Serracchiani emula leghisti e xenofobi

Ieri si è verificato un grave fatto di cronaca a Trieste: un uomo – un profugo siriano – ha stuprato una giovane donna.
La Presidente della regione Friuli nonché personalità di rilievo del gruppo dirigente del PD, Debora Serracchiani, ha rilasciato una dichiarazione, che sostanzialmente si articola in due parti:

1: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. (…)in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi.

2: “Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”.

Appena ne ho preso conoscenza l’ho giudicata gravemente sbagliata. Da ogni punto di vista: intellettuale in primo luogo, quindi anche politico ed etico. Ci ho pensato un po’ su, ne ho discusso con alcune persone, e l’ho accatastata nel sottoscala della memoria, in posizione di più o meno rapido smaltimento.
Almeno così credevo.
E invece no. La dichiarazione mi è tornata su come del cibo avariato e improvvidamente ingurgitato. Il giorno dopo – ossia oggi – a intervalli più o meno regolari tornavo a pensarci e a prenderci rabbia. È giocoforza liberarmi del bolo indigesto, dunque. Con una breve analisi.

I reati dei profughi sono più gravi
Comincio con la prima parte della citazione. Contiene l’affermazione che si percepisce più immediatamente come stonata, un pugno in pieno volto. La signora Serracchiani come niente fosse afferma che un reato – gravissimo, nel caso di specie – sarebbe più o meno grave a seconda di chi lo compie. Attenzione: non a seconda delle condizioni specifiche, esaminate e verificate nel singolo caso, sotto le quali il reato è compiuto – le circostanze che vanno ad aggravare o attenuare il reato. No: Serracchiani afferma proprio che la gravità del reato dipenderebbe dalla categoria – sociale, etnica, nazionale, di stato civile – alla quale appartiene il suo autore – in questo particolare caso, la categoria dei profughi. Per essere esatti, non dice che lo stupro è più grave se compiuto da un profugo, ma che “*risulta socialmente e moralmente* ancor più inaccettabile”. Eh già, scrive così – “risulta etc. etc.” – quasi la nostra Serracchiani non fosse, quale è, una personalità politica, non rivestisse ruoli di rilievo nelle istituzioni pubbliche e in un partito, ma fosse una semplice osservatrice, o una sociologa, o una fine analista del costume, una psicologa che sonda l’anima della comunità. Sta di fatto che da questi “sentimenti” sociali non prende le distanze, si limita a enunciarli. Ma su questo si veda infra. Aggiungo qui solo, per meglio mettere in luce, se ce ne fosse bisogno, l’assurdità di questa affermazione, l’invito a sostituirla mentalmente con quest’altra, logicamente equivalente: “lo stupro commesso da un italiano risulta socialmente e moralmente meno inaccettabile”. Donne, se vi capita di esser stuprate da un italiano, la Serracchiani vi dà una irrefragabile ragione di tirare un respiro di sollievo: poteva andare peggio, poteva essere un profugo.

Il diritto, questo sconosciuto
Restando sulla prima parte della dichiarazione, si noti come l’esser profugo è espresso con una circonlucozione: “chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. Serracchiani vuole, è evidente, rendere più “calda” la sua allocuzione, apparentemente più stringente, ma in realtà solo più emotivamente colorata, la tesi della “maggior riprovabilità morale” del crimine di siriana fattura. «Ma come, “noi” ti accogliamo e tu “ci” ripaghi così? Sei qui perché siamo sensibili buoni e accoglienti e tu delinqui?» Bene, sta bene: signora Serracchiani, la mozione delle viscere si fa così, non c’è dubbio. Chi è Salvini al tuo cospetto?
E invece no, non sta bene manco per niente. Lei non è, o non dovrebbe essere, una egutturatrice di egutturemi da suburra; non è o non dovrebbe essere un’Erinni biascicante mugugni razzistoidi. Lei ha responsabilità istituzionali, alte responsabilità istituzionali. E dovrebbe sapere, e far sapere, diffondere, spiegare, che un profugo non è qui perché “noi”, come tanti parrocchiani di buon cuore, l’abbiamo “accolto”. È qui perché lo prevede la LEGGE. Sissignora, la LEGGE e il DIRITTO. Che valgono per tutti, anche per i pluriomicidi o i torturatori di bambini – persino se turcomanni o africani o siriani, pensi un po’. È chiaro? Quel siriano, che ha commesso un gravissimo delitto, è qui perché NE HA DIRITTO. Come ogni criminale, stupratore, assassino, scioglitore di cristiani nell’acido, ‘ndranghetista o terrorista politico, sequestratore ITALIANO, ha diritto di stare in Italia, di essere processato senza tener conto se calabrese o piemontese, se vive di elemosine o lavora, se è a carico dello stato o autosufficiente.
La quasi-pena-di-morte
Passo al secondo virgolettato di Serrachiani. Dice che bisogna rispedire il profugo a casa sua, una volta che lo stesso abbia scontato la pena (“gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena”). E qui si capiscono diverse cosette, che mette conto elencare.
a) Abbiamo detto che si tratta di un profugo – in questo caso, è una persona fuggita dalla Siria (presente Serracchiani: la Siria? La guerra bestiale che vi si combatte da anni? Prego cortesemente i miei lettori di fare uno sforzo, anche di immaginazione, per capire di cosa si parla quando oggi si dice “Siria”). Ora è evidente che rimandare un profugo in quel paese è metterlo in grave e concreto rischio di vita. Dunque, secondo l’ineffabile Serracchiani, una persona colpevole di stupro – purché non italiana e “accolta” come profuga – è meritevole di un sovrappiù di pena, di una sorta di pena di morte: la potremmo chiamare una pena-di-morte-probabile. E qui si tocca con mano il salvinismo, il suburrismo da Sturmabteilung, lo strillonismo della folla senza testa: Serracchiani pensa, o accarezza l’idea, che i reati vadano colpiti a seconda di quanto “facciano effetto” alla gente. Poco importa che esistano reati più gravi (la strage, l’omicidio seriale, lo stupro con omicidio e occultamento di cadavere… prosegua il lettore, la fantasia non gli farà difetto): lo stupro commesso dallo straniero ingrato deve essere punito con la pena massima, la morte (possibile). E tutto questo in un paese, il nostro, che la pena di morte dal codice penale, anche quello militare, l’ha tolta. Aggiungo, a scanso di equivoci, che anche nel caso di quelli che i salviniani e affini amano chiamare i “migranti economici”, che non sono in Italia in base a un diritto riconosciuto come i profughi, varrebbe lo stesso ragionamento: i loro reati sarebbero da punire come si puniscono quelli degli italiani, né più né meno. Infine vorrei far notare un piccolo, divertente paradosso: secondo il Serracchiani-pensiero gli immigrati irregolari e i clandestini, poiché non altrettanto benignamente “accolti” da “noi”, ma al contrario sfruttati, disprezzati, braccati, non dovrebbero essere rispediti in patria se condannati per stupro, non comunque perché condannati per stupro. Anzi, dovrebbero avere uno sconto di pena.
L’onore nazionale
Non sfugga un altro aspetto contenuto nelle dichiarazioni della politica friuliana: la gravità particolare del crimine sarebbe dovuta a una sorta di ingratitudine verso lo stato, la nazione, ma anche la comunità locale, che hanno “accolto” lo stupratore (Serracchiani evoca un presunto “senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza”). Ma lo stupro è un reato contro la persona, contro il singolo individuo – la donna – che lo subisce. La donna stuprata, lei in persona, è la vittima, non la famiglia, la nazione, l’onore, la religione, il senso della giustizia, la morale etc. Per comprendere bene questo punto, inviterei chi legge – e pure D. Serracchiani, se per avventura leggesse queste righe – a un altro esperimento mentale: se quel siriano avesse stuprato una sua connazionale, una profuga come lui? Magari sua sorella? O anche sua moglie? Sarebbe meno grave, Serracchiani? Potremmo processarlo, condannarlo, fargli scontare la pena ma tenercelo in Italia, Serracchiani? Che dici?
Accà nisciuno è fesso
Sopra ho scritto che sarei tornato sull’apparente natura neutrale, di resoconto osservativo, della prima parte della dichiarazione friulan-piddin-renziana. Il fatto è che le difese (auto- o eterodifese che siano) di Serracchiani sono facilmente prevedibili: si incentreranno (anzi, confido si siano, ormai, già incentrate) sulla precisazione che la stessa non avrebbe mai affermato che lo stupro commesso da un profugo sia più grave, ma che “risulta” così nel sentimento della gggente. Ecco: accà nisciuno è fesso, però. In primo luogo la proposta di “pena diversa e accessoria” ha smascherato che quel sentimento la nostra dirigente PD e governatrice friulana lo vuol trasformare in legge. Il compito del politico, di un politico che non condivida quella disgustosa e antigiuridica idea, sarebbe invece quello di dire: “italiani, so che siete indotti a pensare così e così, so che un’inveterata insensibilità verso leggi e diritti, correlativa a un pesante lascito di servilismo, vi fa sognare forche e ruote della tortura; ma questo non va bene, l’Italia è uno stato di diritto, che rispetta le convenzioni internazionali e la sua propria Costituzione.” In secondo luogo il gioco è chiaro, fin troppo scoperto: è quello del doppio registro per un doppio messaggio a un doppio destinatario. Chi deve capire quello redatto in codice salvinian-grillo-leghista capisce “dàlli al profugo”. Per gli altri arriveranno poi i non tanto sottili distinguo. Accà nisciuno è fesso. O, almeno, non tutti.

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Pausa bizantina

Una discussione abilmente immaginata da Luigi Malerba; si trova nel suo romanzo Il fuoco greco. La reggente Teofane (è lo stesso Malerba a scegliere la forma maschile del nome, la femminile essendo Teofano) dà un pranzo il cui invitato di rilievo è l’ambasciatore dell’emiro di Mosul e Aleppo, e i commensali – alti burocrati, cortigiani, dotti – si impegnano in un dialogo su Aristotele e la fede cristiana, sull’infinito e altri sublimi – o comiche – bizantinerie.

Dando di piglio a salsicce e arrosti, i contendenti, evidentemente ristorate le forze e l’umore a mezzo dell’ingollare e deglutire, emettono concetti, lemmi, sillogismi nella gelida, aurea, ierofanica atmosfera.

Mette conto trascrivere la pagina:

Era una sera gelida di febbraio dell’anno 962 e quando gli ospiti presero posto ai tavoli della Sala del Triclinio trovarono che la superficie dell’acqua versata dai coppieri nei calici d’argento era coperta da un leggero strato di ghiaccio. (…)

Il fior fiore della cultura bizantina era stato reclutato per questo pranzo che, seguendo una tradizione instaurata da Costantino VII, veniva dedicato una volta ogni mese a un filosofo, a un poeta o a uno storico della Antichità Classica. Quella sera era stato scelto come argomento della conversazione il filosofo greco Aristotele.

Mentre si mangiavano arrosti di capretto, salsicce di oca farcite di aglio e cipolla, prosciutti di cinghiale e petti di pavone, si discuteva se quella di Aristotele fosse vera filosofia, se la vera filosofia coincida sempre con la vera religione come fonte di verità e, di conseguenza, se un vero cristiano potesse accettare le proposizioni filosofiche dell’Ateniese. A quel tempo Aristotele non era stato ancora assimilato alla cultura cristiana e la conversazione era arrivata a un punto delicato e controverso.

«Se anche vogliamo riconoscere nel Motore Immobile del filosofo ateniese una immagine di Dio, come pretendono in molti,» disse il Teologo di Corte «non si capisce perché Dio debba essere immobile. Il principio della divinità, al contrario, è mobile per eccellenza e i suoi attributi dovrebbero essere semmai la fluidità aerea, l’infinità espansiva, la velocità.»

Sulla velocità di Dio intervenne il Matematico.

«La velocità può essere un attributo divino solo se è assoluta, e su questo credo che non si possa dubitare. Ma la velocità assoluta significa che il Soggetto è già arrivato nel momento stesso in cui è partito.»

Il Kuropalata Leone Foca si irrigidì per un istante, depose nel piatto la salsiccia d’oca che stava per addentare, e intervenne nella discussione sulla velocità di Dio.

«La questione è dura da risolvere perché l’affermazione dell’illustre Matematico smentirebbe il principio di non-contraddizione già formulato da Anassagora e assunto in seguito proprio da Aristotele come uno dei cardini della logica.»

«Aristotele è un filosofo pagano» rispose subito il Teologo «e perciò, quando parliamo degli attributi del Dio dei Cristiani, possiamo tranquillamente contraddire la sua logica. Converrà piuttosto tener conto di Proclo che nella sua Institutio theologica afferma che l’esistenza del Primo Motore Immobile rende necessaria anche l’esistenza di ciò che si muove, vale a dire di ciò che è mosso dal Primo Motore. Infatti ogni Ente o è immobile, o mobile di per sé, o mobile per altrui impulso. Da ciò è manifesto che ad imprimere impulsi al moto può essere soltanto Colui che Aristotele chiama il Motore Immobile. Il vostro discorso non tiene conto che l’Immobile muove qualcosa che gli è estraneo, ma non può avere il limite della immobilità in quanto comprende in se stesso anche gli altri Enti e perciò va catalogato come semovente. In questo caso il movimento è pura espansione che non comporta luogo di partenza e luogo di arrivo e perciò la velocità, che ho citato come attributo divino, si esercita nel corpo stesso dell’Ente Supremo impropriamente identificato nel Motore Immobile di Aristotele. Se invece vogliamo condizionare questo attributo della velocità ad altri attributi in una sequenza necessariamente infinita, allora stiamo discutendo della scienza del nulla, come dice Proclo, e meglio sarebbe tacere come ci impone la fede.»

Leone Foca volle ancora introdursi nella conversazione temendo che la serata si riducesse a un dialogo fra il Matematico e il Teologo, i quali si fronteggiavano con l’apparente compostezza di chi sa di poter contare su una grande riserva di argomentazioni e sull’attenzione dei commensali.

«Non mi sembra elegante» disse Leone Foca «introdurre la fede in argomenti che stavamo trattando secondo i principi della logica.»

«Ho detto soltanto che la fede in qualche caso impone di tacere, soprattutto quando si pronunciano commenti come il vostro che non sono improntati né alla logica né all’eleganza.»

Leone Foca rimase offeso e frastornato dalla risposta del Teologo di Corte, e non ebbe il tempo di riordinare le idee e di rispondere perché il Matematico riprese il dialogo con il Teologo deponendo il coltello con il quale stava tagliando un abbondante pezzo di capretto arrostito.

«La nozione di spazio, secondo voi, è ammessa nei Cieli popolati dagli Enti immobili, mobili o semoventi?»

Alla domanda, carica di pungente ironia, rispose il Teologo con la sua flemma abituale.

«Mi pare che il centro del nostro discorso fosse l’Onnipotente o, se preferite, il Motore Immobile e non lo spazio riservato agli Enti che da esso derivano e da esso dipendono.»

«Intendevo parlare proprio del Supremo fra tutti gli Enti» disse il Matematico «o, sempre per usare il linguaggio del filosofo ateniese, del Motore Immobile. Se volete posso formulare di nuovo la domanda in questo modo: la nozione di spazio è ammessa dall’Onnipotente? E, insieme alla nozione di spazio, è ammessa la geometria con le sue forme, per esempio la sfera che fra tutte le forme è la più perfetta?»

«La nozione di spazio è ammessa necessariamente dall’Onnipotente per quanto riguarda gli Enti che da esso derivano e da cui sono mossi, ma per quanto riguarda lo stesso Ente Supremo diciamo che comprende tutti gli altri spazi e le relative geometrie in uno spazio infinito.»

«Uno spazio infinito, secondo la geometria di Euclide, è composto di un numero infinito di punti, ma pur sempre di punti, distinti l’uno dall’altro. Mi seguite?»

Ho capito che cosa volete intendere: che da un punto all’altro si possono stabilire dei percorsi e che questi si possono coprire più o meno velocemente. Ma io vi rispondo che l’Ente Supremo già occupa tutti questi punti e quindi non è dato stabilire dei percorsi e tanto meno delle velocità relative.»

Nella Sala del Triclinio l’aria gelida si era fatta di ghiaccio e i commensali avevano smesso perfino di masticare per non perdere nemmeno una parola della contesa tra il Teologo e il Matematico.

«I filosofi cristiani parlano spesso della sfera celeste. Nemmeno nel caso della sfera è dato stabilire dei punti differenziati? Se si ammette la forma di sfera bisogna ammettere anche uno spazio delimitato da una superficie. Siete d’accordo almeno su questo?»

«Certamente,» rispose il Teologo «secondo la geometria di Euclide.»

«Esiste anche una geometria celeste diversa da quella euclidea? Forse siete sul punto di dirmi che secondo questa nuova scienza delle forme esiste una sfera infinita che si identifica con l’Ente Supremo. Non credete che le forme geometriche, compresa la sfera, siano proprio un modo di combattere l’idea di infinito, questo assoluto male metafisico che opera nel cosmo seminandovi il caos?»

«Se dite che questa idea semina il caos nella mente umana sono d’accordo con voi, ma se parlate del cosmo devo pensare che considerate Dio un assoluto male metafisico, un seminatore di caos.»

«Ho parlato di idea e una idea può seminare il caos solo nel cosmo immaginato dalla mente umana. Mi sembrava che non ci fosse possibilità di equivoco, ma ho l’impressione che con i vostri sofismi maliziosi vogliate sfuggire alla domanda se può esistere o no una sfera infinita.»

«Vi ho già risposto.»

«Io non intendo la sfera di cui parla Euclide, ma quella di cui parlano i nostri filosofi cristiani.»

«La sfera celeste è una elegante metafora e voi sapete che le metafore non occupano spazio né hanno una superficie e perciò male si adattano ad essere misurate e rinchiuse in una forma geometrica.»

Il Matematico capì che non avrebbe potuto proseguire la discussione senza inoltrarsi pericolosamente nell’area del dubbio teologico.

«Dopo avere studiato per tanti anni la geometria euclidea sarò felice se nelle prossime settimane vorrete erudirmi intorno alla geometria celeste sulla quale, confesso, le mie cognizioni sono assai scarse.»

A questo punto il Teologo dedicò tutta la sua attenzione alla trancia di capretto arrosto che aveva sul piatto.

I commensali capirono dunque che non avrebbe replicato alla provocazione ironica del suo interlocutore e che la sfera, così chiusa e compatta come forma geometrica, si era ormai dissolta in una nuvoletta retorica.

[Lugi Malerba, Il fuoco greco, 1990]

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Hegeliani in agguato presso la Linea Gotica

Il molto deprecato/osannato Robert Conquest, per i più l’autore de Il grande terrore, studioso sino alla ossessione di Stalin e delle nefandezze del suo regime, ha avuto molti meriti, soggettivi e oggettivi.
E tuttavia non si astenne dallo scrivere queste righe (Il secolo delle idee assassine, Milano, Mondadori, p. 79), dal sicuro effetto comico:

Gentile fu non solo filosofo di vaglia, ma anche un fedele fascista, fino a quando, nel 1944, fu assassinato dai fautori di una diversa interpretazione di Hegel.

Ora, Giovanni Gentile è stato ammazzato come un cane sotto casa sua: ma si sa, erano tempi tragici, aveva aderito alla RSI, eccetera eccetera. Poi divenne il simbolo della scuola classista e retorica, nonché il responsabile dell’italica ignoranza delle scienze e soprattutto della, sempre italica, avversione alla “mentalità scientifica”. Accusa insieme vuota e priva non solo di pietas storiografica, ma anche di utilità diagnostica e pragmatica verso la situazione presente e futura – a parte il fatto terra terra che gli abusanti compulsivi dell’aggettivo “gentiliano/a” la famosa riforma della scuola si direbbe non sappiano proprio in cosa sia consistita. Quindi è incappato nelle maglie delle ricostruzioni del passato in stile spy story tanto care a Luciano Canfora, per tacere di voluminose e suggestive ricostruzioni ad opera di illustri professori di psicologia in pensione: l’assassinio politico tira sempre. E grazie a Conquest si scopre che nei pressi della Linea Gotica c’era una banda di hegeliani nemici che gli ha fatto la posta e poi la festa.

Sarà arrivato il tempo di smettere di offendere non tanto lui e la sua memoria, quanto i principi del corretto lavoro storiografico, e di lasciare Gentile alle cure di chi ne sa qualcosa?

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Del “meno peggio”, del “tanto peggio, tanto meglio”, e della puerizia prepolitica

Come accade in prossimità delle elezioni (specie politiche), anche con l’approssimarsi di questo referendum (che si chiama referendum, ma di fatto è un voto politico – spesso prepoliticamente motivato), tocca sorbirsi la seguente, intelligente – oh, quanto intelligente, sottile, originale, acuta, vera – raffinatezza dialettica:

«NON INTENDO VOTARE IL MENO PEGGIO! Sono stufo di votare sotto ricatto, pressato dalla minaccia del pessimo. Si vota il meno peggio e questo si solidifica in eterno, e infatti guarda dov’è finita l’Italia a furia di chinare la testa o turarsi il naso etc. etc.»

Perdìo, questo sì che è un bel parlare! Ora, non faccio questioni di chi in questi giorni sento/vedo promuovere questa nuovissima e invincibile argomentazione. Anche perché il referente dell’espressione “meno peggio” cambia a seconda delle valutazioni, delle opinioni, della collocazione politica etc. del proponente. Faccio solo notare quanto segue.

1) il “meno peggio” è “meglio” di ciò di cui, appunto, è meno peggio. A ben vedere, l’espressione non è grammaticale: forse, a furia di ripeterla, non la si “sente” tale a orecchio. Ma basti pensare che ciò di cui il meno peggio è meno peggio, sarebbe il “più peggio”: e questa espressione suona stonata, no? Facciamo allora i bravi, armiamoci di carità interpretativa, e intendiamola come la si vuole intendere.
2) E in realtà “il meno peggio” non significa altro che “il migliore”. Ci sono due opzioni, entrambe cattive. Tocca fare una scelta (è quello che si chiama “dilemma”), e i casi sono due: o le opzioni sono egualmente cattive, o una è peggiore dell’altra. Per sottolineare che sono entrambe cattive, e dunque non ci piace propriamente nessuna delle due, e che se potessimo non sceglieremmo né l’una, né l’altra, chiamiamo la migliore “la meno peggio”. Ma di fatto non è, appunto, che la migliore tra le due.
3) Dunque chi dice di non voler votare “il meno peggio” dice di non voler votare “il migliore”.
4) Ora, che cosa significa che tra due opzioni (o n opzioni, continuo con due per semplicità), una è la migliore? Semplice, significa che è quella che il soggetto che deve operare la scelta preferisce, ossia che è quella che, di fatto, messo di fronte al compito di scegliere, sceglie. “Scegliere”, se si tratta di elezioni, si scrive “votare”. Allora “il migliore” altri non è che colui che viene votato. Per definizione. Ergo chi scrive “non voto il meno peggio”, scrive “non voto il migliore” che equivale a “non voto quello che voto”. Contraddizione.
5) Ma noi siamo caritatevoli, quindi non attribuiamo agli altri stupidità, pensiero contraddittorio e simili. Dunque dobbiamo modificare qualche passaggio. L’unica possibilità di non riscontrare nella frase “non voto il meno peggio” una crassa contraddizione, sembra essere di intendere l’espressione “il meno peggio” nel senso di “il meno peggio ora e per un certo tempo”, ossia “migliore ora e per un certo tempo”.
6) “Non voto chi/ciò che è il migliore ora e per un certo tempo” è allora possibile (non contraddittorio) se (e mi pare: solo se) si ritiene che votare il migliore di ora precluda qualcosa di ancora migliore. Siccome per ipotesi questo qualcosa ora non c’è, lo si deve pensare come un migliore futuro.
7) Allora “non voto per il migliore di ora” deve essere pensato equivalente, sotto quelle ipotesi, a “voto per il migliore di domani”.
8) Con la 7) evitiamo di considerare i “non votanti il meno peggio” gente che si contraddice, e ci siamo guadagnati dei punti bontà. Tuttavia la tesi che una scelta migliore oggi impedisca una situazione sensibilmente migliore domani, equivale a dire che la scelta peggiore oggi non precluda tale futuro bene maggiore. Il peggio pare rendere possibile, se non procurare, il meglio. Allora, slogan per slogan, chi “non vota il meno peggio” è per il “tanto peggio, tanto meglio”. Che non è uno slogan molto rassicurante, per tante ragioni, anche storiche.

Un’ultima osservazione, di natura psicologica, quasi psicoanalitica: ma perché sarebbe così indegno scegliere il migliore tra due o più partiti politici, o anche leader, che non ci piacciono? Perché non andrebbe bene scegliere il male minore? Si potrebbe infatti sostenere questo, che è meglio astenersi che votare in queste condizioni perché l’essere le due opzioni entrambi sgradevoli “domina” su qualunque altra considerazione, assumendo un valore morale. Rispondo che il voto non è un atto attraverso il quale si realizza il Sé. Che il leader che si vota non è papà nostro, né deve essere lo specchio in cui narcisisticamente rifletterci. Non dobbiamo sposarci con il nostro eletto. Non deve rappresentare la nostra persona, né tutte le nostre preferenze, nemmeno quelle politiche. Il voto adulto è consapevolmente una scelta di compromesso, fatta di calcoli si spera il più corretti (razionali) possibili.

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Un nuovo libro sulla (storia della) logica medioevale

It’s been I-don’t-know-how-many-years in the making, but the fruits of Stephen Read and Catarina Dutilh Novaes’s work is now available: The Cambridge Companion to Medieval Logic. The book is divided into two parts. The first part is temporally organized, focusing on periods and traditions. The chapters in this section cover: The Legacy of Ancient Logic […]

via Cambridge Companion to Medieval Logic — Medieval Logic & Semantics

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Rino Faranda, in memoriam

Ricordo ancora la prima volta che intesi il nome di Giorgio Pasquali: fu quando, abbassando un po’ il tono della voce in segno di ammirazione e rispetto, il prof. Rino Faranda, allora mio insegnante di greco e latino in prima liceo – lo fu solo per quell’anno, l’ultimo della sua carriera lavorativa -, mi segnalò, quale grandissimo libro, la Storia della tradizione e critica del testo.
Oggi avevo per le mani questo monumento di erudizione e intelligenza, e naturalmente è affiorato il ricordo di chi me ne ha fatto conoscere l’esistenza: il prof. Faranda era – purtroppo da alcuni anni non è più a questo mondo – un profondo conoscitore delle lingue classiche, un raffinato traduttore (ricordo, tra le sue pubblicazioni, le edizioni di Valerio Massimo e Quintiliano nella collana dei classici latini della UTET), e non solo. A lui come a pochi (forse un paio, nella mia esperienza complessiva di studente, liceale e universitario) si addice un passo della Prefazione a quel libro, che voglio qui sotto riportare.

(…) venticinque anni di esperienza magistrale mi hanno insegnato che i giovani e più i migliori odiano l’insegnamento catechistico e predicatorio (cioè il manuale parlato), mentre prendono interesse alla lezione, se il professore, rifacendo dinanzi a loro il proprio ragionamento, presentandolo alla loro critica, li chiama a partecipare al proprio lavoro d’indagine. Maestri che ascoltano la propria voce e non si curano di quel che gli scolari pensino, di come ragionino, sono meritamente derisi e dispregiati.

 
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Frammenti

Socrate: «Riguardo queste cose, dunque, ti posso, se vuoi, raccontare quel che è capitato a me… (ἐγὼ οὖν σοι δίειμι περὶ αὐτῶν, ἐὰν βούλῃ, τά γε ἐμὰ πάθη)».

Nietzsche: «Sguardo all’indietro. – Raramente, fintantoché ci siamo dentro, siamo consapevoli del pathos peculiare di un periodo della vita come di un pathos, ma pensiamo sempre che quella sia ormai l’unica condizione razionale possibile per noi, e dunque che si tratti di ethos e non di pathos, per parlare e distinguere come i Greci. Un paio di accordi musicali mi hanno oggi riportato alla memoria un inverno e una casa e una vita in solitudine estrema, e al tempo stesso il sentimento nel quale allora vivevo: – credevo di poter continuare a vivere così eternamente. Ora però comprendo che era in tutto e per tutto pathos e passione, una cosa accostabile a questa musica dolorosamente coraggiosa e consolantemente sicura, – roba questa che non si può avere per anni o addirittura per eternità: per questo pianeta si diverrebbe troppo “ultraterreni”. (Rückblick. – Wir werden uns des eigentlichen Pathos jeder Lebensperiode selten als eines solchen bewusst, so lange wir in ihr stehen, sondern meinen immer, es sei der einzig uns nunmehr mögliche und vernünftige Zustand und durchaus Ethos, nicht Pathos – mit den Griechen zu reden und zu trennen. Ein paar Töne von Musik riefen mir heute einen Winter und ein Haus und ein höchst einsiedlerisches Leben in’s Gedächtniss zurück und zugleich das Gefühl, in dem ich damals lebte: – ich meinte ewig so fortleben zu können. Aber jetzt begreife ich, dass es ganz und gar Pathos und Leidenschaft war, ein Ding, vergleichbar dieser schmerzhaft-muthigen und trost-sichern Musik, – dergleichen darf man nicht auf Jahre oder gar auf Ewigkeiten haben: man würde für diesen Planeten damit zu “überirdisch”.)»

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