Fenomenologia della cultura in orbace: una risposta di Pasolini a un fascista

Nei primi anni ’60 Pasolini tenne sul settimanale Vie Nuove una rubrica di corrispondenza con i lettori (“Dialoghi con Pasolini”). Oggi mi è capitato di leggere l’accoppiata: lettera (anonima) – risposta di Pasolini, che riporto integralmente di seguito. Mi hanno entrambe colpito: la prima, perché, pur risalendo a mezzo secolo e più fa, ha uno stile che mi par riconoscere pressoché immutato nei pezzi dei pubblicisti di destra, che amano sfoggiare una tanto più esibita quanto più fessa elevatezza di cultura assieme a una lepidezza che si vuol arguta e corrosiva, ed è invece corriva come le barzellette costruite a sfondo sessuale. La risposta di Pasolini perché acuta lo è davvero, e vera. Ecco, giudichi da se chi voglia leggere:

 

Dannunziani in pantofole

Le dirò innanzitutto che ignoravo, fino a pochi mesi or sono, la Sua esistenza, il Suo nome e la Sua attività.
Ma ora, prima da qualche articoletto di cronaca nera e nerastra, poi da qualche «sfottitura» alla radio, poi ancora dalla lettura di qualche Suo scritto ho saputo della Sua esistenza e che Lei sarebbe uno scrittore, un critico, un poeta, ecc … E va bene.
Uno più uno meno non guasta ed anche se i Suoi atteggiamenti in sede estetico-letteraria; la Sua ben modesta dimestichezza con quello che è lo scrivere in un italiano non da lettori di Vie Nuove; i Suoi giudizi categorici e senza appello su cose, uomini e problemi che Ella non può conoscere, valutare e comprendere, mi lasciavano un po’ dubbioso sull’uomo e sullo scrittore (chiamiamolo così); d’altra parte certi Suoi «a fondo», certe Sue azzardatissime e fondamentalmente ingenue affermazioni, divertivano il vecchio polemista che sonnecchia e sogghigna in me.
Ma in queste ultime settimane, fra Lei personalmente (con quella iconoclastica e addirittura paradossale risposta a quel buon uomo di Teano che, bontà sua, chiede pietà per D’ Annunzio al Sig. P.P. Pasolini…) e la recensione del Bo ad un Suo libro apparsa su un recente Europeo, Lei ed il Suo esegeta, starei per dire il Suo agiografo, avete superato la misura. Altro che «crocianesimo generico e aberrante», altro che «disgusto stilistico da letterato a letterato» e simili corbellerie. Meno male, Sig. Pasolini, che il Vate è morto altrimenti con un aggettivo la ridurrebbe in poltiglia.
Pur con la sua retorica (ma era la Sua), pur con certe forme che a Lui si possono perdonare, pur con certi atteggiamenti che sanno di narcisismo, D’Annunzio è D’Annunzio e tale rimarrà nei secoli e ci vuol altro che cento Pasolini e mille Bo (e Ungaretti e Montale e Quasimodo e, insomma, chiunque abbia preso la penna in mano in quest’ultimo sessantennio) per poter fare un confronto, almeno per quanto riguarda la letteratura italiana.
E non voglio abbandonarmi a citazioni, non voglio infarcire la mia prosa di aggettivi, non voglio accennare a giudizi di letterati di primo piano, non voglio ricordare l’enorme patrimonio linguistico, il cadenzato scintillio di sue prose e poesie, il drammaturgo e l’Uomo del Timavo e del Carnaro: lascio a Lei e al suo contorto esegeta Bo il turibolo dell’incenso per altri Dei. Questo ha un altare troppo alto perché il mio povero incenso possa raggiungerlo, ma, La prego, abbia almeno Lei il senso delle proporzioni. Lei vede, Signor Pasolini, che io, non firmando, non esco dai limiti di una serena ed educata polemica, chiamiamola rettifica, e quindi non Le dico altro che vorrei dirLe se firmassi.
Se non firmo è perché il mio nome non Le direbbe nulla e perché non voglio accomunarlo al Suo e perché è dal 1944 che non scrivo più su un giornale o una pubblicazione e non voglio certo fare ora una «rentrée» su simile foglio. Ma Ella sente da come Le scrivo che non sono il solito «vile anonimo» e se pubblicherà la presente — tempo e voglia permettendo — Le scriverò ancora giacché tanto lei che il Suo amico Bo (Lei più di lui, per la verità) mi interessate, magari dal solo punto di vista, zoologico.
E giacché ci siamo, cerchi di evitare di fare il piccolo populista in ritardo di due generazioni, riveda e corregga il suo zoppicante italiano da Università popolare serale, dica al Bo (all’ermetico critico che ama scriver difficile a tutti costi: mi ricorda certe pagine di Celine scritte in «argot» e certe relazioni di giovani aggiornati a qualche congresso di correnti…) di non esagerare perché esagerando si casca nel ridicolo ed il ridicolo seppellisce.
E magari, non sarà male, creda, leggetevi tutti due un po’ di Guicciardini e di Guerrazzi, di Manzoni e di Verga, magari di Baldini e di Panzini, magari di Brocchi e di Gotta (… Non inorridite…), magari di Monelli e di Ansaldo. Mi abbia con i migliori saluti.

M.P.

 

L’anonimato in cui Lei cordialmente si cela, gentile signore, non è così fitto da nascondere il fatto che Lei è fascista. Nel ’44 ha smesso di pubblicare, e pour cause; poi è rimasto ai margini, e pour cause, e ora di nuovo qui, con tono distaccato, vivace e un po’ bohème a fare l’idealista. Si capisce dunque come lei ami D’Annunzio, si capisce come lei chiami questo poeta «l’Uomo del Timavo e del Carnaro», si capisce come l’irriti Bo, che, durante il periodo fascista, era esattamente il contrario di quello che voi volevate fosse un letterato, e si capisce, infine, come le sia antipatico io, furente nemico della istituzionale stupidità dei fascisti. Quanto a Baldini, a Panzini, Brocchi, Gotta, Monelli e Ansaldo, sono nomi che io le consiglio di scrivere sulla sua lapide.

 

Caro lettore, osserva un po’ la lettera a cui ho qui risposto in due parole. È un documento abbastanza interessante. Esso testimonia un tipo di fascismo non molto diffuso, eppure essenziale. Non so se il regime di Mussolini avrebbe potuto reggere per tanti anni se la stampa e la radio non avessero potuto contare su un numeroso gruppo di persone simili all’autore di questa lettera Esse rappresentavano il tessuto culturale del fascismo. Ossia a la follia fatta norma.
C’è in questa lettera un profondo e misterioso masochismo. Una persona di una certa cultura (l’anonimo è almeno laureato o diplomato), che conosce la letteratura classica, e bene o male, la storia nazionale, rifiuta in blocco tutta l’esperienza che da tale conoscenza può derivare per umiliarla e annichilirla in una specie di esaltata «riduzione» alla meschinità culturale piccolo-borghese, su cui il fascismo si basava e di cui viveva. Ora è ben nota l’ignoranza dell’italiano medio che pur abbia frequentato le scuole statali: e non c’è da meravigliarsi che tale sua scarsa coscienza culturale fosse pronta ad accettare l’aberrazione ideologica della reazione. Si capisce come un piccolo-borghese ignorante e conformista potesse accettare direi quasi con voluttà i narcisistici «pseudo-concetti» fascisti. Ma la cosa è meno facile da capire quando anziché di un professionista o di un impiegato si tratti di un uomo di cultura, un pubblicista, un giornalista, un letterato: il quale, almeno, dovrebbe possedere gli strumenti elementari per individuare e analizzare delle aberrazioni ideologiche e storiche come quella fascista.
È vero: la cultura italiana della prima metà del Novecento è una ben misera cosa: è un sottoprodotto provinciale della cultura europea post-romantica e decadente. Su questo Gramsci ha scritto delle pagine dal valore assoluto. Il fascismo stesso è un prodotto di tale cultura, ad alto livello. Il superuomo, Wagner, la regressione narcissica a un tipo di vita remota, ellenica o romana, l’esaltazione dell’io, il disprezzo per la massa, la vita inimitabile (eccoci arrivati a D’Annunzio): sono tutti elementi culturali ad alto livello destinati a formare il «gusto» fascista.
Ora, che cos’era un letterato, un professore universitario, un giornalista in orbace? Un fatto umoristico, prima di tutto, se si ha voglia di ridere. Ma in realtà la graduazione psicologica di tale depravazione non è poi così complicata: essa avveniva pressapoco così: il nostro uomo (mettiamo l’anonimo di questa lettera) era alle origini un dannunziano (ossia un decadente provinciale, con la testa piena di prosa d’arte, di narcissismo di cattiva lega, di letteratura classica intesa come gloria nazionale anziché come prodotto storico in evoluzione, insomma di umanesimo corrotto e accademico); il secondo gradino ideale era la trasformazione di tale titanismo sedentario e scolastico in smania d’azione (le imprese patriottiche, le divise, i manganelli, le marce: la riesumazione attiva di un passato morto e sepolto, nella fattispecie il legionario romano, il navigatore veneziano, ecc. ecc.); il terzo gradino… E qui bisogna ricordare che il piccolo-borghese italiano conformista ha come caratteristica principale, insieme alla sete di servilismo, la paura del ridicolo (la lettera dell’anonimo in questione parla chiaro: «… Non esagerate, perché esagerando si casca nel ridicolo ed il ridicolo seppellisce»). Il terzo gradino è dunque una «correzione» — verso la normalità benpensante, piccolo-borghese, «furba» — del mostro dannunziano, del guerriero in orbace. Così tutto va a posto. Il nostro anonimo si è messo la paglietta del «vecchio polemista che sonnecchia e sogghigna in lui»: e sente, con profonda consolazione, che un po’ di vivacità stilistica, un po’ di umorismo, un po’ di scapigliatura, un po’ di bohème, un po’ di cultura classica mettono a posto tutto, rettificano con una serie di correzioni eufemistiche e riduttive, l’eccessiva serietà dell’arcaico e bellicoso uomo ideale fascista. Insomma il nostro anonimo ha l’aria di dire, asciugandosi il sudore allegramente sotto la paglietta, con l’occhio iniettato di ironica felicità: «Ecco, vedete? Non è vero che i fascisti siano dei fanatici esagerati: io accetto tutto il fascismo, Eichmann compreso, certo! Però, io son qui, in paglietta, ho una famigliola e leggo i classici… Il mio odio contro i comunisti è addirittura cordiale! Io coi marxisti ci vado a cena e ci bevo all’osteria! La mia coscienza di tale odio è così profonda e sconfinata che ci rido!».
E così degli uomini di cultura, i cui nomi tuttora in Italia sono coperti di onore e rispetto, si vestivano in orbace, con la scusa che erano poi, a casa, dei dannunziani in pantofole.

Pier Paolo Pasolini. (Vie Nuove. 29 a. XVI, 22 luglio 1961)

22345213_1604484076241380_1069453525_o

Annunci
Pubblicato in Letteratura italiana, Politica/Società, Storia | Contrassegnato , | Lascia un commento

Croce su Vico e il suo tempo

Significative – ossia importanti in sé stesse e documento della ampiezza e acutezza insieme della mente del loro autore – queste battute finali del libro di Croce su Vico.

Le riporto qui sotto, questo sito essendo poco più – forse poco meno – che una raccolta di appunti e promemoria per me; e perché credo, o mi auguro, che nel leggerle anche altri, come è accaduto a me, si sentano quasi fisicamente al cospetto della complessità dell’operazione di intendere altre menti, altre storie.

Croce descrive dunque le condizioni della cultura e dell’educazione al tempo di Vico:

E veramente non mai come in quella prima metà del settecento l’Europa fu così vasto deserto poetico: l’Italia si era ridotta al melodramma metastasiano; la Francia non aveva dato successori ai Corneille e ai Racine; in Ispagna, esaurita l’ultima grande manifestazione dello spirito nazionale, che fu il dramma, cominciavano l’imitazione francese e il razionalismo; l’Inghilterra sembrava dimentica affatto di aver dato i natali allo Shakespeare, e la Germania si trascinava anch’essa dietro l’imitazione neoclassica. E non solo non nasceva nuova poesia, ma non se ne desiderava. Seguendo Cartesio e il Malebranche, i filosofi professavano di ammortire tutte le facoltà dell’anima che provengono dal senso, e specialmente la facoltà d’immaginare, che detestavano come madre di tutti gli errori. I poeti erano da essi condannati col falso pretesto che narrassero «favole»: come se quelle favole non fossero le eterne proprietà degli animi umani, che i filosofi politici, economici e morali ragionano e i poeti presentano in vivi ritratti.

Particolareggia qualche riga sotto il quadro di decadenza culturale così delineato, facendo su questo sfondo risaltare la concezione, più complessa e ampia, che Vico elaborò in opposizione allo stesso. Quindi formula sulla visione vichiana il giudizio-bilancio che segue:

Altissimo ideale, senza dubbio, come perfettamente giuste tutte le critiche mosse al metodo di educazione e alle tendenze spirituali del tempo suo. Eppure, fra tante e mirabili verità che si lasciavano addietro di lungo tratto il secolo decimottavo, si sente nel Vico, pedagogista e critico, qualcosa di retrivo. Si sente che egli, esclusivamente sollecito delle sorti della grande e severa scienza e fisso l’occhio nella forma più compiuta dell’umanità, non intendeva il valore rivoluzionario di quello scetticismo e razionalismo e di quella ribellione al passato, che erano necessari strumenti di guerra contro re, nobili e preti; di quei ristretti e dizionarî, che dovevano mettere capo all’Enciclopedia; di quella scienza popolare, che preludeva al giornalismo; di quei libercoli per dame e per eleganti conversazioni, che avrebbero alimentato i salotti del secolo decimottavo e temprati gli spiriti al radicalismo giacobino. Si sente in lui, qui come nel suo sistema filosofico, il cattolico che è avvinghiato al filosofo, il pessimista cristiano che grava sul dialettico dell’ immanenza. Egli non sa scorgere il progresso nei suoi avversarî, e perciò non li riconosce quali veramente erano, a lui inferiori ma gradini da salire per giungere a lui, e che egli stesso avrebbe dovuto salire per intendere e posseder meglio sé stesso.

(Benedetto Croce, La filosofia di G.B Vico, prima ediz. 1911. Cap. XIX)

Pubblicato in Filosofia | Contrassegnato , | Lascia un commento

Il “Ciceroniano” di Erasmo, la lingua (latina), l’Europa

ciceronianus

Nel 1528 Erasmo pubblicò un dialogo che metteva alla berlina i “ciceroniani”, gli umanisti che facevano dell’imitazione di Cicerone il sale della loro attività di scrittori e intellettuali, o almeno un ingrediante irrinunciabile della stessa. Insomma, un testo che rientra nel novero delle opere antipedantesche, in compagnia di ben noti capolavori della letteratura di tutti i tempi.

Si tratta del Ciceroniano, ossia Dialogus cui titulus CICERONIANUS sive DE OPTIMO DICENDI GENERE, di cui riporto uno stralcio, testo latino e traduzione in italiano.

Nosopono vi impersona quel tipo di letterato, il “ciceroniano”: più che rigidamente grammaticale, egli è maniacalmente, letteralisticamente “tulliano”. Non vorrebbe parlare e scrivere se non con gli ipsissima verba dell’Arpinate, sicché se a costui mai fosse accaduto di adoperare un certo verbo coniugato in quel tempo modo e persona, ebbene Nosopono rifiuterebbe di impiegare la relativa forma.

A leggere però tra le righe, il “Ciceronianesimo”, o “Tullianesimo”, così inteso non è che una versione particolare, una variante, dell’ideologia normativa e micragnosa del grammaticalismo. Non è piccola prova dell’abilità satirica di Erasmo l’aver fatto ricorso, per dar modo a Nosopono di esporre il suo progetto culturale e linguistico, proprio alla grammatica, intesa non tanto come teoria metalinguistica quanto come prontuario per lo studio mnemonico o la consultazione, come enchiridion disseminato di specchietti che riportano le flessioni (nominali o verbali) delle parole, i paradigmi, le eccezioni, assieme a tutta la ben nota panoplia che si insegna e apprende nelle scuole, con grande impegno, invero, più della memoria che dell’intelletto. Lo stile “tulliano” è così, dai ciceroniani come Nosopono, materialmente – e illusoriamente, in realtà – inseguito usando il filo conduttore di casi e tempi e persone dei verbi, setacciando, con la griglia delle categorie grammaticali, i testi del Grande Autore per individuare e metter da parte le pepite del suo usus linguae.
Un lavoro infinito d’altra parte, come ironizza uno degli interlocutori
(“immensam rerum silvam video”); infinito – imperfetto perché non perfettibile – come non può che essere il compito di chi voglia afferrare l’intelligenza, l’umore, il carattere di una mente scrutandone le forme esteriori. “Infinito” come il “giudizio infinito” della logica classica, ma soprattutto della interpretazione che ne dette Hegel, in quel memorabile quinto capitolo della Fenomenologia dello spirito dove compendiò il contenuto delle teorie fisognomiche e frenologiche ricorrendo alla proposizione – al giudizio infinito, appunto – che suona: “lo spirito è un osso”.

Testo latino

Nosoponus Non magnum est grammatice dicere, sed divinum est Tulliane loqui.

Bulephorus Dic, obsecro, clarius.

Nosoponus “Amo, amas, amat”, sit enim hoc exempli causa dictum, apud Ciceronem invenio, at “amamus” et “amatis“ fortasse non invenio. Item “amabam” invenio, “amabatis” non invenio. Rursus “amaveras” invenio, “amaras” non invenio. Contra “amasti” reperio, “amavisti” nequaquam. Jam quid si “legeram, legeras, legerat” reperias, “legeratis” non reperias, si “scripseram” invenias, “scripseratis” non invenias? Ad eundem modum conjecta de verborum omnium inflexionibus! De casuum inflexionibus similis est ratio: “amor”, “amores”, “amorum”, “amori” comperio apud Ciceronem, “o amor”, “hos amores”, “horum amorum”, “his amoribus”, “o amores” non comperio. Item “lectio”, “lectionis”, “lectioni”, “lectionem” invenio, “lectiones”, “lectionibus”, “lectionum”, “has lectiones” et “o lectiones” non invenio.Ita “scriptorem” et “scriptores” reperio, “scriptoribus” et “scriptorum” pro substantiuo nomine non reperio.

Non obsto quominus haec videantur ridicula, si vos audebitis “stultitias” et “stultitiarum”, “vigilantias” et “vigilantiarum”, “speciebus” et “specierum”, “fructuum”, “ornatuum”, “cultuum”, “vultuum”, “ambitibus” et “ambituum” aliaque hujus generis innumera fando usurpare. Ex his paucis exempli gratia propositis aestimare potes de ceteris omnibus, quae consimilem ad modum inflectuntur.

Hypologus “In tenui labor”.

Bulephorus “At tenuis non gloria”.

Nosoponus Succinam et ego, “si quem numina laeva sinunt auditque vocatus Apollo”.*

Nunc de derivatis accipe. “Lego” non vereor usurpare, “legor” non ausim dicere. “Nasutus” ausim dicere, “nasutior” et “nasutissimus” nequaquam. “Ornatus” et “ornatissimus”, “laudatus” et “laudatissimus” intrepide dico, “ornatior” et “laudatior” nisi comperero, dicere religio sit. Nec quia “scriptor” et “lectio” offendo apud Ciceronem, statim ausim dicere “scriptorculus” et “lectiuncula”.

Bulephorus Immensam rerum silvam video.

Nosoponus Nunc accipe de compositis. “Amo”, “adamo”, “redamo” dicam, “deamo” non dicam. “Perspicio” dicam, “dispicio” non item.

Scribo”, “describo”, “subscribo”, “rescribo”, “inscribo” dicam, “transcribo” non dicam, nisi deprehendero in libris Marci Tullii.

Bulephorus Ne te plane commemorando defatiges, Nosopone, rem non aliter quam in speculo videmus.

* Le parole tra virgolette dei tre interlocutori formano i versi 6-7 del IV libro delle Georgiche di Virgilio.

Traduzione italiana

Nosopono Esprimersi obbedendo alla grammatica non è gran cosa, invece parlare come Tullio è divino.

Buleforo Spiegati meglio, te ne prego,

Nosopono Poniamo, per esempio, che io trovi in Cicerone “Amo, amas, amat”, ma, per avventura, non vi trovi “amamus” e “amatis”. Ancora: trovo “amabam”, e non trovo “amabatis”. Di nuovo: trovo “amaveras”, ma non “amaras”. Al contrario, riscontro “amasti”, e in nessun caso “amavisti”. E se tu riscontrassi “legeram, legeras, legerat”, ma non “legeratis”, se trovassi “scripseram”, ma non “scripseratis”? Ragiona allo stesso modo circa le flessioni di ogni parola! Similmente con la flessione dei casi: in Cicerone rinvengo “amor”, “amores”, “amorum”, amori”, ma non “o amor”, “hos amores”, “horum amorum”, “his amoribus”, “o amores”. Ancora: trovo “lectio”, “lectionis”, “lectioni”, “lectionem”, ma non “lectiones”, “lectionibus”, “lectionum”, “has lectiones” e “o lectiones”. E poi: riscontro “scriptorem” e “scriptores”, ma non “scriptoribus” e “scriptorum” come sostantivo.

Ammetto che tutto ciò possa sembrare ridicolo, se si ha lo stomaco di adoperare “stultitias” e “stultitiarum”, “vigilantias” e “vigilantiarum”, “speciebus” e “specierum”, “fructuum”, “ornatuum”, “cultuum”, “vultuum”, “ambitibus e “ambituum, e altre innumerevoli parole di tal fatta. Puoi capire, da questi pochi casi proposti a mo’ d’esempio, cosa fare con tutte le altre parole che hanno analoga flessione.

Hypologo “Un lavoro di argomento modesto”

Buleforo “Ma non modesta ne verrà gloria”

Nosopono M’aggiungo al coro: “se gli dei ostili glielo consentono e Apollo, invocato, ascolta la sua preghiera”. Ora sentite dei derivati. Non temo di adoperare “lego”, ma non oserei dire “legor” Oserei invece dire “Nasutus”, in nessun modo “nasutior” e “nasutissimus”. Non tremo nel pronunciare “ornatus” e “ornatissimus”, “laudatus” e “laudatissimus”, ma avrei scrupolo a dire “ornatior” e “laudatior” se non li ritrovassi in Cicerone. Né per il fatto incappare, leggendo Cicerone, in “scriptor” e “lectio”, mi pemetterei senz’altro di dire “scriptorcolus” e “lectiuncola”.

Buleforo Intravvedo un’immensa e fitta foresta.

Nosopono Ora senti come va colle parole composte. Dirò “amo”, “adamo”, “redamo”, ma non “deamo”. Egualmente, “perspicio”, ma non “dispicio”. Dirò “scribo”, “describo”, “subscribo”, “rescribo”, “inscribo”, ma, non lo trovassi nei libri di Marco Tullio, non dirò “transcribo”.

Buleforo Non ti stremare a recitare per filo e per segno, Nosopono, la cosa ci è chiara come in uno specchio.

Il brano di Erasmo, però, sollecita anche altre considerazioni. Riguardano la lingua colta, il nesso che questa ha, o dovrebbe avere, con la vita quotidiana e le sue esigenze, la lingua latina come lingua degli intellettuali, il rapporto che nel tempo che fu di Erasmo, l’età rinascimentale e della Riforma, il ceto cosmopolita dei dotti aveva con le compagini nazionali, allora non ancora formatesi quali saranno dopo la Rivoluzione francese, ma già ben delineate. Riguardano il significato, storico, culturale, ideale, dell’Europa. Sono suggestioni, non riflessioni analitiche e tematiche, quelle che provengono dal testo di Erasmo. Ma è significativo che abbiano potuto ispirare una bella pagina (scritta nel 1969!) di Roland Bainton, che non è bene riassumere, ma riportare integralmente. Eccola:

[All’accusa rivoltagli da Baldassare Castiglione, di scrivere in un latino barbaro, Erasmo rispose con quella di pedanteria (pedantry) riferendosi] to those who wished to restrict the Latin language to the style and vocabulary of Cicero. The point may appear to have been only of antiquarian interest, but it affected the entire future of the Latin language as the lingua franca of Europe. We have noted the concern of Erasmus for the standardization of pronunciation. The question now raised applied to grammar and vocabulary. The language must be accommodated to the needs of a growing society without becoming so diversified as to be no longer universal. The Ciceronians proposed to hold Latin to the norm of Cicero and were reputed somewhat in caricature to be willing to say amo, amas, amat, but not amamus unless this particular form could be discovered in a glossary of Cicero. Erasmus felt that the norm should be not a single classical author, but rather the entire literature through the silver age and the patristic period. This would constitute a truer imitation of Cicero than a slavish restriction to his precise vocabulary. The Ciceronians replied that they were justified in curtailing the vocabulary because they proposed to restrict the use of the Latin language to the Church and perhaps the courts. Everyday needs should be met by the vernaculars. Bembo, the great Ciceronian of Erasmus’ day, aspired to create a normative Italian by building up the Florentine dialect in imitation not of one author, in this case, but of the triad Dante, Petrarch, and Boccaccio. History was with Bembo and Erasmus has in consequence been called fatuous for thinking that he could revive a dead language. But Latin in his day was not dead. It was killed subsequently by the spirit of nationalism, which is able both to kill and to make alive, as it has done in the revival of Hebrew. Erasmus was resisting the Zeitgeist, but fatuous he was not. He was battling for the cultural unity of Europe. On the linguistic side he lost.

Roland H. Bainton, Erasmus of Christendom, New York, Charles Scribner’s Sons, 1969, pp. 204-205.

Pubblicato in Filosofia, Storia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Calogero: il “tifo”

Mi sono ritrovato sul disco del pc, e dunque pronto per la pubblicazione sul web, questo testo del filosofo Guido Calogero. Un articolo di costume in cui descrive il fenomeno del tifo sportivo – che poi, in Italia, è essenzialmente calcistico – ne analizza gli ingredienti psicologici, e ne ipotizza infine le cause. Ma soprattutto lo condanna, e giustamente, nei suoi risvolti parossistici e violenti, con un linguaggio ironico che dà sul comico – cfr. per esempio i tifosi indicati come “degenti sulle gradinate degli stadi”, o le spogliarelliste “spesso incorruttibile madri di famiglia”. Non manca certa, italica anche questa, insistenza su risvolti sessuali, nonché un piglio moralistico, che traspare da sintagmi come “autentico gusto dello sport”.
Avevo messo l’occhio su questo pezzo perché anch’io ritengo il fenomeno del tifo, se non propriamente patologico, sgradevole e obnubilatorio, di certo pericoloso se non confinato in consapevoli e momentanei giochi di ruolo – assai lucidamente consapevoli e, più che momentanei, istantanei. Perché, quando travalica questi limiti, il tifo diventa espressione di un tipo caratteriale, il tifoso appunto, che coll’esercizio della virtù che lo definisce distorce la realtà, e la sua propria umanità.

Il testo di Calogero, nonostante i bei passaggi che si trovano soprattutto in apertura, e coi quali concordo completamente, è tuttavia esso stesso espressione, cosa forse non del tutto evitabile, di certi tratti della mentalità che vuol criticare. Vi si dileggia il guardone in nome della superiorità della sessualità “attiva”, e il tifoso è messo alla berlina non per l’intrinseca dannosità del fare il tifo, ma perché tifare sarebbe l’espressione di una soggettività frustrata e impotente, anche sessualmente. Un stilla – giusto una stilla, per carità – di erotico-e-priapico vinello, riserva del Ventennio? Chi legga si faccia com’è giusto la sua idea, ché è molto probabile che il mio orecchio colga frequenze che nel testo non risuonano.

 

 

IL TIFO
di Guido Calogero

Camus, per simboleggiare una deprecabile situazione umana, scelse il nome di una malattia, la peste. Da noi la fantasia popolare ha designato col nome di un’altra malattia, il tifo, un non meno deplorevole modo di sentire degli uomini.
Clinicamente, il tifo ha tra i suoi sintomi più caratteristici quello di un greve ottundimento; e appunto per ciò tale morbo fu denominato con la parola greca typhos, che appunto indica quello stato di intontito stupore, in cui pur da svegli si soggiace alla pesante incoscienza del sonno. Per ciò stesso, d’altronde, la scelta della metafora del tifo, al fine di caratterizzare la malattia mentale di cui sono affetti coloro che parteggiano per l’uno o per l’altro di certi individui o gruppi di individui in gara, non è del tutto felice. Più adatta sarebbe, ad es., quella dell’epilessia.
I «tifosi», di fatto, non soggiacciono a crisi di stupidità sognante come quelle a cui si sottopongono i fumatori d’oppio. Al contrario, soffrono crisi di tipo epilettoide, sia che esprimano il loro entusiasmo dando pugni sulla testa degli altri degenti sulle gradinate degli stadi, sia che manifestino il proprio furore invadendo i campi e mandando feriti all’ospedale e morti al cimitero. Beninteso, questa malattia non ha niente in comune col legittimo divertimento di chi ama, di tanto in tanto, di veder giuocata una bella partita di calcio, così come gode a vedere ben rappresentata una bella commedia. Io stesso, trent’anni fa, quando insegnavo filosofia a quello che allora si chiamava l’Istituto Superiore di Magistero di Firenze, saltai una lezione per andare a vedere anche i tempi supplementari della famosa partita di campionato internazionale fra Italia e Spagna (la quale non era ancora deturpata dal regime franchista, e aveva nella sua squadra il grande portiere Zamora). Ma mi guardai bene, come mi sono sempre guardato in ogni caso del genere, di «fare il tifo», sia pure nel più remoto fondo dell’anima, per l’una o per l’altra di quelle due squadre. Mi sarebbe parso cosa altrettanto incongrua che fare il tifo per il violinista contro il pianista, o per il pianista contro il violinista, ascoltando un concerto per violino e pianoforte.

In realtà, il «tifo» non ha niente a che vedere con l’autentico gusto dello sport. Lo sport, in questo caso, funge solo da pretesto, per lo scatenamento di passioni deteriori dentro le anime di molti poveri diavoli. Ultimamente, a proposito dei gravi incidenti, con centinaia di feriti e un morto, per le invasioni dei campi di Napoli e di Salerno, si è osservato come tali eccessi fossero stati favoriti dalla deficienza della forza pubblica, altrimenti impegnata nella tutela della competizione elettorale; e come poco saggio fosse stato il permettere che si tenessero partite in quella domenica, in cui la legge elettorale pur vietava ai bar di servire persino un solo bicchierino di fernet a vecchie signore dalla digestione difficile. Osservazioni giuste, ma che non vanno al fondo della questione. Perché quando basta l’assenza dei poliziotti, perché la ferinità umana si scateni, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va; e la saggezza consiste, allora, non tanto nell’accrescere la minaccia della coercizione, quanto nel correggere le condizioni che la rendono necessaria.

Il «tifo», di fatto, è una grave malattia del costume, insomma una forma di malcostume, risultante dalla somma di due passioni sbagliate: il voyeurisme e lo spirito di sopraffazione. Il «tifoso» è anzitutto un voyeur, perché in luogo di praticare egli stesso lo sport, si eccita periodicamente guardando gli altri che lo praticano. È quindi affine, per questo lato, agli spettatori di scene di spogliarello (i quali, come sembra psicanaliticamente accertato, traggono la loro più profonda soddisfazione sadomasochistica dalla stessa consapevolezza di sapersi esclusi dalla possibilità di rispondere a quell’appello sessuale, tanto più in quanto le spogliarelliste stesse sono spesso incorruttibili madri di famiglia), così come a quei poveracci, rappresentati da Fellini nella Dolce vita, i quali contemplano, in smoking, la ragazza che si mette a ballare nuda durante il ricevimento, senza avere neppure il coraggio di spogliarsi anche loro.

Il voyeurismo pseudosessuale, d’altronde, è, almeno, poco aggressivo. Al suo voyeurismo pseudosportivo il «tifoso» aggiunge, invece, tutta la carica compressa dei propri insoddisfatti desideri di sopraffazione. Sordamente bramando di vincere qualcuno, e non potendo vincere nessuno per conto proprio, vuole a tutti i costi che qualcun altro lo faccia vincere per procura. Quali odi profondi contro i soprusi dei superiori, contro le «insolenze dell’ufficio», contro l’autorità della moglie o della suocera, fanno sì che egli si scateni nella brama di una qualsiasi rivalsa? Né è da sperare che il desiderio della vittoria, per la squadra delegata a fare le sue vendette, sia determinato piuttosto dalla sua aspirazione a una diversa vittoria, quella dei milioni occhieggianti dietro la schedina del totocalcio. Il «tifoso» vero e proprio «fa il tifo» anche quando non ha scommesso: la sua malattia è più profonda che la semplice sete di denaro.

***

da Quaderno Laico, 14.5.1963

calogero_quaderno

Pubblicato in Cultura/Società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Stefano Rodotà, il laico

Penso sia da assumere come criterio interpretativo delle opere e i giorni l’indicazione crociana desumibile dall’assioma che la storia non è storia dell’errore o dell’errare, o che dell’errore/errare non si dia, propriamente, storia. La seguo applicandola alla persona di Stefano Rodotà, recentemente scomparso. Del quale potrei, cosa che, appunto, non faccio, rimarcare talune prese di posizione, assunte specialmente negli ultimi anni o mesi della sua vita, che ritengo sbagliate o poco sensate; al contrario, mi piace ricordare la limpida affermazione del principio di laicità che gli occorse di fare in occasione – era il 2008 – di una sgradevole vicenda. Quell’anno fu in infatti invitato alla Sapienza, per l’inaugurazione dell’anno accademico, l’allora pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger). Una scelta del rettore di quell’ateneo che suscitò la reazione di un nutrito gruppo di professori di fisica, i quali manifestarono il loro dissenso redigendo e firmando una lettera.

Quel che seguì fu, a mio avviso, di inaudita gravità: non solo si scatenarono gli esponenti del (centro) destra, ma ricordo che persino i vertici delle istituzioni, il giornalismo – specie televisivo, ancorché “pubblico” -, e financo personalità della cultura laica e progressista, tra le quali menziono Giulio Giorello, tuonarono contro l’iniziativa dei professori, tacciati di “laicismo” (termine quanto pochi “privo di concetto”), sbeffeggiati in vario modo, e persino accusati (Giorello) di intolleranza.

Per queste ragioni spicca vieppiù, ed è meritevole di essere riletto, l’articolo apparso su La Repubblica il 22 gennaio di quell’anno a firma Stefano Rodotà, che con eleganza e, visto il contesto, raro senso di elegante equilibrio stilistico e concettuale, rende giustizia ai firmatari di quella lettera e, soprattutto, alla logica e alla laicità.

L’articolo fu poi, con poche modifiche stilistiche e corredato di un’interessante appendice, ristampato nel libro Perché laico, di cui mi sento di raccomandare la lettura (Laterza, 2009). Qui lo riporto nella sua versione originale:

 

La laicità dopo il caso Sapienza
La Repubblica 22.1.08
di Stefano Rodotà

L´analisi delle vicende complesse, dunque l´esercizio della virtù della riflessione e della distinzione, diviene sempre più difficile. Questa difficoltà è cresciuta nel caso della visita del Papa all´università “La Sapienza”. Senza ricorrere alla parola “laicità”, e ricordando anche argomentazioni già proposte, vorrei sottolineare quali dovrebbero essere i principi di un discorso pubblico in una società che vuol essere democratica. Per cominciare. Il furore polemico ha abusato di due argomenti, che chiamerò volterriano e iran-americano. Ridotta a slogan o a giaculatoria, è stata ripetuta la nota massima di Voltaire – «non condivido le tue idee, ma mi batterò perché tu possa manifestarle» (su questo ha scritto bene Giovanni Valentini). Ma, se durante una delle settimanali udienze del Papa uno dei partecipanti alza la mano, pretende di tenere un discorso e viene giustamente invitato a tacere, il canone volterriano è violato? Se, all’apertura di un congresso di partito, subito dopo la relazione del segretario, il leader di un altro partito pretende di parlare e giustamente gli viene negata la parola, siamo di fronte alla censura, all´imposizione di un bavaglio? Faccio queste domande, retoriche, non per ridimensionare la portata del principio indicato da Voltaire, ma per ricordare che si deve sempre tenere conto del contesto e, soprattutto, che quel principio non può essere applicato selettivamente. Non ci si può battere per il diritto di parola di Benedetto XVI e negarlo a Marcello Cini e Carlo Bernardini. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio di parità. Veniamo all´altro argomento. Più d’uno, per mostrare l’inaccettabilità delle pretese dei critici dell´invito al Papa, ha voluto ricordare che la Columbia University ha addirittura invitato il Presidente iraniano Ahmadinejad. Si può invitare un dittatore, un negatore dell´Olocausto, e non il Pontefice? Vediamo come sono andati i fatti. All’annuncio della visita sono partite molte critiche accademiche e una forte protesta degli studenti. Prima di dar la parola ad Ahmadinejad il presidente dell´università, Lee Bollinger, ha criticato con estrema durezza, al limite della maleducazione, le sue idee e posizioni. Dopo il discorso del Presidente iraniano, i presenti gli hanno rivolto molte domande ed hanno commentato anche pesantemente le sue risposte. Quel che è accaduto a New York, dunque, prova esattamente il contrario di quel che sostenevano quanti hanno richiamato quel fatto. L’università si fonda, in ogni momento, sul confronto e sul dialogo. La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio della veritiera descrizione dei fatti. Proprio in omaggio a questo principio, bisogna ricordare che, pur essendo vero che alcune decisioni universitarie sono di competenza del Rettore e del Senato accademico, questo non vuol dire affatto che queste decisioni non possano essere oggetto di pubblica critica da parte di ogni professore o studente, né che la loro libertà di critica sia limitata alla scelta di non partecipare all’evento sgradito. L’università non è una organizzazione rigidamente gerarchica, né il Rettore è assistito dal privilegio dell’infallibilità. Peraltro, proprio la storia recente delle inaugurazioni dell’anno accademico alla Sapienza conosce critiche e contestazioni, in qualche caso accolte, agli inviti che si aveva in mente di fare. Non è esclusa la possibilità di invitare qualcuno a parlare senza contraddittorio, ma è indispensabile valutare attentamente le conseguenze di questa scelta. La correttezza del discorso pubblico esige che ogni vicenda venga valutata nel preciso contesto in cui si è svolta. È rivelatore, peraltro, il modo in cui sono stati giudicati i 67 professori firmatari della lettera al Rettore, con la quale veniva chiesta le revoca dell’invito a Benedetto XVI. Sono stati definiti “professorucoli”, si è detto che «i ragli degli asini non arrivano in cielo». La libertà accademica e la libertà di manifestazione del pensiero, dunque, dovrebbero arrestarsi di fronte al principio di autorità? Quale “licenza de li superiori” sarebbe necessaria per ottenere il permesso di parlare di chi sta in alto? La correttezza del discorso pubblico esige il rispetto del principio che tutti possano parteciparvi. La critica ai professori firmatari della lettera e alle posizioni estreme di alcuni gruppi di studenti ha poi assunto toni dichiaratamente politici ed ha determinato anche ulteriori travisamenti della realtà. Si è descritto quel che è accaduto con parole come “veto”, “censura”, “cacciata”, “bavaglio”. Non insisto sul dato formale, ma tutt’altro che irrilevante, di una decisione presa in assoluta autonomia dal Papa, di cui non discuto motivazioni e finalità. Ma non si può chiedere ai firmatari di uniformarsi ad un principio di “opportunità” che, come ben vediamo in molti settori a cominciare da quello dei mezzi d’informazione, può facilmente diventare autocensura. La democrazia si nutre di opinioni non solo diverse, ma anche sgradevoli, delle quali si può ben discutere il merito, ma di cui non si può negare la legittimità. E le posizioni degli studenti devono essere giudicate con lo stesso metro, eccezion fatta per gli aspetti di ordine pubblico, peraltro ritenuti tali da non provocare preoccupazioni, secondo le dichiarazioni del ministro dell’Interno. Comunque, gli aspetti politici della vicenda devono essere analizzati con criteri anch’essi politici. La correttezza del discorso pubblico esige che non si mescolino i piani delle valutazioni. La politica, allora. È indubitabile, ormai, che non tanto la linea scelta dal Pontefice, quanto i concreti modi di attuarla, vadano ben al di là della dimensione pastorale e teologica. Il Pontefice si comporta ed è percepito come un leader politico. Questa non è una conclusione malevola. Basta ricordare una sola vicenda, quella legata al duro intervento del Papa sulle condizioni di Roma in occasione dell’udienza concessa ai rappresentanti degli enti locali del Lazio. Quelle dichiarazioni hanno determinato una trattativa “diplomatica” che, in linea con le peggiori abitudini della politica italiana, ha poi portato a denunciare le “strumentalizzazioni” e le “deformazioni” delle parole del Papa, entrate con prepotenza nel dibattito politico. Questo porta ad una considerazione più generale. Si insiste nel dire che la religione deve essere riconosciuta anche nella sfera pubblica. Ma che cosa significa questa affermazione? Che nello spazio pubblico la religione ha uno statuto privilegiato o che, entrando in quello spazio, ogni religione partecipa al discorso pubblico con le proprie importanti caratteristiche, ma in condizioni di parità? Nel 1989 la Corte costituzionale ha scritto che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei principi della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica», sancendo così l’eguaglianza che accomuna tutte le religioni e, insieme, la loro sottoposizione a quel principio fondativo della convivenza democratica. Nella sfera pubblica tutti i soggetti devono accettare la logica del dialogo, della critica ed anche della contestazione. Altrimenti l´insidia del temporalismo si fa concreta. Non a caso da studiosi autorevoli e da politici cattolici consapevoli dei rischi di questa deriva sono venute analisi rigorose del rischio di un ritorno del “Papa re” e di un vero uso strumentale della religione, simboleggiato da quella sorta di “chiamata alle armi” dei cattolici a manifestare in piazza San Pietro in una occasione squisitamente liturgica. La correttezza del discorso pubblico esige una presenza costante del canone della democrazia. Ha fatto bene Alberto Asor Rosa a ricordare la feconda stagione di dialogo tra credenti e non credenti nella Cappella universitaria della Sapienza, dove ebbi la fortuna di discutere con un grande biblista, Luis Alonso Schoekel. Aggiungo il mio personale ricordo dell´invito che rivolsi a monsignor Clemente Riva perché venisse a parlare nel mio corso, e del suo emozionante dialogo con gli studenti. Altri tempi, altre persone, altra politica? Una stagione irripetibile? Spero e voglio credere di no, perché continuo ad avere molte occasioni di dialogo con un mondo cattolico che tuttavia fatica ad essere presente nella sfera pubblica. Altrimenti dovremmo tornare alle amare parole di Arturo Carlo Jemolo, che nel 1963 così scriveva: «Questa Italia non è quella che avevo sperato; questa società non è quella che vaticinavo… l´affermarsi e il dissolversi delle tavole del liberalismo; l´inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe».

rodota_laico

Pubblicato in Laicità | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

An embarrassing moment for the skeptical movement

Footnotes to Plato

IMG_8356Twentyone years ago physicist Alan Sokal perpetrated his famous hoax at the expense of the postmodernist journal Social Text. It was at the height of the so-called “science wars” of the ’90s, and Sokal, as a scientist fed up with a lot of extreme statements about the social construction of science, thought of scoring a rhetorical point by embarrassing the other side. He wrote a fake paper entitled “Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity,” full of scientific-sounding nonsense and submitted to the editors of Social Text. They didn’t send it out for peer reviewed and published it as a welcome example of a scientist embracing the postmodernist cause.

Sokal then proceeded to unveil the hoax in the now defunct Lingua Franca, a magazine devoted to academic affairs, thus exposing the sloppy practiced of the editors of Social Text while at the same time embarrassing…

View original post 1.838 altre parole

Pubblicato in Indefinita | Lascia un commento

Serracchiani emula leghisti e xenofobi

Ieri si è verificato un grave fatto di cronaca a Trieste: un uomo – un profugo siriano – ha stuprato una giovane donna.
La Presidente della regione Friuli nonché personalità di rilievo del gruppo dirigente del PD, Debora Serracchiani, ha rilasciato una dichiarazione, che sostanzialmente si articola in due parti:

1: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. (…)in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi.

2: “Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”.

Appena ne ho preso conoscenza l’ho giudicata gravemente sbagliata. Da ogni punto di vista: intellettuale in primo luogo, quindi anche politico ed etico. Ci ho pensato un po’ su, ne ho discusso con alcune persone, e l’ho accatastata nel sottoscala della memoria, in posizione di più o meno rapido smaltimento.
Almeno così credevo.
E invece no. La dichiarazione mi è tornata su come del cibo avariato e improvvidamente ingurgitato. Il giorno dopo – ossia oggi – a intervalli più o meno regolari tornavo a pensarci e a prenderci rabbia. È giocoforza liberarmi del bolo indigesto, dunque. Con una breve analisi.

I reati dei profughi sono più gravi
Comincio con la prima parte della citazione. Contiene l’affermazione che si percepisce più immediatamente come stonata, un pugno in pieno volto. La signora Serracchiani come niente fosse afferma che un reato – gravissimo, nel caso di specie – sarebbe più o meno grave a seconda di chi lo compie. Attenzione: non a seconda delle condizioni specifiche, esaminate e verificate nel singolo caso, sotto le quali il reato è compiuto – le circostanze che vanno ad aggravare o attenuare il reato. No: Serracchiani afferma proprio che la gravità del reato dipenderebbe dalla categoria – sociale, etnica, nazionale, di stato civile – alla quale appartiene il suo autore – in questo particolare caso, la categoria dei profughi. Per essere esatti, non dice che lo stupro è più grave se compiuto da un profugo, ma che “*risulta socialmente e moralmente* ancor più inaccettabile”. Eh già, scrive così – “risulta etc. etc.” – quasi la nostra Serracchiani non fosse, quale è, una personalità politica, non rivestisse ruoli di rilievo nelle istituzioni pubbliche e in un partito, ma fosse una semplice osservatrice, o una sociologa, o una fine analista del costume, una psicologa che sonda l’anima della comunità. Sta di fatto che da questi “sentimenti” sociali non prende le distanze, si limita a enunciarli. Ma su questo si veda infra. Aggiungo qui solo, per meglio mettere in luce, se ce ne fosse bisogno, l’assurdità di questa affermazione, l’invito a sostituirla mentalmente con quest’altra, logicamente equivalente: “lo stupro commesso da un italiano risulta socialmente e moralmente meno inaccettabile”. Donne, se vi capita di esser stuprate da un italiano, la Serracchiani vi dà una irrefragabile ragione di tirare un respiro di sollievo: poteva andare peggio, poteva essere un profugo.

Il diritto, questo sconosciuto
Restando sulla prima parte della dichiarazione, si noti come l’esser profugo è espresso con una circonlucozione: “chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Serracchiani vuole, è evidente, rendere più “calda” la sua allocuzione, apparentemente più stringente, ma in realtà solo più emotivamente colorata, la tesi della “maggior riprovabilità morale” del crimine di siriana fattura. «Ma come, “noi” ti accogliamo e tu “ci” ripaghi così? Sei qui perché siamo sensibili buoni e accoglienti e tu delinqui?» Bene, sta bene: signora Serracchiani, la mozione delle viscere si fa così, non c’è dubbio. Chi è Salvini al tuo cospetto?
E invece no, non sta bene manco per niente. Lei non è, o non dovrebbe essere, una egutturatrice di egutturemi da suburra; non è o non dovrebbe essere un’Erinni biascicante mugugni razzistoidi. Lei ha responsabilità istituzionali, alte responsabilità istituzionali. E dovrebbe sapere, e far sapere, diffondere, spiegare, che un profugo non è qui perché “noi”, come tanti parrocchiani di buon cuore, l’abbiamo “accolto”. È qui perché lo prevede la LEGGE. Sissignora, la LEGGE e il DIRITTO. Che valgono per tutti, anche per i pluriomicidi o i torturatori di bambini – persino se turcomanni o africani o siriani, pensi un po’. È chiaro? Quel siriano, che ha commesso un gravissimo delitto, è qui perché NE HA DIRITTO. Come ogni criminale, stupratore, assassino, scioglitore di cristiani nell’acido, ‘ndranghetista o terrorista politico, sequestratore ITALIANO, ha diritto di stare in Italia, di essere processato senza tener conto se calabrese o piemontese, se vive di elemosine o lavora, se è a carico dello stato o autosufficiente.
La quasi-pena-di-morte
Passo al secondo virgolettato di Serrachiani. Dice che bisogna rispedire il profugo a casa sua, una volta che lo stesso abbia scontato la pena (“gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”). E qui si capiscono diverse cosette, che mette conto elencare.
a) Abbiamo detto che si tratta di un profugo – in questo caso, è una persona fuggita dalla Siria (presente Serracchiani: la Siria? La guerra bestiale che vi si combatte da anni? Prego cortesemente i miei lettori di fare uno sforzo, anche di immaginazione, per capire di cosa si parla quando oggi si dice “Siria”). Ora è evidente che rimandare un profugo in quel paese è metterlo in grave e concreto rischio di vita. Dunque, secondo l’ineffabile Serracchiani, una persona colpevole di stupro – purché non italiana e “accolta” come profuga – è meritevole di un sovrappiù di pena, di una sorta di pena di morte: la potremmo chiamare una pena-di-morte-probabile. E qui si tocca con mano il salvinismo, il suburrismo da Sturmabteilung, lo strillonismo della folla senza testa: Serracchiani pensa, o accarezza l’idea, che i reati vadano colpiti a seconda di quanto “facciano effetto” alla gente. Poco importa che esistano reati più gravi (la strage, l’omicidio seriale, lo stupro con omicidio e occultamento di cadavere… prosegua il lettore, la fantasia non gli farà difetto): lo stupro commesso dallo straniero ingrato deve essere punito con la pena massima, la morte (possibile). E tutto questo in un paese, il nostro, che la pena di morte dal codice penale, anche quello militare, l’ha tolta. Aggiungo, a scanso di equivoci, che anche nel caso di quelli che i salviniani e affini amano chiamare i “migranti economici”, che non sono in Italia in base a un diritto riconosciuto come i profughi, varrebbe lo stesso ragionamento: i loro reati sarebbero da punire come si puniscono quelli degli italiani, né più né meno. Infine vorrei far notare un piccolo, divertente paradosso: secondo il Serracchiani-pensiero gli immigrati irregolari e i clandestini, poiché non altrettanto benignamente “accolti” da “noi”, ma al contrario sfruttati, disprezzati, braccati, non dovrebbero essere rispediti in patria se condannati per stupro, non comunque perché condannati per stupro. Anzi, dovrebbero avere uno sconto di pena.
L’onore nazionale
Non sfugga un altro aspetto contenuto nelle dichiarazioni della politica friuliana: la gravità particolare del crimine sarebbe dovuta a una sorta di ingratitudine verso lo stato, la nazione, ma anche la comunità locale, che hanno “accolto” lo stupratore (Serracchiani evoca un presunto “senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza”). Ma lo stupro è un reato contro la persona, contro il singolo individuo – la donna – che lo subisce. La donna stuprata, lei in persona, è la vittima, non la famiglia, la nazione, l’onore, la religione, il senso della giustizia, la morale etc. Per comprendere bene questo punto, inviterei chi legge – e pure D. Serracchiani, se per avventura leggesse queste righe – a un altro esperimento mentale: se quel siriano avesse stuprato una sua connazionale, una profuga come lui? Magari sua sorella? O anche sua moglie? Sarebbe meno grave, Serracchiani? Potremmo processarlo, condannarlo, fargli scontare la pena ma tenercelo in Italia, Serracchiani? Che dici?
Accà nisciuno è fesso
Sopra ho scritto che sarei tornato sull’apparente natura neutrale, di resoconto osservativo, della prima parte della dichiarazione friulan-piddin-renziana. Il fatto è che le difese (auto- o eterodifese che siano) di Serracchiani sono facilmente prevedibili: si incentreranno (anzi, confido si siano, ormai, già incentrate) sulla precisazione che la stessa non avrebbe mai affermato che lo stupro commesso da un profugo sia più grave, ma che “risulta” così nel sentimento della gggente. Ecco: accà nisciuno è fesso, però. In primo luogo la proposta di “pena diversa e accessoria” ha smascherato che quel sentimento la nostra dirigente PD e governatrice friulana lo vuol trasformare in legge. Il compito del politico, di un politico che non condivida quella disgustosa e antigiuridica idea, sarebbe invece quello di dire: “italiani, so che siete indotti a pensare così e così, so che un’inveterata insensibilità verso leggi e diritti, correlativa a un pesante lascito di servilismo, vi fa sognare forche e ruote della tortura; ma questo non va bene, l’Italia è uno stato di diritto, che rispetta le convenzioni internazionali e la sua propria Costituzione.” In secondo luogo il gioco è chiaro, fin troppo scoperto: è quello del doppio registro per un doppio messaggio a un doppio destinatario. Chi deve capire quello redatto in codice salvinian-grillo-leghista capisce “dàlli al profugo”. Per gli altri arriveranno poi i non tanto sottili distinguo. Accà nisciuno è fesso. O, almeno, non tutti.

Pubblicato in Politica/Società | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento