rettore è assistito dal privilegio dell’infallibilità. Peraltro, proprio la storia recente delle inaugurazioni dell’anno accademico alla Sapienza conosce critiche e contestazioni, in qualche caso accolte, agli inviti che si aveva in mente di fare. Non è esclusa la possibilità di invitare qualcuno a parlare senza contraddittorio, ma è indispensabile valutare attentamente le conseguenze di questa scelta. La correttezza del discorso pubblico esige che ogni vicenda venga valutata nel preciso contesto in cui si è svolta. È rivelatore, peraltro, il modo in cui sono stati giudicati i 67 professori firmatari della lettera al Rettore, con la quale veniva chiesta le revoca dell’invito a Benedetto XVI. Sono stati definiti “professorucoli”, si è detto che «i ragli degli asini non arrivano in cielo». La libertà accademica e la libertà di manifestazione del pensiero, dunque, dovrebbero arrestarsi di fronte al principio di autorità? Quale “licenza de li superiori” sarebbe necessaria per ottenere il permesso di parlare di chi sta in alto? La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio che tutti possano parteciparvi. La critica ai professori firmatari della lettera e alle posizioni estreme di alcuni gruppi di studenti ha poi assunto toni dichiaratamente politici ed ha determinato anche ulteriori travisamenti della realtà. Si è descritto quel che è accaduto con parole come “veto”, “censura”, “cacciata”, “bavaglio”. Non insisto sul dato formale, ma tutt’altro che irrilevante, di una decisione presa in assoluta autonomia dal Papa, di cui non discuto motivazioni e finalità. Ma non si può chiedere ai firmatari di uniformarsi ad un principio di “opportunità” che, come ben vediamo in molti settori a cominciare da quello dei mezzi d’informazione, può facilmente diventare autocensura. La democrazia si nutre di opinioni non solo diverse, ma anche sgradevoli, delle quali si può ben discutere il merito, ma di cui non si può negare la legittimità. E le posizioni degli studenti devono essere giudicate con lo stesso metro, eccezion fatta per gli aspetti di ordine pubblico, peraltro ritenuti tali da non provocare preoccupazioni, secondo le dichiarazioni del ministro dell’Interno. Comunque, gli aspetti politici della vicenda devono essere analizzati con criteri anch’essi politici. La correttezza del discorso pubblico esige che non si mescolino i piani delle valutazioni. La politica, allora. È indubitabile, ormai, che non tanto la linea scelta dal Pontefice, quanto i concreti modi di attuarla, vadano ben al di là della dimensione pastorale e teologica. Il Pontefice si comporta ed è percepito come un leader politico. Questa non è una conclusione malevola. Basta ricordare una sola vicenda, quella legata al duro intervento del Papa sulle condizioni di Roma in occasione dell’udienza concessa ai rappresentanti degli enti locali del Lazio. Quelle dichiarazioni hanno determinato una trattativa “diplomatica” che, in linea con le peggiori abitudini della politica italiana, ha poi portato a denunciare le “strumentalizzazioni” e le “deformazioni” delle parole del Papa, entrate con prepotenza nel dibattito politico. Questo porta ad una considerazione più generale. Si insiste nel dire che la religione deve essere riconosciuta anche nella sfera pubblica. Ma che cosa significa questa affermazione? Che nello spazio pubblico la religione ha uno statuto privilegiato o che, entrando in quello spazio, ogni religione partecipa al discorso pubblico con le proprie importanti caratteristiche, ma in condizioni di parità? Nel 1989 la Corte costituzionale ha scritto che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei principi della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica», sancendo così l’eguaglianza che accomuna tutte le religioni e, insieme, la loro sottoposizione a quel principio fondativo della convivenza democratica. Nella sfera pubblica tutti i soggetti devono accettare la logica del dialogo, della critica ed anche della contestazione. Altrimenti l´insidia del temporalismo si fa concreta. Non a caso da studiosi autorevoli e da politici cattolici consapevoli dei rischi di questa deriva sono venute analisi rigorose del rischio di un ritorno del “Papa re” e di un vero uso strumentale della religione, simboleggiato da quella sorta di “chiamata alle armi” dei cattolici a manifestare in piazza San Pietro in una occasione squisitamente liturgica. La correttezza del discorso pubblico esige una presenza costante del canone della democrazia. Ha fatto bene Alberto Asor Rosa a ricordare la feconda stagione di dialogo tra credenti e non credenti nella Cappella universitaria della Sapienza, dove ebbi la fortuna di discutere con un grande biblista, Luis Alonso Schoekel. Aggiungo il mio personale ricordo dell´invito che rivolsi a monsignor Clemente Riva perché venisse a parlare nel mio corso, e del suo emozionante dialogo con gli studenti. Altri tempi, altre persone, altra politica? Una stagione irripetibile? Spero e voglio credere di no, perché continuo ad avere molte occasioni di dialogo con un mondo cattolico che tuttavia fatica ad essere presente nella sfera pubblica. Altrimenti dovremmo tornare alle amare parole di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1963 così scriveva: «Questa Italia non è quella che avevo sperato; questa società non è quella che vaticinavo… l´affermarsi e il dissolversi delle tavole del liberalismo; l´inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe».

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An embarrassing moment for the skeptical movement

Footnotes to Plato

IMG_8356Twentyone years ago physicist Alan Sokal perpetrated his famous hoax at the expense of the postmodernist journal Social Text. It was at the height of the so-called “science wars” of the ’90s, and Sokal, as a scientist fed up with a lot of extreme statements about the social construction of science, thought of scoring a rhetorical point by embarrassing the other side. He wrote a fake paper entitled “Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity,” full of scientific-sounding nonsense and submitted to the editors of Social Text. They didn’t send it out for peer reviewed and published it as a welcome example of a scientist embracing the postmodernist cause.

Sokal then proceeded to unveil the hoax in the now defunct Lingua Franca, a magazine devoted to academic affairs, thus exposing the sloppy practiced of the editors of Social Text while at the same time embarrassing…

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Serracchiani emula leghisti e xenofobi

Ieri si è verificato un grave fatto di cronaca a Trieste: un uomo – un profugo siriano – ha stuprato una giovane donna.
La Presidente della regione Friuli nonché personalità di rilievo del gruppo dirigente del PD, Debora Serracchiani, ha rilasciato una dichiarazione, che sostanzialmente si articola in due parti:

1: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. (…)in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi.

2: “Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”.

Appena ne ho preso conoscenza l’ho giudicata gravemente sbagliata. Da ogni punto di vista: intellettuale in primo luogo, quindi anche politico ed etico. Ci ho pensato un po’ su, ne ho discusso con alcune persone, e l’ho accatastata nel sottoscala della memoria, in posizione di più o meno rapido smaltimento.
Almeno così credevo.
E invece no. La dichiarazione mi è tornata su come del cibo avariato e improvvidamente ingurgitato. Il giorno dopo – ossia oggi – a intervalli più o meno regolari tornavo a pensarci e a prenderci rabbia. È giocoforza liberarmi del bolo indigesto, dunque. Con una breve analisi.

I reati dei profughi sono più gravi
Comincio con la prima parte della citazione. Contiene l’affermazione che si percepisce più immediatamente come stonata, un pugno in pieno volto. La signora Serracchiani come niente fosse afferma che un reato – gravissimo, nel caso di specie – sarebbe più o meno grave a seconda di chi lo compie. Attenzione: non a seconda delle condizioni specifiche, esaminate e verificate nel singolo caso, sotto le quali il reato è compiuto – le circostanze che vanno ad aggravare o attenuare il reato. No: Serracchiani afferma proprio che la gravità del reato dipenderebbe dalla categoria – sociale, etnica, nazionale, di stato civile – alla quale appartiene il suo autore – in questo particolare caso, la categoria dei profughi. Per essere esatti, non dice che lo stupro è più grave se compiuto da un profugo, ma che “*risulta socialmente e moralmente* ancor più inaccettabile”. Eh già, scrive così – “risulta etc. etc.” – quasi la nostra Serracchiani non fosse, quale è, una personalità politica, non rivestisse ruoli di rilievo nelle istituzioni pubbliche e in un partito, ma fosse una semplice osservatrice, o una sociologa, o una fine analista del costume, una psicologa che sonda l’anima della comunità. Sta di fatto che da questi “sentimenti” sociali non prende le distanze, si limita a enunciarli. Ma su questo si veda infra. Aggiungo qui solo, per meglio mettere in luce, se ce ne fosse bisogno, l’assurdità di questa affermazione, l’invito a sostituirla mentalmente con quest’altra, logicamente equivalente: “lo stupro commesso da un italiano risulta socialmente e moralmente meno inaccettabile”. Donne, se vi capita di esser stuprate da un italiano, la Serracchiani vi dà una irrefragabile ragione di tirare un respiro di sollievo: poteva andare peggio, poteva essere un profugo.

Il diritto, questo sconosciuto
Restando sulla prima parte della dichiarazione, si noti come l’esser profugo è espresso con una circonlucozione: “chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Serracchiani vuole, è evidente, rendere più “calda” la sua allocuzione, apparentemente più stringente, ma in realtà solo più emotivamente colorata, la tesi della “maggior riprovabilità morale” del crimine di siriana fattura. «Ma come, “noi” ti accogliamo e tu “ci” ripaghi così? Sei qui perché siamo sensibili buoni e accoglienti e tu delinqui?» Bene, sta bene: signora Serracchiani, la mozione delle viscere si fa così, non c’è dubbio. Chi è Salvini al tuo cospetto?
E invece no, non sta bene manco per niente. Lei non è, o non dovrebbe essere, una egutturatrice di egutturemi da suburra; non è o non dovrebbe essere un’Erinni biascicante mugugni razzistoidi. Lei ha responsabilità istituzionali, alte responsabilità istituzionali. E dovrebbe sapere, e far sapere, diffondere, spiegare, che un profugo non è qui perché “noi”, come tanti parrocchiani di buon cuore, l’abbiamo “accolto”. È qui perché lo prevede la LEGGE. Sissignora, la LEGGE e il DIRITTO. Che valgono per tutti, anche per i pluriomicidi o i torturatori di bambini – persino se turcomanni o africani o siriani, pensi un po’. È chiaro? Quel siriano, che ha commesso un gravissimo delitto, è qui perché NE HA DIRITTO. Come ogni criminale, stupratore, assassino, scioglitore di cristiani nell’acido, ‘ndranghetista o terrorista politico, sequestratore ITALIANO, ha diritto di stare in Italia, di essere processato senza tener conto se calabrese o piemontese, se vive di elemosine o lavora, se è a carico dello stato o autosufficiente.
La quasi-pena-di-morte
Passo al secondo virgolettato di Serrachiani. Dice che bisogna rispedire il profugo a casa sua, una volta che lo stesso abbia scontato la pena (“gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”). E qui si capiscono diverse cosette, che mette conto elencare.
a) Abbiamo detto che si tratta di un profugo – in questo caso, è una persona fuggita dalla Siria (presente Serracchiani: la Siria? La guerra bestiale che vi si combatte da anni? Prego cortesemente i miei lettori di fare uno sforzo, anche di immaginazione, per capire di cosa si parla quando oggi si dice “Siria”). Ora è evidente che rimandare un profugo in quel paese è metterlo in grave e concreto rischio di vita. Dunque, secondo l’ineffabile Serracchiani, una persona colpevole di stupro – purché non italiana e “accolta” come profuga – è meritevole di un sovrappiù di pena, di una sorta di pena di morte: la potremmo chiamare una pena-di-morte-probabile. E qui si tocca con mano il salvinismo, il suburrismo da Sturmabteilung, lo strillonismo della folla senza testa: Serracchiani pensa, o accarezza l’idea, che i reati vadano colpiti a seconda di quanto “facciano effetto” alla gente. Poco importa che esistano reati più gravi (la strage, l’omicidio seriale, lo stupro con omicidio e occultamento di cadavere… prosegua il lettore, la fantasia non gli farà difetto): lo stupro commesso dallo straniero ingrato deve essere punito con la pena massima, la morte (possibile). E tutto questo in un paese, il nostro, che la pena di morte dal codice penale, anche quello militare, l’ha tolta. Aggiungo, a scanso di equivoci, che anche nel caso di quelli che i salviniani e affini amano chiamare i “migranti economici”, che non sono in Italia in base a un diritto riconosciuto come i profughi, varrebbe lo stesso ragionamento: i loro reati sarebbero da punire come si puniscono quelli degli italiani, né più né meno. Infine vorrei far notare un piccolo, divertente paradosso: secondo il Serracchiani-pensiero gli immigrati irregolari e i clandestini, poiché non altrettanto benignamente “accolti” da “noi”, ma al contrario sfruttati, disprezzati, braccati, non dovrebbero essere rispediti in patria se condannati per stupro, non comunque perché condannati per stupro. Anzi, dovrebbero avere uno sconto di pena.
L’onore nazionale
Non sfugga un altro aspetto contenuto nelle dichiarazioni della politica friuliana: la gravità particolare del crimine sarebbe dovuta a una sorta di ingratitudine verso lo stato, la nazione, ma anche la comunità locale, che hanno “accolto” lo stupratore (Serracchiani evoca un presunto “senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza”). Ma lo stupro è un reato contro la persona, contro il singolo individuo – la donna – che lo subisce. La donna stuprata, lei in persona, è la vittima, non la famiglia, la nazione, l’onore, la religione, il senso della giustizia, la morale etc. Per comprendere bene questo punto, inviterei chi legge – e pure D. Serracchiani, se per avventura leggesse queste righe – a un altro esperimento mentale: se quel siriano avesse stuprato una sua connazionale, una profuga come lui? Magari sua sorella? O anche sua moglie? Sarebbe meno grave, Serracchiani? Potremmo processarlo, condannarlo, fargli scontare la pena ma tenercelo in Italia, Serracchiani? Che dici?
Accà nisciuno è fesso
Sopra ho scritto che sarei tornato sull’apparente natura neutrale, di resoconto osservativo, della prima parte della dichiarazione friulan-piddin-renziana. Il fatto è che le difese (auto- o eterodifese che siano) di Serracchiani sono facilmente prevedibili: si incentreranno (anzi, confido si siano, ormai, già incentrate) sulla precisazione che la stessa non avrebbe mai affermato che lo stupro commesso da un profugo sia più grave, ma che “risulta” così nel sentimento della gggente. Ecco: accà nisciuno è fesso, però. In primo luogo la proposta di “pena diversa e accessoria” ha smascherato che quel sentimento la nostra dirigente PD e governatrice friulana lo vuol trasformare in legge. Il compito del politico, di un politico che non condivida quella disgustosa e antigiuridica idea, sarebbe invece quello di dire: “italiani, so che siete indotti a pensare così e così, so che un’inveterata insensibilità verso leggi e diritti, correlativa a un pesante lascito di servilismo, vi fa sognare forche e ruote della tortura; ma questo non va bene, l’Italia è uno stato di diritto, che rispetta le convenzioni internazionali e la sua propria Costituzione.” In secondo luogo il gioco è chiaro, fin troppo scoperto: è quello del doppio registro per un doppio messaggio a un doppio destinatario. Chi deve capire quello redatto in codice salvinian-grillo-leghista capisce “dàlli al profugo”. Per gli altri arriveranno poi i non tanto sottili distinguo. Accà nisciuno è fesso. O, almeno, non tutti.

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Pausa bizantina

Una discussione abilmente immaginata da Luigi Malerba; si trova nel suo romanzo Il fuoco greco. La reggente Teofane (è lo stesso Malerba a scegliere la forma maschile del nome, la femminile essendo Teofano) dà un pranzo il cui invitato di rilievo è l’ambasciatore dell’emiro di Mosul e Aleppo, e i commensali – alti burocrati, cortigiani, dotti – si impegnano in un dialogo su Aristotele e la fede cristiana, sull’infinito e altri sublimi – o comiche – bizantinerie.

Dando di piglio a salsicce e arrosti, i contendenti, evidentemente ristorate le forze e l’umore a mezzo dell’ingollare e deglutire, emettono concetti, lemmi, sillogismi nella gelida, aurea, ierofanica atmosfera.

Mette conto trascrivere la pagina:

Era una sera gelida di febbraio dell’anno 962 e quando gli ospiti presero posto ai tavoli della Sala del Triclinio trovarono che la superficie dell’acqua versata dai coppieri nei calici d’argento era coperta da un leggero strato di ghiaccio. (…)

Il fior fiore della cultura bizantina era stato reclutato per questo pranzo che, seguendo una tradizione instaurata da Costantino VII, veniva dedicato una volta ogni mese a un filosofo, a un poeta o a uno storico della Antichità Classica. Quella sera era stato scelto come argomento della conversazione il filosofo greco Aristotele.

Mentre si mangiavano arrosti di capretto, salsicce di oca farcite di aglio e cipolla, prosciutti di cinghiale e petti di pavone, si discuteva se quella di Aristotele fosse vera filosofia, se la vera filosofia coincida sempre con la vera religione come fonte di verità e, di conseguenza, se un vero cristiano potesse accettare le proposizioni filosofiche dell’Ateniese. A quel tempo Aristotele non era stato ancora assimilato alla cultura cristiana e la conversazione era arrivata a un punto delicato e controverso.

«Se anche vogliamo riconoscere nel Motore Immobile del filosofo ateniese una immagine di Dio, come pretendono in molti,» disse il Teologo di Corte «non si capisce perché Dio debba essere immobile. Il principio della divinità, al contrario, è mobile per eccellenza e i suoi attributi dovrebbero essere semmai la fluidità aerea, l’infinità espansiva, la velocità.»

Sulla velocità di Dio intervenne il Matematico.

«La velocità può essere un attributo divino solo se è assoluta, e su questo credo che non si possa dubitare. Ma la velocità assoluta significa che il Soggetto è già arrivato nel momento stesso in cui è partito.»

Il Kuropalata Leone Foca si irrigidì per un istante, depose nel piatto la salsiccia d’oca che stava per addentare, e intervenne nella discussione sulla velocità di Dio.

«La questione è dura da risolvere perché l’affermazione dell’illustre Matematico smentirebbe il principio di non-contraddizione già formulato da Anassagora e assunto in seguito proprio da Aristotele come uno dei cardini della logica.»

«Aristotele è un filosofo pagano» rispose subito il Teologo «e perciò, quando parliamo degli attributi del Dio dei Cristiani, possiamo tranquillamente contraddire la sua logica. Converrà piuttosto tener conto di Proclo che nella sua Institutio theologica afferma che l’esistenza del Primo Motore Immobile rende necessaria anche l’esistenza di ciò che si muove, vale a dire di ciò che è mosso dal Primo Motore. Infatti ogni Ente o è immobile, o mobile di per sé, o mobile per altrui impulso. Da ciò è manifesto che ad imprimere impulsi al moto può essere soltanto Colui che Aristotele chiama il Motore Immobile. Il vostro discorso non tiene conto che l’Immobile muove qualcosa che gli è estraneo, ma non può avere il limite della immobilità in quanto comprende in se stesso anche gli altri Enti e perciò va catalogato come semovente. In questo caso il movimento è pura espansione che non comporta luogo di partenza e luogo di arrivo e perciò la velocità, che ho citato come attributo divino, si esercita nel corpo stesso dell’Ente Supremo impropriamente identificato nel Motore Immobile di Aristotele. Se invece vogliamo condizionare questo attributo della velocità ad altri attributi in una sequenza necessariamente infinita, allora stiamo discutendo della scienza del nulla, come dice Proclo, e meglio sarebbe tacere come ci impone la fede.»

Leone Foca volle ancora introdursi nella conversazione temendo che la serata si riducesse a un dialogo fra il Matematico e il Teologo, i quali si fronteggiavano con l’apparente compostezza di chi sa di poter contare su una grande riserva di argomentazioni e sull’attenzione dei commensali.

«Non mi sembra elegante» disse Leone Foca «introdurre la fede in argomenti che stavamo trattando secondo i principi della logica.»

«Ho detto soltanto che la fede in qualche caso impone di tacere, soprattutto quando si pronunciano commenti come il vostro che non sono improntati né alla logica né all’eleganza.»

Leone Foca rimase offeso e frastornato dalla risposta del Teologo di Corte, e non ebbe il tempo di riordinare le idee e di rispondere perché il Matematico riprese il dialogo con il Teologo deponendo il coltello con il quale stava tagliando un abbondante pezzo di capretto arrostito.

«La nozione di spazio, secondo voi, è ammessa nei Cieli popolati dagli Enti immobili, mobili o semoventi?»

Alla domanda, carica di pungente ironia, rispose il Teologo con la sua flemma abituale.

«Mi pare che il centro del nostro discorso fosse l’Onnipotente o, se preferite, il Motore Immobile e non lo spazio riservato agli Enti che da esso derivano e da esso dipendono.»

«Intendevo parlare proprio del Supremo fra tutti gli Enti» disse il Matematico «o, sempre per usare il linguaggio del filosofo ateniese, del Motore Immobile. Se volete posso formulare di nuovo la domanda in questo modo: la nozione di spazio è ammessa dall’Onnipotente? E, insieme alla nozione di spazio, è ammessa la geometria con le sue forme, per esempio la sfera che fra tutte le forme è la più perfetta?»

«La nozione di spazio è ammessa necessariamente dall’Onnipotente per quanto riguarda gli Enti che da esso derivano e da cui sono mossi, ma per quanto riguarda lo stesso Ente Supremo diciamo che comprende tutti gli altri spazi e le relative geometrie in uno spazio infinito.»

«Uno spazio infinito, secondo la geometria di Euclide, è composto di un numero infinito di punti, ma pur sempre di punti, distinti l’uno dall’altro. Mi seguite?»

Ho capito che cosa volete intendere: che da un punto all’altro si possono stabilire dei percorsi e che questi si possono coprire più o meno velocemente. Ma io vi rispondo che l’Ente Supremo già occupa tutti questi punti e quindi non è dato stabilire dei percorsi e tanto meno delle velocità relative.»

Nella Sala del Triclinio l’aria gelida si era fatta di ghiaccio e i commensali avevano smesso perfino di masticare per non perdere nemmeno una parola della contesa tra il Teologo e il Matematico.

«I filosofi cristiani parlano spesso della sfera celeste. Nemmeno nel caso della sfera è dato stabilire dei punti differenziati? Se si ammette la forma di sfera bisogna ammettere anche uno spazio delimitato da una superficie. Siete d’accordo almeno su questo?»

«Certamente,» rispose il Teologo «secondo la geometria di Euclide.»

«Esiste anche una geometria celeste diversa da quella euclidea? Forse siete sul punto di dirmi che secondo questa nuova scienza delle forme esiste una sfera infinita che si identifica con l’Ente Supremo. Non credete che le forme geometriche, compresa la sfera, siano proprio un modo di combattere l’idea di infinito, questo assoluto male metafisico che opera nel cosmo seminandovi il caos?»

«Se dite che questa idea semina il caos nella mente umana sono d’accordo con voi, ma se parlate del cosmo devo pensare che considerate Dio un assoluto male metafisico, un seminatore di caos.»

«Ho parlato di idea e una idea può seminare il caos solo nel cosmo immaginato dalla mente umana. Mi sembrava che non ci fosse possibilità di equivoco, ma ho l’impressione che con i vostri sofismi maliziosi vogliate sfuggire alla domanda se può esistere o no una sfera infinita.»

«Vi ho già risposto.»

«Io non intendo la sfera di cui parla Euclide, ma quella di cui parlano i nostri filosofi cristiani.»

«La sfera celeste è una elegante metafora e voi sapete che le metafore non occupano spazio né hanno una superficie e perciò male si adattano ad essere misurate e rinchiuse in una forma geometrica.»

Il Matematico capì che non avrebbe potuto proseguire la discussione senza inoltrarsi pericolosamente nell’area del dubbio teologico.

«Dopo avere studiato per tanti anni la geometria euclidea sarò felice se nelle prossime settimane vorrete erudirmi intorno alla geometria celeste sulla quale, confesso, le mie cognizioni sono assai scarse.»

A questo punto il Teologo dedicò tutta la sua attenzione alla trancia di capretto arrosto che aveva sul piatto.

I commensali capirono dunque che non avrebbe replicato alla provocazione ironica del suo interlocutore e che la sfera, così chiusa e compatta come forma geometrica, si era ormai dissolta in una nuvoletta retorica.

[Lugi Malerba, Il fuoco greco, 1990]

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Hegeliani in agguato presso la Linea Gotica

Il molto deprecato/osannato Robert Conquest, per i più l’autore de Il grande terrore, studioso sino alla ossessione di Stalin e delle nefandezze del suo regime, ha avuto molti meriti, soggettivi e oggettivi.
E tuttavia non si astenne dallo scrivere queste righe (Il secolo delle idee assassine, Milano, Mondadori, p. 79), dal sicuro effetto comico:

Gentile fu non solo filosofo di vaglia, ma anche un fedele fascista, fino a quando, nel 1944, fu assassinato dai fautori di una diversa interpretazione di Hegel.

Ora, Giovanni Gentile è stato ammazzato come un cane sotto casa sua: ma si sa, erano tempi tragici, aveva aderito alla RSI, eccetera eccetera. Poi divenne il simbolo della scuola classista e retorica, nonché il responsabile dell’italica ignoranza delle scienze e soprattutto della, sempre italica, avversione alla “mentalità scientifica”. Accusa insieme vuota e priva non solo di pietas storiografica, ma anche di utilità diagnostica e pragmatica verso la situazione presente e futura – a parte il fatto terra terra che gli abusanti compulsivi dell’aggettivo “gentiliano/a” la famosa riforma della scuola si direbbe non sappiano proprio in cosa sia consistita. Quindi è incappato nelle maglie delle ricostruzioni del passato in stile spy story tanto care a Luciano Canfora, per tacere di voluminose e suggestive ricostruzioni ad opera di illustri professori di psicologia in pensione: l’assassinio politico tira sempre. E grazie a Conquest si scopre che nei pressi della Linea Gotica c’era una banda di hegeliani nemici che gli ha fatto la posta e poi la festa.

Sarà arrivato il tempo di smettere di offendere non tanto lui e la sua memoria, quanto i principi del corretto lavoro storiografico, e di lasciare Gentile alle cure di chi ne sa qualcosa?

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Del “meno peggio”, del “tanto peggio, tanto meglio”, e della puerizia prepolitica

Come accade in prossimità delle elezioni (specie politiche), anche con l’approssimarsi di questo referendum (che si chiama referendum, ma di fatto è un voto politico – spesso prepoliticamente motivato), tocca sorbirsi la seguente, intelligente – oh, quanto intelligente, sottile, originale, acuta, vera – raffinatezza dialettica:

«NON INTENDO VOTARE IL MENO PEGGIO! Sono stufo di votare sotto ricatto, pressato dalla minaccia del pessimo. Si vota il meno peggio e questo si solidifica in eterno, e infatti guarda dov’è finita l’Italia a furia di chinare la testa o turarsi il naso etc. etc.»

Perdìo, questo sì che è un bel parlare! Ora, non faccio questioni di chi in questi giorni sento/vedo promuovere questa nuovissima e invincibile argomentazione. Anche perché il referente dell’espressione “meno peggio” cambia a seconda delle valutazioni, delle opinioni, della collocazione politica etc. del proponente. Faccio solo notare quanto segue.

1) il “meno peggio” è “meglio” di ciò di cui, appunto, è meno peggio. A ben vedere, l’espressione non è grammaticale: forse, a furia di ripeterla, non la si “sente” tale a orecchio. Ma basti pensare che ciò di cui il meno peggio è meno peggio, sarebbe il “più peggio”: e questa espressione suona stonata, no? Facciamo allora i bravi, armiamoci di carità interpretativa, e intendiamola come la si vuole intendere.
2) E in realtà “il meno peggio” non significa altro che “il migliore”. Ci sono due opzioni, entrambe cattive. Tocca fare una scelta (è quello che si chiama “dilemma”), e i casi sono due: o le opzioni sono egualmente cattive, o una è peggiore dell’altra. Per sottolineare che sono entrambe cattive, e dunque non ci piace propriamente nessuna delle due, e che se potessimo non sceglieremmo né l’una, né l’altra, chiamiamo la migliore “la meno peggio”. Ma di fatto non è, appunto, che la migliore tra le due.
3) Dunque chi dice di non voler votare “il meno peggio” dice di non voler votare “il migliore”.
4) Ora, che cosa significa che tra due opzioni (o n opzioni, continuo con due per semplicità), una è la migliore? Semplice, significa che è quella che il soggetto che deve operare la scelta preferisce, ossia che è quella che, di fatto, messo di fronte al compito di scegliere, sceglie. “Scegliere”, se si tratta di elezioni, si scrive “votare”. Allora “il migliore” altri non è che colui che viene votato. Per definizione. Ergo chi scrive “non voto il meno peggio”, scrive “non voto il migliore” che equivale a “non voto quello che voto”. Contraddizione.
5) Ma noi siamo caritatevoli, quindi non attribuiamo agli altri stupidità, pensiero contraddittorio e simili. Dunque dobbiamo modificare qualche passaggio. L’unica possibilità di non riscontrare nella frase “non voto il meno peggio” una crassa contraddizione, sembra essere di intendere l’espressione “il meno peggio” nel senso di “il meno peggio ora e per un certo tempo”, ossia “migliore ora e per un certo tempo”.
6) “Non voto chi/ciò che è il migliore ora e per un certo tempo” è allora possibile (non contraddittorio) se (e mi pare: solo se) si ritiene che votare il migliore di ora precluda qualcosa di ancora migliore. Siccome per ipotesi questo qualcosa ora non c’è, lo si deve pensare come un migliore futuro.
7) Allora “non voto per il migliore di ora” deve essere pensato equivalente, sotto quelle ipotesi, a “voto per il migliore di domani”.
8) Con la 7) evitiamo di considerare i “non votanti il meno peggio” gente che si contraddice, e ci siamo guadagnati dei punti bontà. Tuttavia la tesi che una scelta migliore oggi impedisca una situazione sensibilmente migliore domani, equivale a dire che la scelta peggiore oggi non precluda tale futuro bene maggiore. Il peggio pare rendere possibile, se non procurare, il meglio. Allora, slogan per slogan, chi “non vota il meno peggio” è per il “tanto peggio, tanto meglio”. Che non è uno slogan molto rassicurante, per tante ragioni, anche storiche.

Un’ultima osservazione, di natura psicologica, quasi psicoanalitica: ma perché sarebbe così indegno scegliere il migliore tra due o più partiti politici, o anche leader, che non ci piacciono? Perché non andrebbe bene scegliere il male minore? Si potrebbe infatti sostenere questo, che è meglio astenersi che votare in queste condizioni perché l’essere le due opzioni entrambi sgradevoli “domina” su qualunque altra considerazione, assumendo un valore morale. Rispondo che il voto non è un atto attraverso il quale si realizza il Sé. Che il leader che si vota non è papà nostro, né deve essere lo specchio in cui narcisisticamente rifletterci. Non dobbiamo sposarci con il nostro eletto. Non deve rappresentare la nostra persona, né tutte le nostre preferenze, nemmeno quelle politiche. Il voto adulto è consapevolmente una scelta di compromesso, fatta di calcoli si spera il più corretti (razionali) possibili.

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