Un nuovo libro sulla (storia della) logica medioevale

It’s been I-don’t-know-how-many-years in the making, but the fruits of Stephen Read and Catarina Dutilh Novaes’s work is now available: The Cambridge Companion to Medieval Logic. The book is divided into two parts. The first part is temporally organized, focusing on periods and traditions. The chapters in this section cover: The Legacy of Ancient Logic […]

via Cambridge Companion to Medieval Logic — Medieval Logic & Semantics

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Rino Faranda, in memoriam

Ricordo ancora la prima volta che intesi il nome di Giorgio Pasquali: fu quando, abbassando un po’ il tono della voce in segno di ammirazione e rispetto, il prof. Rino Faranda, allora mio insegnante di greco e latino in prima liceo – lo fu solo per quell’anno, l’ultimo della sua carriera lavorativa -, mi segnalò, quale grandissimo libro, la Storia della tradizione e critica del testo.
Oggi avevo per le mani questo monumento di erudizione e intelligenza, e naturalmente è affiorato il ricordo di chi me ne ha fatto conoscere l’esistenza: il prof. Faranda era – purtroppo da alcuni anni non è più a questo mondo – un profondo conoscitore delle lingue classiche, un raffinato traduttore (ricordo, tra le sue pubblicazioni, le edizioni di Valerio Massimo e Quintiliano nella collana dei classici latini della UTET), e non solo. A lui come a pochi (forse un paio, nella mia esperienza complessiva di studente, liceale e universitario) si addice un passo della Prefazione a quel libro, che voglio qui sotto riportare.

(…) venticinque anni di esperienza magistrale mi hanno insegnato che i giovani e più i migliori odiano l’insegnamento catechistico e predicatorio (cioè il manuale parlato), mentre prendono interesse alla lezione, se il professore, rifacendo dinanzi a loro il proprio ragionamento, presentandolo alla loro critica, li chiama a partecipare al proprio lavoro d’indagine. Maestri che ascoltano la propria voce e non si curano di quel che gli scolari pensino, di come ragionino, sono meritamente derisi e dispregiati.

 
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Frammenti

Socrate: «Riguardo queste cose, dunque, ti posso, se vuoi, raccontare quel che è capitato a me… (ἐγὼ οὖν σοι δίειμι περὶ αὐτῶν, ἐὰν βούλῃ, τά γε ἐμὰ πάθη)».

Nietzsche: «Sguardo all’indietro. – Raramente, fintantoché ci siamo dentro, siamo consapevoli del pathos peculiare di un periodo della vita come di un pathos, ma pensiamo sempre che quella sia ormai l’unica condizione razionale possibile per noi, e dunque che si tratti di ethos e non di pathos, per parlare e distinguere come i Greci. Un paio di accordi musicali mi hanno oggi riportato alla memoria un inverno e una casa e una vita in solitudine estrema, e al tempo stesso il sentimento nel quale allora vivevo: – credevo di poter continuare a vivere così eternamente. Ora però comprendo che era in tutto e per tutto pathos e passione, una cosa accostabile a questa musica dolorosamente coraggiosa e consolantemente sicura, – roba questa che non si può avere per anni o addirittura per eternità: per questo pianeta si diverrebbe troppo “ultraterreni”. (Rückblick. – Wir werden uns des eigentlichen Pathos jeder Lebensperiode selten als eines solchen bewusst, so lange wir in ihr stehen, sondern meinen immer, es sei der einzig uns nunmehr mögliche und vernünftige Zustand und durchaus Ethos, nicht Pathos – mit den Griechen zu reden und zu trennen. Ein paar Töne von Musik riefen mir heute einen Winter und ein Haus und ein höchst einsiedlerisches Leben in’s Gedächtniss zurück und zugleich das Gefühl, in dem ich damals lebte: – ich meinte ewig so fortleben zu können. Aber jetzt begreife ich, dass es ganz und gar Pathos und Leidenschaft war, ein Ding, vergleichbar dieser schmerzhaft-muthigen und trost-sichern Musik, – dergleichen darf man nicht auf Jahre oder gar auf Ewigkeiten haben: man würde für diesen Planeten damit zu “überirdisch”.)»

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Il «senso storico» e i «professionali della filosofia»

Teoria e storia della storiografia, quarto volume della crociana «Filosofia dello spirito», ha un secolo, anzi centouno anni, dal momento che apparve nel 1915 (in tedesco, presso l’editore Mohr di Tübingen).
Mette conto rileggere Croce; o meglio, leggerlo, conoscerlo. Per la sua prosa, va da sé. Ma non solo, e non soprattutto. Spiace assai sentirne bascicare il nome da chi, è evidentissimo, nulla ne sa e nulla di lui ha letto. Se non altro lo si nomina – citarlo sarebbe troppa grazia! – di rado; anche se – e, di nuovo, la cosa spiace assai -, sempre nel contesto di querimonie o polemiche del tutto inessenziali e bambinesche sul ruolo nefasto che Croce, ritratto nei panni di paladino della tradizione umanistica di stampo retorico e antiscientifico, avrebbe svolto nella storia e nella cultura italiana. Quella poi di Croce spregiatore de “La Scienza”, e ostacolatore dei suoi progressi e della sua diffusione in Italia, è una immagine che fa dittico con quell’altra, di Croce non solo conservatore, ma antiilluminista al limite dell’oscurantismo, reazionario se non quasi-fascista.
Dai «Marginalia», che integrano il testo di Teoria e storia della storiografia a partire dalla terza edizione (1927), mi piace riportare questa considerazione (Croce si riferisce qui, come a uno dei “professionali della filosofia”, a Carabellese):

La mancanza di senso storico, di visione e interpretazione storica (…), è cosa solita nelle disquisizioni dei professionali della filosofia, e conferisce ad esse per gran parte quel tono loro proprio di sermo inopportunus, di critiche in aria, di risposte che non si legano alle domande.

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Nere primavere

In occasione dell’evento astronomico e civile – qualificato cioè dall’incrocio di fatti e norme, le une ad adattare, organare per non dire contraffare gli altri – noto come “inizio della Primavera”, propongo una piccola, non scevra di arbitrio, antologia. Una scelta daltonica, dacché come è noto la primavera è verde, luminosa, rosa tutt’al più o biancheggiante di gemme; di certo d’ogni colore è suscettibile fuorché del nero. Il quale poi, come è noto, propriamente nemmeno è un colore.

Il pensiero di una primavera “nera” non è peraltro appannaggio dell’alta cultura: fa mostra di sé già nel titolo di una concettosa – a modo suo – e orripilante canzone sanremica di Loretta Goggi, che nel 1981 vociferava le sue rampogne all’indirizzo della “Maledetta primavera”. Ma ciò sia detto solo per amor di una qualche completezza: mi esimo dall’occasionare, in me o in altri, ulteriori maledizioni linkando la canzone (musica e/o testo) o soffermandomici oltre.

Apro la sequenza con un brano schopenhaueriano di Tolstoj:

Al margine della strada si alzava una quercia: probabilmente dieci volte più vecchia delle betulle che formavano il bosco, ed era dieci volte più grossa, due volte più alta di qualsiasi betulla. Era una quercia enorme, ci sarebbero volute le braccia di due uomini per cingerla tutta. Aveva qualche ramo spezzato, già da molto tempo, e la corteccia, là dove era stata ferita, appariva ricoperta di vecchie escare. Con le braccia e le dita enormi, goffe, contorte, asimmetricamente divaricate, se ne stava come un vecchio mostro sprezzante e iracondo in mezzo alle betulle sorridenti. Solo i piccoli abeti, col loro spento sempreverde, sparsi per il bosco, solo la vecchia quercia non volevano cedere al fascino della primavera; si ostinavano a ignorarla e ad ignorare il sole.
«Primavera, amore, felicità!» sembrava dire quella quercia. «Come fate a non esser sazi di questa stolida, ingannevole illusione? È sempre la stessa cosa, sempre lo stesso imbroglio! Non c’è primavera, non c’è sole, non c’è felicità. Guardate quegli abeti: se ne stanno lì schiacciati, morti, sempre uguali; guardate me che tengo divaricate le mie dita spezzate, scorticate, dovunque mi sono cresciute, dalla groppa, dai fianchi. Come mi sono cresciute così me ne sto eretta, e non credo alle vostre speranze, ai vostri inganni.»
Il principe Andrej si volse varie volte a guardare la quercia mentre attraversava il bosco, come se da lei si attendesse qualcosa. Anche ai piedi della quercia crescevano fiori ed erba; eppure essa vi sorgeva in mezzo immobile e corrucciata, mostruosa e testarda.
«Sì, ha ragione, questa quercia: ha mille volte ragione,» pensava il principe Andrej. «Lasciamo che gli altri, i giovani, si abbandonino pure a questo inganno, ma noi la vita la conosciamo, la nostra vita è finita!» E in relazione a quella quercia sorse nell’anima del principe Andrej una nuova ondata di pensieri senza speranza, e tuttavia di una dolce mestizia. Durante quel viaggio fu come se egli riesaminasse in modo nuovo tutta la sua vita e pervenisse alla stessa conclusione di prima, tranquillante e senza speranza; non doveva più intraprendere nulla di nuovo, doveva solo continuare a vivere senza far del male, senza agitarsi e senza più nulla desiderare. [Lev Tolstoj, Guerra e pace, (Libro II, Parte III, cap. I)].

A riprova che varia e in sé discordante è la tradizione della “primavera nera”, valga il seguente testo sartriano, che dall’orrore per la crudeltà del Wille zum Leben vuol distinguere, consapevolente, e alla stessa consapevolmente opporre, il senso della sazietà di fronte a quell’indigesta e indigeribile, anche perché inesauribile-inassimilabile, mensa che è il mondo:

Quegli alberi, quei gran corpi sgraziati… Mi son messo a ridere poiché d’un tratto ho pensato alle formidabili primavere che si descrivono nei libri, piene di spaccature, dì scoppi, di sbocci giganteschi. C’erano imbecilli che venivano a parlarvi di volontà di potenza e di lotta per la vita. Si vede che non avevano mai guardato una bestia né un albero. Quel platano, con le sue macchie di tigna, quella quercia mezza fradicia, avrebbero voluto gabellarmele per giovani forze violente che zampillavano verso il cielo. E quella radice? Senza dubbio avrei dovuto rappresentarmela come un artiglio vorace che squarciava la terra, per strapparle il suo nutrimento?
Impossibile veder le cose a quel modo. Delle mollezze, delle debolezze, questo sì. Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un affloscia-mento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe. Non avevano voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco. E allora facevano tutte le loro piccole funzioni, pianamente, senza slancio: la linfa saliva lentamente entro i vasi, controvoglia, e le radici s’affondavano lentamente nella terra. Ma ad ogni momento sembravano sul punto di piantar tutto lì e annullarsi. Stanchi e vecchi, continuavano ad esistere, di malavoglia, semplicemente perché erano troppo deboli per morire, perché la morte poteva venir loro solo dall’esterno: solo le arie musicali sanno portare fieramente la loro propria morte in sé come una necessità interna; soltanto che esse non esistono. Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione. (Jean-Paul Sartre, La nausea).

 

Dialettica di piacere e dolore, regolate sul moto regolante per eccellenza, quello degli astri, in un paio di annotazioni di Leopardi. Delle quali si avverte, in una con gli echi dei testi classici, e non senza sollievo, dopo i marasmi pessimistico-esistenzialistici appena documentati, il tenore illuministico:

4 Giugno 1823. In primavera non è dubbio che la vita nella natura è maggiore, o, se non altro, è maggiore il sentimento della vita, a causa della diminuzione e torpore di esso sentimento cagionato dal freddo, e del contrasto tra il nuovo sentimento, o fra il ritorno di esso, e l’abitudine contratta nell’inverno. Questo accrescimento di vita (chiamiamolo così) è comune in quella stagione, come alle piante e agli animali, così agli uomini e massime agli individui giovani, sì delle predette specie, come dell’umana. Ora indubitatamente non è alcuno, se non altro de’ giovani, che in quella stagione non sia più malcontento del suo stato e di se, che negli altri tempi dell’anno (parlando astrattamente e generalmente, senza relazione alle circostanze particolari, o vogliamo dire, in parità di circostanze). Tanto è vero che il sentimento dell’infelicità si accresce o si scema in proporzione diretta del sentimento della vita, e che l’aumento di questo è inseparabile dall’aumento di quello.

2 Marzo 1827. Ho detto altrove che nella primavera l’uomo suole sentirsi più scontento del suo stato, che negli altri tempi. Così ancora nella state più che nel verno. La cagione è che allora l’uomo patisce meno. Però desidera più il godimento e il piacere diretto. Nella primavera poi tanto più sensibile è questo desiderio, quanto è più sensibile la privazione del patimento e dell’incomodità che reca il freddo, la qual cessa allora appunto. La infermità, il timore, il patimento di qualunque sorta volgono l’amor del piacere nell’amor del non patire, o del fuggire il pericolo. l’animo in quello stato, è meno esigente. Il non patire è più possibile ad ottenersi che il godere. Però nell’inverno si sente meno la scontentezza del proprio essere, che nella buona stagione. Nella quale l’animo ripiglia la sua avidità del piacere; e, come è naturale, nol ritrova mai. (Giacomo Leopardi, Zibaldone)

 

Finisco con un passo tratto dal Gioco delle perle di vetro che non è in linea con l’assunto di questa piccola antologia. Non solo Hesse non propone una visione cupa, o realistica – insomma un qualche “controsentimento” – della primavera. Ma della primavera fa parola in modo accidentale o forse strumentale, per illustrare un suo concetto circa la natura dell’esperienza e le possibilità del linguaggio. Lo riporto egualmente, senza ulteriori spiegazioni; mi limito a dire che l’evocazione del Lied di Schubert vale come contrappeso, e come ammenda, per l’altra citazione “musicale” di questo post.

In questo passo Knecht parla di analogie e associazioni nel Giuoco delle perle di vetro e distingue fra associazioni «legittime», cioè comprensibili a tutti, e «associazioni private», ossia soggettive. Egli dice: «Per darvi un esempio di queste associazioni private le quali non perdono il loro valore privato per essere assolutamente vietate nel Giuoco delle perle, vi parlerò di una siffatta associazione, del tempo in cui andavo a scuola. Avevo circa quattordici anni, era di febbraio o di marzo, nel tempo che precede la primavera, quando un compagno m’invitò ad andare con lui un pomeriggio per tagliare alcuni rami di sambuco che gli dovevano servire da tubi nella costruzione di un piccolo mulino. Andammo dunque, e la giornata deve essere stata particolarmente bella nel mondo o nel mio cuore perché mi è rimasta nella memoria e mi fruttò una piccola esperienza. Il terreno era umido ma senza neve, lungo i corsi d’acqua incominciava a verdeggiare; i cespugli senza foglie presentavano già le gemme e i primi amenti che davano un velo di colore, l’aria era tutta un profumo, un profumo pieno di vita e di contraddizioni poiché c’era odore di terra umida, di foglie marce e di giovani germi vegetali; da un momento all’altro pareva di dover sentire l’odore delle prime violette, benché non ci fossero ancora. Arrivammo fra i sambuchi coperti di piccolissime gemme ma ancora privi di foglie, e quando ne tagliai un ramo fui investito da un odore violento, dolce e amaro, che pareva avesse raccolto, sommato e potenziato tutti gli altri odori primaverili. Ne fui tutto invaso, annusai il mio coltello e la mano e il ramo di sambuco. Era quel succo a mandare un odore così penetrante e irresistibile. Non ne parlammo, ma anche il mio compagno annusò il suo ramo a lungo e sopra pensiero, anche lui sentiva il linguaggio di quel profumo. Ebbene, ogni esperienza ha una sua magia.

La mia consisteva nel fatto che la primavera in arrivo, già sentita con gioia nel camminare sui prati umidi, nell’aroma della terra e delle gemme, si concentrava ora nel fortissimo dell’odore di sambuco in un simbolo concreto e in un incanto. Probabilmente, anche se quella piccola esperienza fosse rimasta unica, non avrei più dimenticato quel profumo. Anzi ogni futuro incontro con esso avrebbe ridestato in me fino alla vecchiaia il ricordo di quella prima volta in cui ne avevo avuto coscienza. Ma ora vi si aggiunse un secondo elemento. In quel tempo avevo trovato presso il mio insegnante di pianoforte un vecchio volume di musica che suscitò la mia massima attenzione: era un volume di Lieder di Franz Schubert. Lo avevo sfogliato un giorno mentre aspettavo l’insegnante il quale, a mia richiesta, me lo aveva poi prestato per alcuni giorni. Vissi allora il mio tempo libero nelle gioie della scoperta poiché prima non avevo conosciuto nulla di Schubert, e ne rimasi affascinato. Ed ecco, il giorno di quella passeggiata fra i sambuchi o il giorno dopo scoprii il canto primaverile di Schubert L’aria dolce si è destata e nei primi accordi dell’accompagnamento mi parve di riconoscere qualcosa: essi olezzavano come il giovane sambuco, di un aroma altrettanto dolce, amaro, penetrante e pieno di indizi primaverili. Da quel momento l’associazione sentore di primavera-profumo di sambuco-accordo di Schubert è fissa è assolutamente valida. Suonando l’accordo tosto mi torna l’aspro aroma della pianta e tutti e due insieme significano: la primavera si avvicina. Questa associazione privata è una mia bella proprietà, una cosa che non cederei per nulla al mondo. L’associazione però, il rinnovato balenare di quelle due esperienze concrete all’idea dei “prodromi di primavera” è una cosa mia privata. La si può comunicare, certo, come io ora ve ne ho parlato, ma non la si può trasmettere. Io posso rendervela comprensibile, ma non posso fare in modo che uno di voi vi trovi un segno valido, un meccanismo che reagisca infallibilmente al richiamo e si snodi sempre in modo uguale». [Hermann Hesse, Il gioco delle perle di vetro, (La vocazione)]

Il Lied di Schubert è Frülingsglaube D.686 (Testo di Johann Ludwig Uhland):

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Croce e la “Loica” dei “tarocchi del Mantegna”

Master of the E-Series Tarocchi (Italian, active c. 1465 ), Loica (Logic), c. 1465, engraving, Rosenwald Collection

Master of the E-Series Tarocchi (Italian, active c. 1465 ), Loica (Logic), c. 1465, engraving, Rosenwald Collection

Per Croce la figura rappresenta il

(…) dramma della verità e della lotta contro l’errore, condotto dalla Logica, la quale diviene, almeno per me, ben altro dalla maligna congegnatrice di tranelli e di sofismi che quel povero diavolo cartaginese di Marziano Capella sola conosceva o sola sapeva immaginare, ma è una forza benefica, coraggiosa sempre a prendere su di sé la fatica di districare i grovigli dei sofismi, di fugare le combinazioni irrazionali a cui le accese male passioni danno sembianze di vero, di dissolvere le superstiziose credenze che fanno incaglio alla libera ricerca. (…)
E guai se quest’opera di reazione e difesa si rilassa; guai agli individui e alle società che la severa Logica non investe a fondo in tutte le parti della loro vita ! Un ministro dei buoni vecchi tempi, Bernardo Tanucci, soleva compendiare i vizii e i difetti degli uomini che si vedeva attorno, nella «mancanza di sillogismo».
La mancanza e l’insufficienza del sillogismo, in effetto, apre libero campo alle torbide immaginazioni che lo sconvolto sentire e la bassa cupidità fanno sorgere e che spingono ad azioni frenetiche e rovinose. E quanti di cotesti fantasmi si sono via via addensati e ingombrano ora tutto il cielo di Europa, e anzi, quello dei due emisferi! (..)
La Logica non soffoca né sostituisce la spontaneità del fare, ma la sorregge e la difende contro le rapine che sopr’essa tenta la convulsa e bruta vitalità, la quale prende arie spavalde di vigoria, ed è mostruosità ed è debolezza. E perciò io, da mia parte, divenuto particolarmente devoto della Logica, ho messo in un quadretto e ho sospeso a una parte della mia stanza da studio la sua figura in questo «tarocco del Mantegna», come l’immagine di una santa, alla quale mentalmente mi raccomando perché voglia tenermi sempre nella sua severa e buona guardia.

B. Croce, «La “Loica,, nei tarocchi detti del Mantegna», 1941

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I “buoi grassi”

That strangely tempting fallacy (Bernard Williams).

Ed è vero, lo constato quasi ogni giorno. Lo schema fallace – mimetizzato, camuffato od occultato -, opera diuturnamente negli umani commerci, mostrando strana potenza seduttiva. Li impronta di sé facendo deragliare i discorsi, incistato in uno strato più o meno profondo della macchina pensiero-linguaggio.

Segnale di pericolo, dunque, monito ad vitandum, la maglietta con la scritta. La si indossi col precipuo intento di esibire il mostricciatolo, onde sia facilmente riconosciuto e neutralizzato.

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